La banalità

C’era già qualcosa di malsano prima, a dirlo adesso.

Il luogo, forse l’ora tarda, il vuoto in terrazza e dentro il bar, o i pantaloni di lavoro che avrebbero dovuto essere in cantina da ore e invece gli sono ancora addosso.

Il poggiarsi di traverso al piano di sasso, senza quell’aspetto da interlocutore, sembra più una forma di arresto del corpo, alto e rigido, a tener dentro cose decomposte come il rancore, la frustrazione, o la vigliaccheria, sempre a dirlo adesso.

Lui, immemore delle maleparole già scagliate dalla trincea del niente qualche mese addietro, tende la mano caldamente: scorre il pensiero che non ricordi nulla, pazienza.

Poi si parla, con tutti i limiti del caso.

Fino a un momento in cui si tentano spiegazioni sul comportamento di un tale non presente.

Comincia il dissidio, lui subdolamente, poi aggressivo, gli insulti e infine la pietra.

Dice: “Spero che tu crepi presto”.

Poi minaccerà con ipotesi di pugni e sputi.

Ma a quel punto è già finita e invece del dispiacere c’è il sollievo, la certezza che non ci sarà più bisogno di tendergli la mano, salutarlo, il più e il meno, le parole storpiate nella presunzione di saperle.

Fuori la notte è perfino più bella di prima.

gene

Postilla
Il codardo minaccia solo quando è fuori pericolo.
Michel de Montaigne

Lettera a Fabrizio

San Bernardino, 23 luglio 1968

Caro Fabrizio, sono un bambino di otto anni e sono in colonia. Mi capita ancora di fare la pipì nel letto e non l’ho detto neanche alla mamma. Che tanto è a casa e non mi vede. Solo la domenica quando vengono su a trovarmi lei e il papà. Ma non lo dico lo stesso. Mi vergogno. Non soffro di nostalgia. Ma non mi piace questo posto chiuso con il sole fuori. Mi diverto ogni tanto quando facciamo passeggiate nei boschi. Ma i maestri non ci lasciano fare quello che vogliamo. Bisogna mangiare tutti assieme anche la merenda con pane e cioccolato che a me non piace proprio.
Il maestro del nostro gruppo ha deciso il nome della squadra per il torneo della colonia. Fulgor. Ha disegnato anche gli stemmi di cartone che abbiamo attaccato alle magliette con una spilla. Non so se abbiamo vinto o perso. Non è come il calcio del mio paese che siamo liberi di andare avanti fino al trenta. Qua c’è un cronometro e quando scatta si smette di giocare e magari non abbiamo fatto neanche un gol.
Ma non è per questo che ti scrivo.
Ieri c’è stato il saggio canoro della colonia. Tutti i gruppi avevano una canzone a scelta. La nostra era Mai mai ti lascio, che non avevo mai sentito e che non era tanto male. Ma un gruppo di sole bambine ha cantato la più bella e mi hanno detto che l’hai scritta tu. Non mi ricordo il titolo. Ma faceva così:

Bianco come la luna il suo cappello
Come l’amore rosso il suo mantello
Tu lo seguisti senza una ragione
Come un ragazzo segue l’aquilone

Mi ha ricordato l’estate scorsa quando non c’era bisogno di mandarmi in colonia e sono stato con i miei amici al mio paese a giocare senza i grandi.
Mi è piaciuta tanto però mi ha fatto venire la nostalgia e ho pianto un po’ senza farmi vedere se no mi prendono in giro e mi dicono femminuccia.
Mancano cinque giorni al mio ritorno a casa e il tempo passa meglio perché canto tra me la tua canzone appena posso.
Quando torno a casa chiedo alla mamma se mi può comprare il disco.
Non so dove abiti ma se me lo dici vorrei venire a trovarti.
Io sto a Preonzo vicino a Bellinzona e se vieni mi riconosci subito perché ho i capelli castani e non sono tanto alto quasi sempre in pantaloncini corti. Se vieni in inverno li ho lunghi.
Se non puoi allora chiedo alla mamma di portarmi dove stai tu.
Aspetto. Non venire prima di sabato prossimo però.

Buongiorno.

Giorgio.

Postilla
Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto
Correvo dietro ai cani

Fabrizio De André

Merluz al telefono

Pillola di comunicazione ai tempi del silenzio digitale.

Estratto da Merluz Vogn, romanzo (Gabriele Capelli Editore), 1° aprile 2020

(…) Prima del Camarel, c’era la saletta con le imposte sempre accostate. Nessun segreto lì, nessun mostro, la porta era chiusa solo per impedire alla polvere di andare di qua e di là. Oltre a scansie gravate di torleri vari e piatti della festa come nuovi, c’era il telefono, attaccato alla parete, che si sentiva per miracolo, e solo perché non suonava mai e nessuno c’era abituato; allora qualcuno sobbalzava e avvisava i più sordi. Spesso non arrivavano in tempo e tornavano alle loro faccende.
Una volta andai dietro alla nona che voleva telefonare alla Besava, che stava in una casa troppo a sud per i suoi passi. Staccò la cornetta nera e infilò il dito nel volantino cifrato dall’uno allo zero. Compose. Ascoltai il suono del volantino cha andava e tornava in posizione appena levato il dito. Ziteldeeeeee (era il 6) – zitelde (1). E poi altri tre zitelde di lunghezza variabile. La nona attese concentrata, giocherellando col cavo attorcigliato. Non rispose nessuno, forse la Besava digeriva nel sonno col suo stomaco vecchissimo. Appese e uscimmo.
(…)

gene

Postilla
Il telefono non serve a niente.

Il Fede è uscito dal gruppo

Il Federico imbraccia la chitarra e con gli altri tre o quattro attacca un assolo. Io e il Nandel sull’uscio, così piccoli che possiamo stare appaiati senza nemmeno ingombrare tutto il passaggio. È un giorno di sole, non sappiamo che anno sia, boh, chi se ne frega degli anni, e cosa sono poi? Non si capisce se il locale, che dà sulla carraia, sia un vecchio pollaio o una dispensa per il grano. Le parti di intonaco sono dipinte, con scritte tondeggianti: Rock con la K monca e dietro il batterista qualcosa di seminascosto, forse W la Finca (Cos’è la Finca? chiedo, Credo una bibita, risponde il Nandel).
Ah, il Federico in realtà si chiama Fede, o Fritz, ed è contento del pubblico. Possiamo andare lì quando vogliamo, ci dice. Una buona soluzione, per noi che non sempre abbiamo idee fresche per riempire l’estate. E poi ci sembra di essere privilegiati, o forse agli altri non interessa.
Il Fede fa anche il portiere, la domenica, uno che si butta in uscita bassa alzando le mani come se avesse una mazza per far esplodere la palla. È molto vecchio, almeno vent’anni, ma forte e agile. Se il Silio mi lascia, a metà tempo vado in porta a fare come il Fede, a parare i tiri del Tarcio e del Savitt, a volte del Leti o del Got.
Con la chitarra invece non faccio cambio, è una cosa troppo seria, anche se dopo, nella baracca della legna, col Nandel alla batteria (il secchio dei panni), strimpello il rastrello e canto La verzaschina.
So che in futuro, quando sarò vecchio anche io, guarderò dentro a quel locale abbandonato tutte le volte che passerò a trovare mia figlia, che abiterà lì vicino. Vedrò ancora le scritte e il Fede che sorride. Penso che anche il Nandel lo farà.

gene

Postilla
Gli eroi son tutti giovani e belli
Guccini