Merluz

(…)

Dalla cima del tetto si vedono altri tetti, tegole e piode, qualche lamiera, comignoli. Le montagne sono lontanissime e sfocate. Nessuno vede noi, in agguato nella canicola. Il Nandel dice che quassù potremmo viverci. Poi scendiamo perché sarà be’ quasi ora di cena. Ciao.

I miei mi rifilavano castighi, non sempre meritati, ma per loro sì. Il pa’ mi obbligava a stare in giardino a guardare lui che potava e piantava, la mama mi rincorreva attorno al tavolo e poi si stufava, lasciandomi in dubbio tra sberleffo e colpa, e che me la vedessi da me.
I noni, zero. Non sapevano mai niente di noi, limitandosi a vaghi “lasa stèe” se proprio qualcosa era sul punto di cadere o di rompersi o di tagliare. Quando prendemmo a fucilate, a elastico, i due bambini biondi dei Walser, nessuno ci vide.
Il fucile a elastico consisteva in una molletta per i panni attaccata a un bastone con due o tre anelli ritagliati da una camera d’aria di bicicletta. Meglio quella rossa, rarissima; quella arancione andava, quella nera era tanto comune quanto lasca. Con la stessa camera d’aria altri anelli legati tra loro, due o tre, da tirare sulla punta del bastone e trattenere con la molletta. Schiacciando, la molletta si apriva e l’elastico multiplo partiva e andava secco per almeno dieci passi.
Bersagli, vari. Una gallina colpita a bruciapelo starnazzò con la testa storta, ma poi tornò normale.
Ai bambini dei Walser non si stortò la testa, ma andarono a piangere dai loro senza riuscire a spiegarsi (parlavano tedesco). Io e il Nandel stemmo nascosti in un fienile vicino, per gustarci l’esito e la cosa finì lì.
Se il mio pa’ l’avesse saputo mi avrebbe negato il sabato al campo. Ma il mio pa’ navigava lontano e quello del Nandel era cacciatore e quindi probabilmente fiero che il figlio si esercitasse su bersagli mobili. Su questo contavamo ancora prima di premere il grilletto.
Per finire, facendo del bene per quella storia della maturità da conseguire, ci autopunimmo dividendo due salamini con i bambini dei Walser, che a casa loro non mangiavano carne per scelta dei genitori. Morti di fame con gli occhi fuori dalle orbite. Parevano contenti, con la bocca piena.

– Nono, cosa vuol dire vegetariani?
– Ch’i maja gnomà erbe, ‘me i peuri.
– Per questo sono così bianchi?
– Sì.

(…)

gene

Postilla
Il nono sogghignò, mentre in una nuvola di fumo riprendeva a martellare la falce, senza spaventarmi Postilla
g.

Autore: libertario2016

Scrittore, giornalista, blogger. giorgiogene@bluewin.ch

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