Fotbal #92

– Domani ci troviamo alle dieci in Campirasc, che poi andiamo a pranzo tutti insieme. –
È la prima di campionato da che l’Emme si è rimesso a fare il coach dei boys, dopo quattro anni di abbandono e c’era il rischio che la squadra si ritirasse dal campionato dopo i disastri del Ghiggia, allenatore il cui motto era “Se nessuno sbaglia si finisce zero a zero”. Solo che si sbagliavano in tanti e piovevano gol, generalmente nella porta del duo Berlinga – Vito, i portieri che si alternavano a guardia del risultato fin da quando avevano dieci anni e guai a cambiare turno.
Abitudine che l’Emme aveva intenzione di continuare, solo che bisognava decidere chi giocasse la prima e per una volta, per dargli fiducia, aveva comunicato già al mercoledì che sarebbe toccata al Berlinga. Ma conoscendo i vezzi dei virgulti di tutto il mondo quando arriva il venerdì, l’Emme ha fatto una capatina al Peter Bar per vedere come andavano i suoi, dediti in mandria al fascino dell’heavy metal e derivati.
Giganteschi nei loro sedici anni, si erano dati alla pazza gioia della birra. Quando il coach è entrato nel locale, e si è appoggiato al bancone tra gli sguardi sfuggenti dei metallari in erba, lo ha raggiunto il Berlinga urtando nel tragitto un paio di sgabelli.
– Uela Capo – fa, baldanzoso, il portiere ormai titolare.
– Stai bene? – gli chiede l’Emme.
– Da dio. Una minerale – dice alla cameriera, come se fosse la sua bibita tradizionale.
Il Berlinga in bilico sullo sgabello rovescia immediatamente la bibita, mantenendo comunque un certo aplomb, sta a piombo, cioè.
L’Emme ha visto abbastanza e subito elabora il piano per domani. Poi va a casa, senza una parola.
Oggi è sabato e alla spicciolata arrivano comunque tutti. La mattinata di marzo annuncia la primavera, le facce meno.
– Cosa facciamo prima di pranzo? – chiede il Cicino, che è così curioso da chiedere alla sua stessa mamma come si chiama, tanto per sparare domande alla cazzo.
Dato che è così bello, spiega il coach, andiamo in  montagna e poi scendiamo dritti al Crot per la teoria e il pranzo.
Non ascolta le lamentele e rintuzza ogni obiezione su calzature non adatte e sentiero pieno di foglie marce che si slitta. Rampano su, dietro all’Emme che si è tenuto bello fresco proprio per accasciarli. In fondo alla fila, fanno a  turno a spingere il Berlinga, che tra cinque ore difenderà la porta e l’onore della squadra rinata.
In Pian dala Roso è una distesa ansimante di puberali col cerchio alla testa, alcuni ancora col chiodo. Poi discendono quatti quatti, come dietro a un feretro. Le maledizioni, proferite a bassa voce, si frangono contro la corazza dentro cui l’Emme ha rinchiuso l’empatia.
Al Crot li sistema come vacche nella stalla, il Berlinga in fondo di fianco al Lisse, e poi prende la parola.
– Oggi è il primo grande giorno, quello della rinascita. Abbiamo un nome e una maglia da onorare. Vi do la formazione, così incamerate i concetti sapendo dove dovrete giocare.
– Scusa coach, il Berlinga non sta bene – interrompe il Lisse.
– Portalo fuori.
E vanno, il Lisse che sostiene il Berlinga come una vedova inconsolabile. L’Emme riprende la teoria, ma con la coda dell’occhio segue dalla finestra le manovre dei due fino a quando si vede il Berlinga chino sotto un acero, le mani sulle ginocchia, e il Lisse che si guarda in giro circospetto e lo tiene per il collo della giacca.
Il Berlinga vomita. Tutti si affacciano e ridono, felici di non essere al suo posto per un pelo.
Poi mangiano, vanno al campo, si cambiano, si schierano, cominciano a giocare e perdono.
L’Emme è un po’ deluso, ma in fondo anche contento, così magari imparano. È contento anche il Berlinga, perché al suo posto ha giocato il Vito e ne ha presi tre. Toh.
Solo che lo capirà anni dopo di aver sbagliato tutto lui, l’Emme, con quel compromesso perverso tra disciplina e libertarietà che gli sembrava necessario al sentire comune e alla sua responsabilità. Si è tradito da solo. Tanto valeva fulminarsi subito col Berlinga al Peter Bar e fanculo le regole.

gene

Postilla
Fa niente se fai il portiere di riserva?

Come siamo

Occorre dire che quella specie di Itaca, oltre tre catene di montagne e altrettante valli, è sempre in balia degli elementi. A parte i fuochi per pulire e i prati che ogni tanto sfuggono di mano e inceneriscono i boschi, c’è la questione dell’acqua, che sale, che scende, che si mette di traverso e che allaga i campi come risaie, gelando in inverno in lanche profonde pochi centimetri ma estese a volte anche duecento metri, sulle quali pattinare con furia. Poi c’è la neve in inverno, anche prima e dopo a volte, che si squaglia e si impietrisce, e la nebbia che a pochi metri saluti un albero come fosse un conoscente, e viceversa. In novembre, l’umidità è tale da agghiacciare i piedi in allenamento e il pallone va dove vuole, a meno che si voglia fare come il Capo che si infila due sacchi dei rifiuti ai piedi e così si ripara, ma gela lo stesso per via della condensazione, e non vi dico l’odore una volta levato l‘ambaradan. In luglio, tutto vibra e si hanno le allucinazioni, mentre quando arriva agosto la foschia da sud ci fa sembrare tutti dispersi in una mediocrità interminabile. Il vento, poi accompagna trecento notti squassando le menti e gli amplessi, con esiti nefasti il mattino quando gli obblighi imperano e tutti, impazziti, ne vorrebbero di supplementari.
Per questo siamo intolleranti, sempre, e anche lontani da lì, nel riso o nella gioia, c’è un filo di nervosismo che si scopre per una facezia qualunque e brucia nella centralina scatenando il cortocircuito. Forse cerchiamo una libertà che non conquisteremo mai.
– Pensa per te!

gene

Postilla
Quando dal passato giungono cose non concluse, meglio andare avanti a fare cose che non si concluderanno

g.

(in)finiit

Ag l’ho in do chér ‘sto met scondù
e sta sceise, c’la sara foro
el videi el ruus e i garof.
Am seti e a vardi dasorénn a catèe
n’eire e ‘m besch e ‘m rii
om cito e ‘m quet sense musuru
Ei fèe parense da pensèe; pa’m pezet
el chér us stremiss mighi. E ‘me ‘l venn
c’u sgorlo i aldan, a mi
um paar sto cito la mii vous
c’la diss bele più noto,
‘me ‘l murii di stagioi, e adess
as senn el sé profum. Iscì a neghi
in di pensei da can ch’l’ere chilé:
e am dasdegne el maar i mon e l‘met

Trad. Arr. gene

Postilla
L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

Il ribelle

Mentre penso al biancospino che
s’imbianca solo a marzo
la finestra si spalanca sul mattino e lo vedo
rifiorire novembrino
con gli aculei rivoltosi
a graffiare il grigio scuro
A chi lo vuole sempre uguale e a noi che
nel torpore sbadigliamo
il biancospino sembra dire state in piedi
cazzo
che ora il mondo è da rifare
ustionando le abitudini e miserie
e il mal di notte
e lenirsi dentro un fiocco come fosse
un fiore nuovo e nuova l’aria

gene

Postilla
E cammino a piene mani
g.

Merluz Vogn – Quintina di novembre

Romanzo – GCE Edizioni – aprile 2020

Si sale passando dalla Strecie. Non ci segue nessuno. Dalla cima del tetto da dove era caduto il Pitra si vedono tegole e piode, qualche lamiera, comignoli. Le montagne sono lontanissime e sfocate. Nessuno vede noi, in agguato nella canicola. Il Nandel dice che quassù potremmo viverci. Poi scendiamo perché sarà be’ quasi ora di cena. Ciao.

Guardavamo le auto passare, fermi ai bordi dello stradone nel torpore dell’estate. Il Nandel, qualche anno prima, aveva sortito quel gioco dalla fucina della sua immaginazione, alimentata dal soffio implacabile della noia.

Congedati dall’impegno, noi tornammo alle scoperte del mondo. I noni sarebbero stati là fino all’ora di cena, che è come la colazione, ma l’ho già detto. Andammo in Pasquei a giocare a pallone o a vedere il Demarchi sbandare quasi da fermo.

“Giovinezza senza vecchiaia, vita senza morte”. Libro dalla copertina rigida e colorata, regalato a tutti per Natale dai signori della raffineria di petrolio. L’anno prima, una giacca a vento con la cerniera difettosa. Leggo nella stanza dello zio, senza capire veramente le idee racchiuse dietro le parole.

Guardando la parete, la nona mi disse che oggi era festa grande e che ci sarebbero state messa e processione della Madono dala Zenturu.
– Ioo! T’es da videi com ié bei i confratelli vistiit dala feste, cara.
 Pensai che si stesse confondendo e andai fuori a chiedere al nono.
– Ogni tanto si incanta davanti a quel quadro e le vengono queste idee.


gene

Epopea del Jacobaccio

Scalzo e col saio, il Jacobaccio non era riuscito a varcare il Ceneri, assalito dai predoni di Robasacco, che gli fregarono il contratto milionario col quale contava di predicare a Cornaredo, neanche fosse il Papa. Tornato sui suoi passi da penitente raggiunse il Celestino nei pressi di Giubiasco che vaneggiava sulla bellezza dell’inceneritore, come se l’avesse creato lui. Insieme arrivarono a Bellinzona, ma nottetempo, per non rischiare un qualche tipo di gogna. Pernottarono su una panchina dell’ex-ginnasio, coperti coi giornali del giorno prima, quelli con le pesanti parole del Jacobaccio (“finalmente torno nel calcio vero”) e con le visioni del Celestino sul tichitaca che ha inventato lui.
Mentre i due erranti pelavano dal freddo, nella tiepida Lugano il Renzetto si torceva le mani nell’attesa. Un messo del Corriere, a tarda mattinata, lo mise al corrente della situazione, con il dettaglio non da poco che al Jacobaccio avevano sottratto l’accordo scritto e che quindi tutto si complicava. Intanto che le sorti della compagine bianconera erano affidate ai sortilegi del druido Cruus Toort, il Renzetto sguinzagliò una pattuglia di bravi alla ricerca del Jacobaccio, tornando poi alla torsione delle mani nella fremente attesa.
Mentre i bravi varcavano il Ceneri, il Lugano aveva già perso in amichevole contro il Preonzo; a Camorino li aveva raggiunti la notizia di un possibile ritorno del Belardello, con le conseguenze del caso; in Via Dogana seppero che il Team Ticino era andato in Russia per sempre, sfuggendo ai bombardamenti che avevano raso al suolo il centro di Tenero. A pomeriggio inoltrato trovarono il Jacobaccio che pregava con la fronte appoggiata al muro del Comunale, attorniato da una torma di bambini che gli tirava uova e pomodori. I bravi dovettero ascoltare le verbose spiegazioni del Celestino, che andarono avanti fino a notte fonda in una cappa di noia mortale. Un dispaccio del Renzetto incitò a fare in fretta, che gli stavano venendo le doglie perché nel frattempo gli era giunto sotto casa il Tramezzino con pretese mica da ridere. I bravi allora scacciarono i bambini, spedirono in Africa il Celestino, ripulirono il Jacobaccio. Il tutto sotto lo sguardo attento degli avventori del Granata.
Tra due ali di folla con fruste e bastoni di carnevale, varcarono il Ceneri senza assalti, che facevano pietà anche ai briganti, e portarono il candidato ai piedi del Renzetto, non prima di aver fermamente condannato lo stalking del Tramezzino. Nuovo contratto, al ribasso, e primo allenamento del Jacobaccio a una squadra che ormai aveva accumulato un centinaio di sconfitte in campionato a causa dei dettami avveniristici del Cruus Toort.
Ma poi, come sappiamo, le cose andarono benissimo e il Lugano vinse la Champions. Merito mio, disse il Celestino in diretta streaming da Kinshasa.

gene

Postilla
Ogni riferimento è a caso
g.