Fili

Pubblicato sulla Rivista Tre Valli nell’edizione di luglio del 2019, è lo sviluppo di un brevissimo racconto. Tratta dell’indicibile.

I panni stesi da un balcone all’altro incombono come fantasmi diurni, lasciando che dietro gli scuri ombreggino i supplizi e il dolo. Nei pomeriggi diafani volteggiano rondini e la prateria fischia di maestrale. In quel posto dove nessuno arriva per diletto e pochi passano per sbaglio o per dovere, il tempo è immutabile e ha imbalsamato i cuori dei quattro abitanti, incatenato le loro vite solitarie. I giorni in replica, parodiando lo scorrere del tempo, nascondono l’immobilità dei sentimenti, la povertà delle azioni, gli inesorabili fatti. Ines, Silente, Fulgencio, tutti dispersi nelle loro oscurità.

Il solo strano moto di quel posto è il ragazzino che siede ai lati della strada, facendo scorrere polvere dalle dita, nel sole e nel vento e non sa cosa sia il gioco.

Nella stanza al terzo piano della Casa Rossa, Silente riposa gli occhi al buio, nell’inamovibile pensiero delle mani pesanti di Fulgencio sui suoi fianchi, appena prima dell’irreparabile. Il gesto di una volta sola e poi una corona di giorni e anni sopraffatta dal rimpianto, un rosario da sgranare senza pace, a interloquire con sé stessa nelle voragini di una solitudine alla quale l’abbandono ha conferito una fissità simile alla paralisi. Silente ha una quarantina d’anni, ma che importa, e nemmeno nel buio più buio riesce a darsi pace o piacere. E poi quel figlio recapitato alla cieca che non sa giocare, non solo perché nessun altro bambino attraversa di giochi quella strada senza meta. Un figlio che può contare solo sull’amore di sua madre, un amore graffiato e quasi senza suono, la cui mente consente solo ripetizioni di atti discordati. Atto, questo il nome che gli ha dato la madre, sa a malapena mangiare da solo e ha bisogno in tutto, dal vestirsi al lavarsi. Atto, forse perché è il solo eroismo di quel luogo.

Nella casa di fronte, più alta e dipinta di giallo, Ines s’è inabissata nelle sue prostrazioni di donna sterile, faticando a salire le scale e ormai sfiancata dagli amplessi che Fulgencio, suo marito, arroga ancora con imperio strappandole le vesti a ogni resistenza, senza nemmeno l’esito violento ma desiderato di un figlio. Le colpe si sono cumulate, decomposte in rancore. Ines ha qualche anno in più di Silente, ma a volte sembrano secoli e le striature grigie della sua chioma si opacizzano come cenere. Da tempo rade il suo pube per non trattenere una sola goccia di veleno, il suo e quello del marito.

Fulgencio esce tutti i giorni e dopo aver fatto qualcosa di vago o preciso nell’orto, parte per le colline lontane a caccia di qualcos’altro, anch’esso vago come gli uccelli senza nome o preciso come il cane della prateria. Non ha bisogno di pensare e nelle soste si stringe il pene fino allo spasmo. Riesce a vivere senza un rimorso e il solo cruccio è il mancare una preda o l’ingiallire di una verdura. Brandisce il cibo varcando la porta della Casa Gialla e si prende la ricompensa che il gonfiore del membro reclama.

Nessuno parla a nessuno. Mai.

La Casa Gialla e la Casa Rossa, immote nelle loro fondamenta, sembrano trattenute in piedi solo dalla giunzione dei fili che corrono dai loro balconi. I panni stesi come irridenti bandiere. Sembra che tranciando quei fili le due case cadrebbero di schiena nella prateria, riposando infine con le facciate al sole invece che misurare da erette quei due dolori femminili incomunicabili, inseminati dal medesimo potere dell’uomo chiamato Fulgencio.

Ines non sa da dove venga quel ragazzino quasi inerte che siede assorto, o demente, nella polvere della strada, di certo un fugace amplesso di caldi o brutali minuti. E al pensarlo la scuote un brivido ignoto. L’unico uomo in quel posto è il suo, ma qualche viandante è apparso prima di andare di nuovo. Poteva essere quel carrettiere, o quel giovane fuggiasco. Non ci pensa molto, Ines, non serve e non cambia. Non sono cose sue.

Silente sa che Fulgencio non lascerà la Casa Gialla per quella Rossa, nemmeno un minuto per possedere di nuovo lei o accarezzare il figlio ermetico; per questo digrada nella solitudine non scelta, appesantita dal non saper mai cosa sia giusto per il bambino e per sé. Ines, invece, pensa alla solitudine come a una salvezza recondita.

Ogni giorno stendono i panni sui fili in comune, muto accordo di sopravvivenza e sopportazione, ritirando con esattezza le mutande e le canottiere e con quelli gli impossibili baratti che la gente non commenta poiché in quel posto altra gente non c’è. Non c’è mai stata, o forse cent’anni più addietro.

Non si guardano, queste due donne, avvinghiate nell’invidia circolare per ciò che una ha e l’altra no; Ines per la desiderata solitudine che pensa avvolga la Casa Rossa, allietata dal ragazzino muto e ormai giovane; Silente per la certezza della carne violata con piacere perverso e incontrastato quando Fulgencio sale le scale della Casa Gialla.

Nei pomeriggi con gli scuri chiusi, quando lui non esce, le reciproche angosce le stordiscono e in quegli inferni maledicono le vicendevoli fortune, senza che le loro sfortune svaniscano o vengano meno alla loro implacabilità.

“Mi chiamo Atto ma non ho bisogno di dirlo ad alta voce, tanto lo so che mi chiamo così. Mi piacciono i miei vestiti che sono tutti uguali: scarponi, pantaloni, canottiera, dolcevita e giacca, a volte con sciarpa o cappello, o tutte e due assieme, magari per pochi minuti. Ho delle preferenze sui colori, ma variano e non sto lì a insistere. Sono però intransigente sulla forma: devono essere stretti e ben allacciati. Le scarpe sono il problema maggiore, ma per fortuna da alcuni anni ho un modello leggero portato dal signore col carretto dei vestiti ed è perfetto per i miei piedi. La sola variante è stare a piedi nudi, anche per strada, se capita che ne abbia voglia. Coi pantaloni ho fatto alcune deroghe e ora mi vanno bene anche i jeans, mentre prima adottavo solo e sempre dei pantaloni di tela verde e solo in seguito ho consentito anche il grigio in molte varianti, o il nero. Le canottiere sono sempre state nere con righine rosse ai bordi, ma ora le metto anche grigie. I dolcevita, pure loro verdi per lungo tempo, ora sono neri, blu scuro o grigi, uno addirittura bianco, ma l’importante è che mi fascino bene il collo e mi aderiscano al corpo e alle braccia. La giacca da qualche anno può variare, ma in pratica ne uso sempre e solo una alla volta, anche per un paio di stagioni, ben allacciata fino all’ultimo bottone sul collo. Dimenticavo: odio le mutande lunghe, niente pantaloncini o magliette con le maniche corte. Ultima cosa, sull’abbigliamento: quando fa caldo d’estate sto a torso nudo, anche a tavola. La sola volta che con la mamma siamo andati via di qui ho visto i bambini, questi strani esseri che parlano e che mi hanno messo in agitazione con i pianti. Credo che stiano male e non posso farci niente. Ho paura che muoiano.

Non mi piace parlare, non riesco. Ma non piango”.

“Queste due donne sono mandate dal diavolo”, pensa Fulgencio con erronea precisione, senza dirlo a nessuno, non perché abbia qualche timore, ma perché non gli serve. Una la prende quando vuole con lo stesso piacere minore dello spazzare la polvere dalla soglia; l’altra gli fa ribrezzo, anche se nella solitudine delle colline ogni tanto la rivolta nella mente per arrivare alla fine del piacere.

“E quel figlio, che è mio, non può che essere mio, una disgrazia”, pensa senza turbamento.

Da chi e da dove sia stato mandato lui non si saprà mai. Ma dove debba andare sì.

Fulgencio muore di mattina cadendo bocconi nell’orto, con le fauci aperte e piene di terra verminosa, il fucile ancora carico sull’ampia e ormai inutile schiena.

Silente lo vede dagli scuri accostati della Casa Rossa e attende senza muoversi fino al crepuscolo, ascoltando il cuore gocciolargli sui piedi. Ha smontato la guardia solo per chiudere il figlio nel bagno, pensando a nenie da cantargli e a carezze da dargli, con la certezza di non essere corrisposta e allora rinuncia. Il ragazzino la sente respirare e gli basta.

Il buio la agghiaccia e la lenisce, e trova il coraggio delle dita sul sesso, per pochi istanti mozzati e vani. Poi piange sommessa e non smette.

Ines si decide a cercare il marito dopo una notte di pace tanto inaspettata quanto benedetta, ma subito sospetta e per questo inquieta al punto di non goderne, poiché alle partenze seguono sempre i ritorni. Ma stavolta no.

Silente la guarda starsene immobile per lunghi minuti con le braccia penzoloni davanti al campo, la cenere dei capelli che ora brilla, e poi scavare la fossa dopo aver strappato la zappa alle dita irrigidite di Fulgencio, rotolarci dentro il cadavere, riempirla con mani e piedi e calpestandola meticolosa, per poi tornare nella Casa Gialla, senza mettere nessuna croce o parola o segno.

Nel retro, tra la polvere, Ines brucia gli abiti di Fulgencio con la speranza che il fuoco ne cancelli odore e maledizione.

Per giorni e giorni ritirano i panni come se non fosse cambiato niente, anche se a piangere nel ventre delle due case è solo Silente, spaventando a morte il figlio.

“Basta mamma… Quell’uomo non può più piangere, è andato via, sta bene e sto bene anch’io se smetti. La signora della Casa Rossa è contenta, non vedi. Mi ha dato le caramelle, ne vuoi una?”

Il ragazzo, nella penombra allunga la mano alla mamma e lei piange ancora di più, per quel primo gesto d’affetto nell’oceano di vuoto. Atto stavolta non fugge e mangia da solo, a fatica. Porge alla madre pezzi di cibo che lei si porta alla bocca inaridita dal pianto.

Il maestrale si fa insopportabile anche per le rondini e Silente decide. Scende in strada seguita dal figlio, si ferma davanti a Ines e finalmente si incontrano gli occhi. Quel vedersi è coraggio e sgorgano dall’abisso le prime parole.

La voce di Silente è scordata.
– L’ho amato, la vedi questa colpa che lo testimonia?
Quella di Ines è piana.
– Perché non l’hai detto?
– Non mi voleva.
– Io, l’avrei voluto.
Poi tornano mute. Nel pezzo di strada tra la Casa Rossa e la Casa Gialla, il vento scompiglia i capelli. Il ragazzo tende le sue mani impacciate e loro le accolgono.
Più in alto i panni stesi si asciugano. I fili ancora trattengono.

gene

Postilla
Solo l’ombra giustifica la luce
g.

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Autore: libertario2016

Scrittore, giornalista, blogger. giorgiogene@bluewin.ch

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