La carriera di un chierichetto

La cosa finì attorno agli undici anni, quando fui sostituito come capo di gabinetto da uno di otto. Senza dibattito e senza motivo. Mi sembrava di essere sempre andato bene e che mi meritassi l’investitura a vita come chierichetto. Il prete mi aveva reclutato attorno ai sei anni per intercessione di mia madre che l’aveva conosciuto tempo prima per avere sposato suo fratello e cresimato un paio di nipoti. Era arrivato in paese a sostituire un cericreverendo libertario e donnaiolo (ma di questo splendido connubio seppi solo quando avevo già cominciato a capire qualcosa, attorno ai vent’anni). Questo qua, invece, quello del reclutamento intendo, a pensarci adesso di donne e ribellione non se ne intendeva.
I miei cinque anni al servizio della chiesa si possono riassumere così, tra momenti di tensione o interminabile noia, combattuti a suon di pensieri impuri o tentativi di impedire il riso. Eravamo solo in due a fare i chierici, il Nandel e io, che di religione e fede non ci importava e non ne capivamo niente, anche perché nelle nostre case di dio e derivati non sentivamo mai parlare. Solo i nonni, anzi, le nonne ci redarguivano ad ogni bestemmia. Per il resto, niente. Ma servire messa era qualcosa di importante: noi su all’altare a fare avanti e indietro ai comandi del prete, i fedeli sulle panche come armenti in stalla; noi in cotta bianca, loro coi vestiti di tutti i giorni. Normale che ci considerassimo superiori alla massa. Ma avevamo addosso gli occhi di tutti e al momento di trasportare le ampolle del vino, per esempio, il terrore di inciampare e romperle era totale. Suonare il campanello era meglio, più o meno funzionava e scrollavamo fino a che il prete ci faceva cenno di piantarla. Anche far girare l’incenso non era male, bastava solo resistere alla tentazione di far fare il giro della morte al turibolo. Ma le ampolle, guai. Nei giorni dei funerali o delle messe importanti, ci facevano mettere delle sottocotte che partivano dalle ascelle e arrivavano ai piedi, nere o rosse e sempre pronte per l’inciampo: il tragitto dall’armadietto del vino fino all’altare era un supplizio di mani tremolanti e animo sconvolto.
Non potevamo ridere e ci scappava sempre, specialmente quando c’era la fila per la comunione e sapevamo che le bocche sarebbero state ruminanti e composte in modo orribilmente comico. Io pensavo in quei momenti alla morte di Stanlio e Ollio (erano già morti da tempo, ma non lo sapevo dato che li vedevo in grande forma alla televisione) e provavo a intristirmi da solo. Occorreva ovviamente non guardare il Nandel, nemmeno di striscio, altrimenti l’antidoto non funzionava.
Ci facevano portare anche la croce nelle processioni, un lungo bastone di legno con tutto il peso del ferro in cima, che a volte calava come una lancia non più trattenuta dalle nostre gracili braccia. A quel punto saltava sempre fuori qualche adulto dalla processione che la prendeva al volo prima che si sfracellasse a terra. Micidiali, per la questione della proibizione al ridere, erano le benedizioni ai defunti, con tutti quei parenti e conoscenti del morto intruppati nel salotto buono e in camera, le cui facce assumevano in quel preciso istante una compunzione tale da assurgere a comicità irrefrenabile. Questa del segnare i morti era una cosa che cominciava ad agitarci mentre partivamo da casa e ci raccontavamo cose sul morto stesso o sui parenti, concluse sulla porta della chiesa con l’immancabile frase: A devom vardass i pei e mai in fascia (Dobbiamo guardarci i piedi e mai in faccia). Transitare poi tra due ali di persone in attesa di entrare in corteo, a passi lentissimi, dietro il prete che pregava e la macchina del becchino, a sentire dietro i singhiozzi dei parenti e il rumore strascicato delle scarpe, beh: era un inno alla comicità e una sfida definitiva alla capacità di resisterle.
A pensarci oggi, devo dire che siamo andati bene, tutto sommato senza ridere tanto.
Tranne quella volta, fatale.
In ginocchio ad aspettare la comunione, compunti, con cotte e vesti e tutto l’armamentario a posto, col Nandel ci scambiavamo frasi sussurrate per ingannarci a vicenda e costringerci al reato del riso (c’era questa bastardaggine che a volte metteva a dura prova la nostra solidarietà). Il prete si avvicinò e con voce melliflua disse: Il corpo di Cristo. A me scappò una scoreggina da bambini, prut, niente di più. Tutto rosso guardai il Nandel: era serissimo con lo sguardo fisso in avanti. Scoppiai a ridere e il prete mi mollò un ceffone. Forse fu in quel momento che cominciai a perdere le elezioni come chierico a vita, anche se poi andai avanti qualche altro po’. Fino a quando arrivò quello di otto anni, pallido come un cadavere, e in tre mesi conquistò il mio scranno. Mi dimisi senza nessuna comunicazione e il Nandel fece lo stesso per connivenza, tanto non ci divertivamo più a far finta di capire dio in cambio della comicità dei fedeli vivi e morti.

gene

Postilla
Ié scià!
Cic

Trent numero 66

Un ragazzo di vent’annialexander-arnold
figlio della sua città
nel suo abito scarlatto
che fa finta di lasciare
il pallone al suo compagno
e come fulmine imprevisto
torna invece sui suoi passi
e tira al cuore dei rivali
disattenti da chissà
dove attento e solo aspetta
un gigante figlio d’Africa
che la calcia nell’oblio
di quell’angolino vuoto
che di ruggito si riempie.
Io vorrei che voi guardaste
e poi guardaste ancora
per capire come può
la grande idea
di un solo istante
impressionarsi
in tutti gli occhi
in tutti i cuori
in tutti gli anni
che verranno

gene

Postilla
7 maggio 2019, ore 22.45 circa. Liverpool – Barcellona, quarto gol di Origi su assist da calcio d’angolo di Alexander-Arnold. Come da bambini
g.

I ribelli d’Araucania

copertina viceversa

“È una fuga in bicicletta all’insegna dell’entusiasmo giovanile la favola di Giorgio Genetelli che riflette sulla tragicità delle etichettature del mondo contemporaneo”.

Viceversa letteratura 13 – Maggio 2019

Edizioni Casagrande

 

 

Stavamo ancora al di là del bene e del male, il Nandel e io, in quei posti dell’infanzia dove la crudeltà e la tenerezza confondono i territori. Ma era diventato difficile scansare i grevi discorsi sulla decadenza del mondo e sulle dimenticanze di dio. Aspettavamo solo il giorno buono per scappare dai quesiti senza allegrezza, ormai indigesti anche per due dodicenni come noi che ancora ignoravano il flagello dei ricordi. I nostri vecchi compagni di villaggio non trovavano risposte alla presunta e, per loro, sventurata fine del paradiso. Lasciavano che le case cadessero a pezzi nella gramigna delle strade e che le loro risate di un  tempo si strozzassero nella lamentela ignava degli sconfitti senza battaglia.
Il Nandel e io avevamo preparato il nostro esodo; quando partimmo in bicicletta non ci presero sul serio e non ci seguirono, impigliati in retroguardia, per pavidità o per la sciocca idea che tutto sarebbe tornato come prima. O come ricordavano che fosse, ingannati dalla malinconia della memoria.
– Aggrappàti ai vecchi tempi, per portarseli all’inferno. Vamos! – disse il Nandel, volgendosi indietro con un’espressione matura che non gli conoscevo ancora, lui che fino al mattino stesso declamava fumetti.
Ci avviammo con poca roba negli zaini, l’acqua per il mate e le coperte sui portapacchi. I sandali calafatati, i vestiti freschi, le menti sgombre e tese alla sopravvivenza. Non sapevamo se ci fosse, dove stesse e quanto lontana bisognasse cercarla, ma la terra libera ci aspettava da qualche parte, anche se non ce l’aveva promessa nessuno. Ingabbiati dalla nostalgia e dalle fandonie che la politica alimentava come il vento della pianura fa con le fiamme, quando s’accorsero della nostra assenza eravamo già lontani, sull’onda della brezza che si mise a spingerci appena scomparsa l’ultima casa del villaggio.

Lo scopo del viaggio – la scoperta di terre e genti meno noiose – venne subito messo da parte per le eroiche distrazioni della strada: sassi vampiri alberi fiumi castelli baratri canyon pareti montagne nevi. E ancora: arance pomodori ombra sole vento acqua libertà. In quella utopia che stava certamente oltre l’orizzonte basso e lontano, l’elenco delle cose da immaginare vedere fare era vasto come il cielo e, come il cielo, fatto d’aria. Ci entrava nella bocca aperta dall’impeto e ci sfaragliava i pensieri.
Il Nandel sapeva corredare il mondo come nessun altro: gauchos pistoleri cavalcate cavalli soldati barche plotoni avventure. Andavamo talmente in fretta ed eravamo così leggeri che le biciclette filavano a un millimetro da terra e non si bucavano mai. Cadevamo di rado. Le strade sterrate erano inghippi che noi infagottavamo nell’incoscienza corsara dei puri e per fermarsi bastava rallentare e mollare i mezzi al volo sul ciglio della prateria. Non si rompeva niente e in quel punto scaldavamo l’acqua per il mate con il fuoco della sera. Tra le coperte stese sulla terra nuda, afferravamo la notte con il gioco delle parole a catena: bivacco costone neve veleno noce cerbero…
– E che vuol dire cerbero?
– Una specie di guardiano con mille occhi, o mille teste, non so.
… cerbero rottame mela lama mago goniometro…
– Finisce con “tro” o con “ro”?
– “Tro”.
… goniometro… troia!
Risata. Ma parole che cominciavano con “ia” non ce ne venivano e facevamo spazio al sonno.

Incontrammo altri poveri della terra che sedevano su pietre calcinate o si nascondevano in buche di sabbia. Nessuno volle seguirci, come se fosse più accettabile il rintanarsi del viaggiare a istinto. In un villaggio udimmo da una radio scassata appoggiata sulla soglia di una catapecchia la voce del Presidente che cercava di trovare un imperio tra i fischi e le scatarrate dell’apparecchio.
– La nostra civiltà – pruuut  – minacciata dall’invasione di stranieri. È meglio che vadino via – fiiiiiiiiiiii  – che tornano da dove sono venuti. Sbarreremo le frontiere, manderemo l’eser – fiiiiii  – Non porta niente a essere buoni con chi viene a casa nostra – pruutfiiiii – farsi mantenere…
Bang!
Un vecchio sparò alla radio. Ma tanto non avevamo capito una merda.
Ci allontanammo a pedalate adrenaliniche e chiedendoci se le frontiere fossero sbarrate anche per noi che stavamo ancora dentro e volevamo andar fuori.

La polvere sollevata dal vento e dalle ruote in quella specie di Pampa era penetrata nei pori delle nostre facce da indios e quelli che incontravamo ci guardavano con l’incredulità con cui si guardano i fantasmi.
– Speriamo che non ci sparino – confidai al Nandel.
– Niente paura amigo: prima che tolgano la sicura ai ferrivecchi noi saremo già oltre i loro occhi spenti.
Il Nandel era così bandolero da fugare ogni esitazione con le sue letture di frontiera. In effetti, non ci avevano ancora sparato addosso, ma mi restava qualche dubbio in merito agli agguati, troppe volte funzionanti sulla carta dei fumetti. Anche se in fondo: a chi importava di noi due, ammesso che il nostro viaggiare fosse noto? Chi ci aspettava o ci cercava oltre, forse, alle nostre famiglie lasciate indietro di mille chilometri ormai?
Però facemmo ugualmente una conta dei possibili avversari. Soldati poliziotti preti mamme ladri esaltati maestri missionari donne guerriglieri pirati puma avvoltoi serpenti guanachi…
– Sicuro che i guanachi ci vogliano male?
– Non so, ma è meglio calcolarli, credo.
– Va bene. Altri pericoli?
– Qualche animale piccolo, che so, volpi o furetti. Poi basta.
In fin dei conti, andava bene, a parte la fame. Già, la fame che il mate sopiva per ore ma che ci attanagliava la sera, quando poche bacche e qualche insetto illudevano lo stomaco.

Lanciati al galoppo, chini sui manubri a divorare lo spazio, un mattino imprecisabile quasi sbattemmo addosso a una fila di guardie schierate davanti al filo spinato. Il confine. Ci davano le spalle e non ci scorsero. Ci acquattammo dietro a un masso e allora vedemmo: oltre la linea di sbarramento stagnava una moltitudine informe di persone. S’alzava polvere senza che quasi niente si muovesse. Il panorama era completamente piatto e le montagne che vedevamo sempre all’orizzonte erano sprofondate. Nessun suono, il tempo era fermo nei colori sbiaditi.
Cominciavamo ad annoiarci – situazione temibile perché in quei casi al Nandel venivano idee velleitarie e cercava di metterle in atto.
Ma poi, a sorpresa, la guardia più alta, di certo il Comandante o qualcosa del genere, sparò un colpo di pistola nell’aria immobile. Ancora non distinguevamo le persone e i dettagli che formavano la massa oltre la barriera spinata. Non appena l’eco della detonazione si dissolse nella polvere della prateria, il Comandante parlò.
– Sono autorizzato a esprimermi in nome del nostro Stato libero e indipendente e quindi ciò che dirò ha valore di Legge! Voi non potete entrare, qui spazio non ce n’è! Tornate a casa vostra prima che dia l’ordine di aprire il fuoco!
Il Nandel mi guardò come se volesse dirmi che nemmeno lui sarebbe stato in grado di buttar lì un discorso poderoso come quello. La polvere si posò, schiacciata dalle parole. E li vedemmo, finalmente, quelli oltre il confine. Sporchi e seminudi, a migliaia, tutti uguali ai nostri occhi che avevano visto solo visi pallidi e parenti di visi pallidi. Ci credevamo indios, ma erano loro gli indios veri. Quelli piccoli erano certamente bambini, tenuti per mano dalle loro mamme o sorelle, comunque donne, credemmo.
In silenzio cominciarono a sedersi come in un rito, con un tramestio spettrale e alzando di nuovo la polvere. Quando tutti furono seduti, il Comandante parlò ancora.
– Non potete stare qui, figli di puttana! Dovete alzarvi e tornare indietro fino a sparire dalla nostra vista e dalla nostra vita! – urlò, più stridulo che autoritario.
Fin lì mi era sembrato uno scherzo, una commedia. Ma  quando vidi che le altre guardie puntavano i fucili non mi sentii più molto tranquillo.
– Non spareranno davvero… – bisbigliai, cercando conforto nel Nandel e in una delle sue frasi definitive.
Lo toccai su una spalla: – Non dici niente?
– Non lo faranno… – rispose banalmente, senza convinzione.
Era di nuovo calato il silenzio in un vuoto del tempo e dello spazio che spaventava e ammutoliva gli uccelli rintanati tra le foglie dell’acacia solitaria, resistente al vuoto della pianura. Passarono minuti e ore senza che succedesse nulla di nulla. Nessuno piangeva, nessuno parlava, nessuno si muoveva e i respiri erano inudibili, anche i nostri.
Poi, mentre il sole tramontava, uno degli indios si alzò e con un gesto della mano, come a scuola, chiese la parola. Le guardie non si mossero, mentre quell’uomo alto come un re e dagli abiti di un mendicante, senza attendere consensi, cominciò a parlare.
– Come avete potuto sancire che la terra sarebbe stata vostra, la terra che appartiene a sé stessa, come l’aria, la luce, l’acqua, il fuoco? Senza chiedere spiegazioni, voi avete massacrato i nostri popoli per possederla, come bambini che vogliono trattenere i desideri esausti. Avete continuato a pensare che fosse vostra e l’avete consumata fino al fondo, portato via tutto. Poi ve ne siete andati ripudiandola e la terra si è rivoltata contro di noi inaridendo in deserto. L’acqua si è avvelenata e la luce triste dei nostri sguardi ha visto l’aria soffiare malattie, il fuoco bruciare pire di morti. Ci siamo odiati anche tra di noi, aggrovigliati nella fratellanza perduta, nella discordia velenosa, nella solitudine implacabile. Rivogliamo la libertà e non siamo qui per portarla via a voi, ma per perdonarvi e ricominciare…
Bang!
Il Comandante aveva sparato davvero, cazzo.
Mentre il Re Mendicante cadeva con il rumore e la maestosità di un albero, gli altri si alzavano come una foresta e nel crepitare di altri flebili spari travolsero le guardie. Ci passarono accanto spostando aria di fiume in piena. Mi aggrappai alla mia bicicletta stesa a terra come a un cavallo morto e non mi mossi per ore, con gli occhi chiusi, fino a quando le orecchie tornarono a sentire il canto terrorizzato degli uccelli. Aprii gli occhi: il paesaggio notturno era limpido come dopo una grandinata; il Nandel, in piedi, sembrava cercare l’orizzonte ma quando osai guardargli il volto vidi che piangeva.
Dopo un tempo indefinito e denso di afflizione, raccogliemmo le biciclette e al passo attraversammo quella che prima era una frontiera. Aggrovigliate nel filo spinato divelto e sparpagliate a bucare il buio di una terra diventata di nessuno, le divise delle guardie vestivano solo polvere australe, come se il diritto supremo ne avesse cancellato i corpi. Il Re Mendicante, intatto nelle sue fronde, era disteso di fianco all’uniforme del Comandante e sembrava che ne tenesse la mano invisibile per attraversare quella notte dove gli uccelli non dormivano più, le bombillas del mate si erano frantumate e noi avevamo perso la parola.

 

Il Bandereta

Si muove il giusto, il Bandereta, preciso. Occhi attenti al gioco, orecchie aperte albandiere_cielo pubblico sparuto assiepato dietro di lui. Nel quale c’è il nipote al quale, al ventiduesimo del primo tempo, spaccato, ordina di portargli una birra, quella da mezzo però (mezzo litro). Il Bandereta si ristora quattro volte a match: al fischio d’avvio, a un quarto, a metà e all’ultimo quarto. Totale finale, due litri. I bianchini delle dodici e trenta non contano e dopo, nella sera, è libero da impegni agonistici e si riempie come gli garba. La divisa non è ufficiale, nell’ultima serie il compito è volontario e lui è lì da trent’anni, imperterrito e esperto. Gli è capitato di dirimere situazioni complicate, colpendo qualche giocatore riottoso col manico della bandierina, ma normalmente gli basta la sua allure per calmare gli animi. Il nipote gli porta la birra che lui tracanna per metà dopo aver sbandierato un fuorigioco (opsai, nella lingua locale) piuttosto inesistente ma che nel dubbio si segnala sempre, per stare un po’ nel vivo della contesa.

Alla pausa non discute con il pubblico, che considera superficiale e/o ottenebrato dalla parzialità. Nel secondo tempo, finita la seconda birra, attende gli sviluppi facendo ampi cenni d’intesa all’arbitro, che però non raccoglie ma fa niente. Appena prima dell’ordinazione della quarta birra, attorno al ventesimo quindi, entra in campo per sedare un parapiglia menando fendenti dimostrativi. Trafelato, aspetta lo scoccare dell’ultimo quarto e ordina al nipote. Tracanna, ripone la bottiglia mezza vuota contro la staccionata e si perde il gol decisivo, che tenta di annullare per un fallo mai commesso da nessuno. L’arbitro convalida e allontana il Bandereta. Un’onta mai subita. Se ne va con l’attrezzo sotto braccio, mormorando parole incomprensibili. Passa al negozio, si compra un cartone di birre e se le scola a casa, offesissimo. Non segnalerà più niente per sempre, nemmeno di sentirsi male prima di morire.

gene

Postilla
Fedeli alla linea
g.