I ribelli d’Araucania

copertina viceversa

“È una fuga in bicicletta all’insegna dell’entusiasmo giovanile la favola di Giorgio Genetelli che riflette sulla tragicità delle etichettature del mondo contemporaneo”.

Viceversa letteratura 13 – Maggio 2019

Edizioni Casagrande

 

 

Stavamo ancora al di là del bene e del male, il Nandel e io, in quei posti dell’infanzia dove la crudeltà e la tenerezza confondono i territori. Ma era diventato difficile scansare i grevi discorsi sulla decadenza del mondo e sulle dimenticanze di dio. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegrezza, ormai indigesti anche per due dodicenni come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi. I nostri vecchi compagni di villaggio non trovavano risposte alla presunta e, per loro, sventurata fine del paradiso. Lasciavano che le case cadessero a pezzi nella gramigna delle strade e che le loro risate di un  tempo si strozzassero nella lamentela ignava degli sconfitti senza battaglia.
Il Nandel e io avevamo preparato il nostro esodo; quando partimmo in bicicletta non ci presero sul serio e non ci seguirono, impigliati in retroguardia, per pavidità o per la sciocca idea che tutto sarebbe tornato come prima. O come ricordavano che fosse, ingannati dalla malinconia della memoria.
– Aggrappàti ai vecchi tempi, per portarseli all’inferno. Vamos! – disse il Nandel, volgendosi indietro con un’espressione matura che non gli conoscevo ancora, lui che fino al mattino stesso declamava fumetti.
Ci avviammo con poca roba negli zaini, l’acqua per il mate e le coperte sui portapacchi. I sandali calafatati, i vestiti freschi, le menti sgombre e tese alla sopravvivenza. Non sapevamo se ci fosse, dove stesse e quanto lontana bisognasse cercarla, ma la terra libera ci aspettava da qualche parte, anche se non ce l’aveva promessa nessuno. Ingabbiati dalla nostalgia e dalle fandonie che la politica alimentava come il vento della pianura fa con le fiamme, quando s’accorsero della nostra assenza eravamo già lontani, sull’onda della brezza che si mise a spingerci appena scomparsa l’ultima casa del villaggio.

Lo scopo del viaggio – la scoperta di terre e genti meno noiose – venne subito messo da parte per le eroiche distrazioni della strada: sassi vampiri alberi fiumi castelli baratri canyon pareti montagne nevi. E ancora: arance pomodori ombra sole vento acqua libertà. In quella utopia che stava certamente oltre l’orizzonte basso e lontano, l’elenco delle cose da immaginare vedere fare era vasto come il cielo e, come il cielo, fatto d’aria. Ci entrava nella bocca aperta dall’impeto e ci sfaragliava i pensieri.
Il Nandel sapeva corredare il mondo come nessun altro: gauchos pistoleri cavalcate cavalli soldati barche plotoni avventure. Andavamo talmente in fretta ed eravamo così leggeri che le biciclette filavano a un millimetro da terra e non si bucavano mai. Cadevamo di rado. Le strade sterrate erano inghippi che noi infagottavamo nell’incoscienza corsara dei puri e per fermarsi bastava rallentare e mollare i mezzi al volo sul ciglio della prateria. Non si rompeva niente e in quel punto scaldavamo l’acqua per il mate con il fuoco della sera. Tra le coperte stese sulla terra nuda, afferravamo la notte con il gioco delle parole a catena: bivacco costone neve veleno noce cerbero…
– E che vuol dire cerbero?
– Una specie di guardiano con mille occhi, o mille teste, non so.
… cerbero rottame mela lama mago goniometro…
– Finisce con “tro” o con “ro”?
– “Tro”.
… goniometro… troia!
Risata. Ma parole che cominciavano con “ia” non ce ne venivano e facevamo spazio al sonno.

Incontrammo altri poveri della terra che sedevano su pietre calcinate o si nascondevano in buche di sabbia. Nessuno volle seguirci, come se fosse più accettabile il rintanarsi del viaggiare a istinto. In un villaggio udimmo da una radio scassata appoggiata sulla soglia di una catapecchia la voce del Presidente che cercava di trovare un imperio tra i fischi e le scatarrate dell’apparecchio.
– La nostra civiltà – pruuut  – minacciata dall’invasione di stranieri. È meglio che vadino via – fiiiiiiiiiiii  – che tornano da dove sono venuti. Sbarreremo le frontiere, manderemo l’eser – fiiiiii  – Non porta niente a essere buoni con chi viene a casa nostra – pruutfiiiii – farsi mantenere…
Bang!
Un vecchio sparò alla radio. Ma tanto non avevamo capito una merda.
Ci allontanammo a pedalate adrenaliniche e chiedendoci se le frontiere fossero sbarrate anche per noi che stavamo ancora dentro e volevamo andar fuori.

La polvere sollevata dal vento e dalle ruote in quella specie di Pampa era penetrata nei pori delle nostre facce da indios e quelli che incontravamo ci guardavano con l’incredulità con cui si guardano i fantasmi.
– Speriamo che non ci sparino – confidai al Nandel.
– Niente paura amigo: prima che tolgano la sicura ai ferrivecchi noi saremo già oltre i loro occhi spenti.
Il Nandel era così bandolero da fugare ogni esitazione con le sue letture di frontiera. In effetti, non ci avevano ancora sparato addosso, ma mi restava qualche dubbio in merito agli agguati, troppe volte funzionanti sulla carta dei fumetti. Anche se in fondo: a chi importava di noi due, ammesso che il nostro viaggiare fosse noto? Chi ci aspettava o ci cercava oltre, forse, alle nostre famiglie lasciate indietro di mille chilometri ormai?
Però facemmo ugualmente una conta dei possibili avversari. Soldati poliziotti preti mamme ladri esaltati maestri missionari donne guerriglieri pirati puma avvoltoi serpenti guanachi…
– Sicuro che i guanachi ci vogliano male?
– Non so, ma è meglio calcolarli, credo.
– Va bene. Altri pericoli?
– Qualche animale piccolo, che so, volpi o furetti. Poi basta.
In fin dei conti, andava bene, a parte la fame. Già, la fame che il mate sopiva per ore ma che ci attanagliava la sera, quando poche bacche e qualche insetto illudevano lo stomaco.

Lanciati al galoppo, chini sui manubri a divorare lo spazio, un mattino imprecisabile quasi sbattemmo addosso a una fila di guardie schierate davanti al filo spinato. Il confine. Ci davano le spalle e non ci scorsero. Ci acquattammo dietro a un masso e allora vedemmo: oltre la linea di sbarramento stagnava una moltitudine informe di persone. S’alzava polvere senza che quasi niente si muovesse. Il panorama era completamente piatto e le montagne che vedevamo sempre all’orizzonte erano sprofondate. Nessun suono, il tempo era fermo nei colori sbiaditi.
Cominciavamo ad annoiarci – situazione temibile perché in quei casi al Nandel venivano idee velleitarie e cercava di metterle in atto.
Ma poi, a sorpresa, la guardia più alta, di certo il Comandante o qualcosa del genere, sparò un colpo di pistola nell’aria immobile. Ancora non distinguevamo le persone e i dettagli che formavano la massa oltre la barriera spinata. Non appena l’eco della detonazione si dissolse nella polvere della prateria, il Comandante parlò.
– Sono autorizzato a esprimermi in nome del nostro Stato libero e indipendente e quindi ciò che dirò ha valore di Legge! Voi non potete entrare, qui spazio non ce n’è! Tornate a casa vostra prima che dia l’ordine di aprire il fuoco!
Il Nandel mi guardò come se volesse dirmi che nemmeno lui sarebbe stato in grado di buttar lì un discorso poderoso come quello. La polvere si posò, schiacciata dalle parole. E li vedemmo, finalmente, quelli oltre il confine. Sporchi e seminudi, a migliaia, tutti uguali ai nostri occhi che avevano visto solo visi pallidi e parenti di visi pallidi. Ci credevamo indios, ma erano loro gli indios veri. Quelli piccoli erano certamente bambini, tenuti per mano dalle loro mamme o sorelle, comunque donne, credemmo.
In silenzio cominciarono a sedersi come in un rito, con un tramestio spettrale e alzando di nuovo la polvere. Quando tutti furono seduti, il Comandante parlò ancora.
– Non potete stare qui, figli di puttana! Dovete alzarvi e tornare indietro fino a sparire dalla nostra vista e dalla nostra vita! – urlò, più stridulo che autoritario.
Fin lì mi era sembrato uno scherzo, una commedia. Ma  quando vidi che le altre guardie puntavano i fucili non mi sentii più molto tranquillo.
– Non spareranno davvero… – bisbigliai, cercando conforto nel Nandel e in una delle sue frasi definitive.
Lo toccai su una spalla: – Non dici niente?
– Non lo faranno… – rispose banalmente, senza convinzione.
Era di nuovo calato il silenzio in un vuoto del tempo e dello spazio che spaventava e ammutoliva gli uccelli rintanati tra le foglie dell’acacia solitaria, resistente al vuoto della pianura. Passarono minuti e ore senza che succedesse nulla di nulla. Nessuno piangeva, nessuno parlava, nessuno si muoveva e i respiri erano inudibili, anche i nostri.
Poi, mentre il sole tramontava, uno degli indios si alzò e con un gesto della mano, come a scuola, chiese la parola. Le guardie non si mossero, mentre quell’uomo alto come un re e dagli abiti di un mendicante, senza attendere consensi, cominciò a parlare.
– Come avete potuto sancire che la terra sarebbe stata vostra, la terra che appartiene a sé stessa, come l’aria, la luce, l’acqua, il fuoco? Senza chiedere spiegazioni, voi avete massacrato i nostri popoli per possederla, come bambini che vogliono trattenere i desideri esausti. Avete continuato a pensare che fosse vostra e l’avete consumata fino al fondo, portato via tutto. Poi ve ne siete andati ripudiandola e la terra si è rivoltata contro di noi inaridendo in deserto. L’acqua si è avvelenata e la luce triste dei nostri sguardi ha visto l’aria soffiare malattie, il fuoco bruciare pire di morti. Ci siamo odiati anche tra di noi, aggrovigliati nella fratellanza perduta, nella discordia velenosa, nella solitudine implacabile. Rivogliamo la libertà e non siamo qui per portarla via a voi, ma per perdonarvi e ricominciare…
Bang!
Il Comandante aveva sparato davvero, cazzo.
Mentre il Re Mendicante cadeva con il rumore e la maestosità di un albero, gli altri si alzavano come una foresta e nel crepitare di altri flebili spari travolsero le guardie. Ci passarono accanto spostando aria di fiume in piena. Mi aggrappai alla mia bicicletta stesa a terra come a un cavallo morto e non mi mossi per ore, con gli occhi chiusi, fino a quando le orecchie tornarono a sentire il canto terrorizzato degli uccelli. Aprii gli occhi: il paesaggio notturno era limpido come dopo una grandinata; il Nandel, in piedi, sembrava cercare l’orizzonte ma quando osai guardargli il volto vidi che piangeva.
Dopo un tempo indefinito e denso di afflizione, raccogliemmo le biciclette e al passo attraversammo quella che prima era una frontiera. Aggrovigliate nel filo spinato divelto e sparpagliate a bucare il buio di una terra diventata di nessuno, le divise delle guardie vestivano solo polvere australe, come se il diritto supremo ne avesse cancellato i corpi. Il Re Mendicante, intatto nelle sue fronde, era disteso di fianco all’uniforme del Comandante e sembrava che ne tenesse la mano invisibile per attraversare quella notte dove gli uccelli non dormivano più, le bombillas del mate si erano frantumate e noi avevamo perso la parola.

 

Autore: libertario2016

Scrittore, giornalista, blogger. giorgiogene@bluewin.ch

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