Jogging

E sei ancora qui, Lupo,
ingobbito nelle fughe
sbilenche, tu sì,
alla giusta caccia
della fame

Demoni indicano
cacciano e allevano,
senza memoria,
animali come cose
spremute

Parlami animale
dell’anima
che ti pieghi alla terra
e la percorri
esiliato o recinto

Vi ascolto Demoni
dalla pancia enfia
di protervo potere,
che dalle tribune
emanate jogging

Azzannali Lupo,
ti aiuterò nel buio,
come guerriglia
che nel destino
nasconde sconfitta

Prima di giacere,
altre negromanzie
sortiranno dai Demoni
trafiggendo
altre fiere

Non odiare Lupo,
torna sui tuoi passi,
dritto e aguzzo,
commisera l’agonia
che inghiotte

gene

Postilla
Personalmente non vorrei trovarmi faccia a faccia con un lupo mentre faccio jogging sulla golena del Ticino. E, pur senza fare allarmismo a buon mercato, penso anche a mamme e bambini”
Fabio Regazzi

La primavera

Con tutta la merda che gli avevano messo dentro si sentiva con un piede nella fossa. Non aveva più guardato un campo da quattro mesi, intontito e insicuro. Il coach gli aveva telefonato agli inizi di marzo dicendogli che aveva bisogno. Nessuno sapeva niente e quando gli chiese come stai butto lì un bene.
La sera della partita si cambiò come sempre, ma si sentiva indebitato, neanche i pantaloncini e la maglia fossero un prestito oneroso. Pensava di starsene in panchina, ma il coach non era di quell’idea e gli disse di piazzarsi in mezzo alla difesa. Difesa di cosa? Della squadra o di se stesso che di difese ne aveva meno di sempre?
Era stato un periodo catastrofico, aveva perfino accolto le proposte di una tipa che non sapeva niente di niente ed era andata discretamente, ma poi si era angosciato e aveva lasciato perdere. Mangiava poco, era magro come un atleta, ma dell’atleta aveva solo quello. Incertezze moltiplicate a centomila, tanto da leggere nei volti sconosciuti una specie di indagine che solo la sua mente vedeva. Scendere dal tram era come tuffarsi dal trampolino da dieci, salirci un everest.
Quando l’arbitro fischiò gli trapanò le orecchie, come facevano all’ospedale con gli aghi nelle vene. Aveva finito il ciclo di veleno da una settimana e ora cominciava quella roba lì, la difesa del cazzo.
Per qualche minuto, nessun avversario si era presentato dalle sue parti e lui aveva toccato due palloni semplici solo all’apparenza. Poi, ingobbito da una velocità supersonica, il sette avversario si era lanciato verso una palla inutile che si stava per perdere nell’angolo e anche lui partì, sentendosi lentissimo. Arrivarono praticamente insieme e il colpo del contrasto gli parve una cannonata. La palla però ripartì da dove era venuta, bellissima, e l’ingobbito finì due metri più in là. In piedi, si tirò fuori il piede dalla fossa e sentì di nuovo il profumo della primavera.

gene

Postilla
Persi o no, siamo ancora in piedi.
Liga

59

Vi ringrazio tutti, anche se contabilizzando a occhio, devo aver buttato via un sacco di anni dei 59 concessi. Buttati lavorando senza voglia, buttati dormendo troppo o nell’insonnia. Non ho fatto abbastanza per l’amore, o meglio, alcuni anni se ne sono andati al macero amando male, non solo le persone, ma anche le cose. Scartati come immondizia anche i ricordi che non ci stanno più nel bagagliaio, alcuni probabilmente ancora buoni o almeno riciclabili. Mi sono sparite anche popolazioni intere, incenerite o sepolte. Ho perso anche pezzi del corpo, tipo menischi e appendici.
Insomma, una specie di discarica, neanche differenziata.
Però, mi sento più leggero e forse un po’ di strada c’è ancora.
Quindi grazie e all’anno prossimo.
Baci.

gene

Postilla
Il nove settembre mi svegliò il pa’.
– Buon compleanno – mi disse.
– La mama?
– Ha mandato un biglietto.
Fino a sera lo rigirai in tasca assieme al fazzoletto e quando lo lessi era ormai sporco di moccio e sabbia.

g.

Il disertore

Van Gogh

Si spegne il giorno e io che volevo disertare sono il solo ancora vivo sul campo di battaglia cosparso di morti smembrati. Il Cimo, che sognava Firenze, la testa fracassata. La Gisella che le si è spento il fiato e sembra dormire. Il Coke che cantava sbagliando orari. Più in là l’Enzo caduto dai bastioni, Olimpia divorata dalla bestia e accanto Franco dai fogli perduti. L’altro Franco che ha digiunato prima di soccombere. Trafitto da un dardo, il Baco scaglia ancora un lampo dagli occhi. Sul campo di battaglia non osano i corvi, scacciati dal mio ultimo mulinare. Le Brigate Americane hanno retto in piedi anche da cadute. Nel silenzio dei fuggitivi, il re mi accoglierà come un eroe e nel momento della consegna di una gloria immeritata e vana: ucciderò anche lui. Andrò infine alla ricerca del tanto invocato dio, che è anche degli eserciti, e lo sconfesserò. Poi, l’oblio come diserzione, finalmente.

gene

Postilla
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi
Ivano Fossati