Destination Mendrisio

Gli Oregiefregie band ormai erano rodati e avevano anche un Nissan verde per stipare strumenti e attrezzatura, oltre a loro stessi. Se stavi seduto a destra contro il finestrino, potevi veder giù sotto il culo il copertone che girava e nel contempo goderti il profumo dell’asfalto da quella specie di cratere nella carrozzeria smangiata dalla ruggine. Il Rena aveva preso la patente da poco e guai a togliergli il volante. Davanti stava l’Emme, di solito dalla parte del cratere, e in mezzo il Uoter. Gli altri due filavano dietro, tra stanghe di microfoni e sobbalzi spaventosi: il Max piegato in due data l’altezza puberale che cresceva a ogni cambio di luna, il Marco incassato tra i monitor con gli occhiali appannati. A ogni frenata era un dramma, tra il rumore, la puzza di copertone e i piagnistei dei profughi dietro. Anche in curva non era il top.
Una tipa che conoscevano gli aveva chiesto di suonare a Mendrisio, versante ospedale neuropsichiatrico, per l’ultimo dell’anno. Arrivarono sul posto congelati e con immenso anticipo, per vedere i matti con la scusa di dover montare il palco con la dovuta cura. Si scaldarono alla mensa, trippa in umido che l’Emme non mangiò perché gli faceva ribrezzo e si accontentò di una mela con birra.
Matti ce n’erano, ma composti. Una delusione. Dissero che alla serata, nella sala del teatro, sarebbero stati in molti, tutti quelli governabili.

Pareva proprio la sala grande del Palace Hotel. Certo, i nostri non avevano Jack e Elwood, ma neanche Cab Calloway, e il repertorio era il solito: marcette, walzerini, qualche robetta veloce e alcuni pezzi cantautorali. Tutta roba scritta da altri e adeguatamente maltrattata. Proprio come il pubblico, i matti, che stanno ai margini del mondo e lo cambiano ogni giorno, ma sono altri a scrivere testi e parole senza ascoltare. Almeno ai nostri non davano pastiglie per farli calmare.
A un certo punto della serata salì sul palco un capellone con un flicorno e chiese se poteva suonare la batteria.
– È il mio maestro! – esclamò il Rena.
Cioè, aveva preso qualche lezione quando il capellone stava ancora in giro.
Con deferenza cedette il posto al Maestro che si lanciò in un rullio sterminato e gli altri a cercare di stargli dietro. La batteria avanzava sobbalzando sotto i colpi e sarebbe caduta dal palco se il Rena non si fosse inginocchiato a trattenerla. Appena finita quell’esibizione di forza, il Rena chiese al Maestro di dire qualcosa al microfono, tanto per farlo andar via e riprendere il suo posto, calmando la batteria come se parlasse al gatto.
Il Maestro brandì il microfono.
– Teh, Giulio! Se non vieni su a suonare sei un bigolo!
Poi lanciò il flicorno contro la parete. Due infermieri saltarono sul palco e lo portarono via.
Ma l’intermezzo non placò la festa, anzi. I matti fecero trenini a più non posso – tranne quello che seguitava a percorrere il perimetro della sala e che lanciava uno sguardo severo quando transitava sotto al palco – e verso mezzanotte costò fatica spiegare che ormai la cosa si concludeva.
Mentre caricavano la roba sul Nissan, un matto con una curiosa testa allungata chiese all’Emme se poteva andare con lui e per convincerlo gli disse che lui sapeva a memoria Cattedrali di pietra e sassi di Fausto Leali. Alla terza ripetizione della domanda, l’Emme gli disse che sì, vieni pure. Il matto stette lì un attimo a pensare e poi disse che lui doveva prendere delle pastiglie e quindi non poteva.
Tornando, con il solito freddo della madonna e l’instabilità in curva, si resero conto della grandezza dell’esibizione. Roba da manicomio, proprio.

gene

Postilla

Siamo un passaggio di allodole, con un colpo andiamo giù

Roberto Vecchioni

Mascherine e pollastri

Mentre ripone i cucchiai nel cassetto pensa che la rivoluzione è necessaria. Dentro casa si sta bene, la stufa accesa e quel senso di pacatezza che distoglie da molto, se non da tutto. Fuori, anche se non li vede, transitano concittadini con la mascherina. Vanno a votare, poveracci, come se dipendesse dal loro gesto la possibilità di campare. Lui non vota più, non ci crede. Preferisce immaginare che un giorno, tanto per cominciare, nessuno compri più acqua naturale in bottiglia. Aveva pensato che tutti comprendessero l’ideale anarchico, ma visto che nessuno capiva, aveva intimato ai commensali occasionali di bere acqua del rubinetto, che è buona e costa poco. Poi aveva rinunciato anche a quello e si era dato alle elucubrazioni, come a costruirsi un perché. Infine si era ritirato, dichiarandosi libertario in un mondo di servi.

E oggi ripone cucchiai in buon ordine, perché l’anarchia è ordine assoluto. Tende a non lavorare più e quasi quasi potrebbe anche non mangiare e dormire mezzora al giorno, o forse meno, tanto per evitare sogni che lo scuoterebbero da chissà quale anfratto della coscienza. Non si lava per giorni e ha la fortuna di non emanare afrori che di solito connotano a dipendenza di cosa uno mangia. Inoltre, visto che cerca di fare il meno possibile, non suda e non si sporca. Ha notato che il gatto randagio si adegua meglio se lui non si butta addosso saponi e deodoranti, e questo va bene.
Finiti i cucchiai, passa alle forchette, con lo stesso metodo. Fuori, le mascherine fanno avanti e indietro come a sospingere il mondo. Dicono sia in atto una pandemia dovuta ai polli, o ai piccioni, o comunque a qualcosa che vola. Viene dalla Cina, la grande Cina comunista che percorre la via della seta per vendere e comprare, e intanto schiaccia tibetani e mongoli, per non annoiarsi.
Gli viene in mente suo nonno in Spagna, che malediceva i comunisti traditori degli anarchici in nome della suprema idea sovietica di quel maiale di Stalin. Ma almeno lì se le davano a più non posso, mentre adesso girano con le mascherine per via dei polli e ti guardano male se tiri una paglia, poveretti che si intasano con lo spruzzo sintetico a mascherare i nostri umori.
Forse gli piacerebbe avere in giro un paio di bambini mentre sistema i coltelli, a completare la perfezione del cassetto. Ma poi pensa che ci sarebbero anche le mamme ad affannarsi per un ipotetico, e sottolinea ipotetico, ginocchio scorticato e allora preferisce il gatto randagio che non chiede niente.
Non ha soldi da metter via per il kalashnikov e ha ripiegato da un po’ sulla molotov con lo spirito della fondue, ma si rende conto che quelli della mascherina, cioè tutti, non comprenderebbero e allora pensa che non ne vale la pena.
Cucina un pollo alla cacciatora e si dice che se si deve crepare, lo si faccia almeno con la bocca piena, la mano votante inerte e la coscienza accesa.
E che se non muore, gliela farà vedere lui, porco zio.

gene

Postilla
Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.
Martin Luther King