Un venticinque d’aprile

anarch

È un bel giovedì, il mattino risciacquato dalla pioggia di ieri, l’aria che sembra cadere dalle nubi che ancora resistono. Ilio, Cesare e Marilena, in tre dietro a un masso sulle alpi Apuane. La terra è fragrante, li avvolge di profumi, come per un ultimo riparo.
– Ci avresti creduto che ci saremmo ritrovati proprio qui a sparare? – chiede Cesare a Ilio.
– Proprio noi che abbiamo sempre vissuto per la pace ergendo queste montagne a simbolo di libertà… No, non ci avrei mai creduto – risponde Ilio mentre controlla la culatta.
Marilena, che sta scartando dal giornale un pezzo di pane di tre giorni, ma ancora fresco grazie alla tecnica dell’incartamento, alza la testa e dice:
– È che le cose sono andate troppo avanti. Non è bastata quella guerra dell’altro secolo, la prosperità, la libertà di pensiero, la democrazia. Una volta persa la memoria di Ventotene, della Brigata Lucetti, della bandiera anarchica sul campanile di Pistoia, della Cooperativa del Partigiano a Carrara, abbiamo pensato che non servisse più niente. E così, dal niente, siamo qua. A farci ammazzare.
– Non è ancora detto – obietta Ilio.
– Io sono qua per ammazzare gli altri. Poi se ammazzano me, viva l’anarchia e ciao fratelli e sorelle – aggiunge Cesare con quel suo sorriso stanco.
Fischia una pallottola. Hanno tirato da lontano, lo sparo arriva fioco e un secondo in ritardo.
– Lasciali fare, c’è ancora tempo.
Marilena passa un tozzo di pane ai due. Non è armata, ma ha già detto a Ilio di tenere un colpo per lei, nel caso che.
– Ce l’hanno raccontata tutti i giorni la storia di quei giorni in cui si rinasceva, come se fosse un modo buono per impedire gli orrori del passato. Non è servito a niente. Facciamola finita, se possiamo.
Intanto, da sotto non sparano più.
– Stiamo dando la vita per una società migliore, te la ricordi questa frase che ci ha tenuto in piedi? Per i vivi e i superstiti sarà anche peggio. Quindi…
Marilena col pane ancora in mano guarda Ilio.
– Quindi cosa? – dice, come se fingersi incredula potesse far guadagnare tempo.
Ma Ilio non risponde, toglie la sicura e Cesare è già pronto.

gene

Postilla
Del 25 aprile 2045 si commemora oggi il 74esimo anniversario
g.

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Araucania

Dove si muovono le prime pedalate di un romanzo che chissà mai se andrà avanti

araucania

(…)
Il primo villaggio apparve in pieno giorno, quando le ombre già rattrappivano sotto le cose, e consisteva in una ventina case col tetto in lamiera, i muri di sassi intonacati col fango e una sola via polverosa che lo solcava. Scendemmo di sella e c’incamminammo bici alla mano. Potevamo vedere: una taverna e un negozio; quattro vecchissimi uomini al centro della via, seduti su cassette di legno all’ombra di un platano, che giocavano a carte; due bambini alle loro spalle; alcune donne accovacciate sulle soglie delle case, a pelare patate o forse a intrecciare lana; qualche cane furtivo di razza indefinita. Oltre il villaggio, si alzavano colline brulle. Ci fermammo accanto al gruppetto.
Soldi non ne avevamo, e chi ci pensava mai ai soldi, ma c’era bisogno di mate, acqua, carne secca, pane, qualcosa. A me servivano un quaderno e una matita, per la mappa. Il Nandel voleva giocarsi una mano a carte come nei film, ma lasciò cadere l’idea poiché non aveva ancora l’anima del baro e la capacità di esercitarla. Forse ci mancava anche la lingua, la loro, noi avevamo solo la nostra, quella infantile. Provai lo stesso.
– Avete da bere?
I vecchi non si mossero, nell’impassibilità che sorge con l’avanzare dell’età e la necessità di non disperdere forze.
Uno dei bambini mi guardò e poi indicò il pozzo, in mezzo alla strada.
L’acqua tirata su con le bombillas del mate era fresca e con un buon gusto di ruggine. Ne bevemmo a sazietà e ci sedemmo appoggiati al muretto del pozzo a guardare il crocchio, avvolti dalla nostra stessa indipendenza. Che durò fino al momento in cui la fame si mise a pulsare negli stomaci. Mi alzai e andai dallo stesso bambino di prima, facendo un gesto orizzontale con la mano all’altezza del ventre.
– Mami, igafam! – gridò a una donna intenta alle patate, che alzando la testa dal suo lavoro ci fece un segno col dito, come se grattasse l’aria.
Legai la mia bici al palo della tettoia davanti alla casa della donna; il Nandel affidò la sua, scaricata dalle carabattole, al bambino del pozzo che, per via delle sue piccole membra inadatte alla dimensione del mezzo, rovinò nella polvere senza riuscire in una sola pedalata. Noi due provammo a restare seri, per questioni di ospitalità e fame, ma poi lo vedemmo infilarsi tra il telaio e ripartire con metodo sghembo ed efficace. Il Nandel si girò lentamente verso di me. – Come i Chiricahua.
– Gniscià canicc – gridò la donna indicando noi, il secchio e agitando due coltelli.
Sbucciammo patate per una mezzora, durante la quale mi si consolidò l’idea che fossimo prigionieri. Dalla porta aperta veniva un profumo di cipolle che “risveglierebbe un morto”, parafrasando dai libri che circolavano incessantemente dentro il Nandel.
La donna cacciò un urlo e quelli delle carte scattarono in piedi come a quindici anni e di corsa ci scavalcarono senza degnarci.
Poi mi toccò una spalla. – Surì maiè lepron – disse indicando il buio dentro la casa e poi invitandoci a ad alzarci. Entrammo coi coltelli in mano, non sapendo che farne. Attraversammo la casa dietro di lei, forse ancora prigionieri, e uscimmo dal retro, nel cortile dove i vecchi delle carte e altri apparsi da chissà dove si erano seduti a una tavola immensa ingombra di pollastri arrostiti e ciotole di riso.
– Apudì setas – disse la donna con tono di comando e indicando due sedie in mezzo a una torma di bambini, compreso quello della bici (ma senza bici però).
In sostanza, mangiammo tanto da torcerci le mandibole, in un frastuono di bocche che impastavano parole e cibo. Sotto la tavola, i cani frantumavano gli avanzi. Galline e galli osservavano  con perplessità, beccheggiando riso cotto in caduta dalla mensa. Senza la minima idea di che ora del giorno fosse, ci addormentammo abbracciati nell’amaca, con un cane placido a scaldarci i piedi.
Ancora adesso non la so descrivere, ma la sento ancora quella canzone che svegliò noi e il cane.

Can nastele lamer
labrusu sense vorei
Ombasin uvà
Onivers ulsavrà
can nastele lamer
famè famè 

Cioè, a svegliarci erano le cento voci di quel canto nel cortile illuminato dal fuoco. Era notte, sottozero, e le parole della canzone incomprensibili. Ma c’era un rapimento nei volti concentrati che rasentava l’estasi. Quando finì, ci fu un lungo silenzio, nel quale si poteva udire il respiro della terra.
Si sedettero attorno al fuoco e le donne servirono zuppa nella ciotola. Ci avvicinammo seguiti dal cane. La padrona di casa, quella delle patate, ci diede una ciotola a testa che riempì di un brodo vaporoso che a me ricordò i minestroni della mia nonna.
– Iepoi epansete – dichiarò un vecchio accanto a noi che si stava sbrodolando con estrema gaiezza.
– Penso, fagioli e pancetta. Come in Arizona – dichiarò il Nandel, che da quei paragoni forse traeva la forza per non guardare indietro, prima di tuffarsi eroico nella minestra.
Quanto a me, ero ancora sotto l’effetto della canzone e rischiai di farmi beffare dal cane, prontissimo ad arraffare la pancetta. Mi fece tenerezza e con la mano nella ciotola a fare setaccio, ne raccolsi una manciata e gliela diedi. La raccolse dalle mie dita con delicatezza. Forse faceva effetto la canzone anche a lui. Non sapevo a che punto della notte fossimo. Quell’intima allegria di persone sconosciute mi sprofondò nella malinconia di casa; tornai nell’amaca senza aver mangiato nemmeno un cucchiaio di minestra e piansi, ma non troppo. Non avevo le difese del Nandel, e non ne avevo ancora di mie contro il mostro del rimpianto. Chissà Anna? Anna era una ragazzina che certamente amavo come si può amare a quell’età, qualcosa a metà tra la superiorità del maschio e la fragilità della gelosia embrionale, quella che ti dici che ormai è finita quando la vedi che si siede al banco di un altro o che nelle passeggiate non si mette al tuo fianco sempre (che poi non andrebbe bene nemmeno questo, la virilità ne uscirebbe derisa dai compagni che, a loro dire, delle femmine non importa nulla). E la mamma? Quante volte avevo pensato che non avrei potuto vivere senza di lei e ora ero lì in quell’amaca, lontanissimo dal suo cuore. Un traditore. Mi mancava anche il papà, i fratelli e le sorelle, le zie, i nonni e le nonne, mi mancava la mia scodella del latte, la sedia, la slitta, il berretto di lana, i libri, la penna, la matita, i fogli, gli alberi, i prati, i soldatini e le biglie. Mi mancava l’odore di casa, del sapone, dei fiori, della scuola, della cantina, delle mele e dell’uva. Mi mancavano le lamentele dalle quali eravamo scappati. Mi mancava anche un futuro.
Poi ricominciarono a cantare, ma non fu come prima e il mio stato peggiorò fino alla misericordia del sonno.
(…)

gene

Postilla
Niente paura amigo: prima che tolgano la sicura ai ferrivecchi noi saremo già oltre i loro occhi spenti
Nandel

La passione

croci

Tre giovani uomini al chiuso di una cella, quasi al crepuscolo. Uno parla.

Il problema sai qual è, Tito? È che domani ci crocifiggeranno e la lezione non servirà: dopo di te si continuerà a rubare per sopravvivere e dopo di me tutte le idee nuove verranno schernite e vilipese. Perfino tu Dimaco, che sei considerato il cattivo più cattivo, pensi che il vederti inchiodato alla croce sterilizzerà la stirpe di quelli come te? Mi chiedo se sia valsa la pena ricercare la bontà nel cuore dell’uomo, il perdono come strada della felicità, l’altruismo come sola ragione; o considerare la povertà come ricchezza, la ricchezza come perversione, la religione come potere maligno, la fede come pane, il pane come conforto.

China il capo e in quella cella si fa buio. Riprende a parlare.

La menzogna e la cattiveria sono solo dell’uomo, l’unico animale che uccide per piacere o per legge divina, l’unico che imprigiona i suoi simili. I romani mi giustizieranno come re dei giudei, ma i profeti dicono che io sono il figlio di Dio e che lui chiede il mio sacrificio per salvare tutti e che io risorgerò. Questo padre che io non conosco, che non ha risposto quando l’ho chiamato, che mi ha lasciato solo di fronte alle tentazioni… La verità è che mi giustizieranno perché sono vagabondo, ribelle, sovversivo, povero, senza casa e senza soldi, senza regno, altro che re dei giudei, un cattivo esempio, e di tutto questo me ne vanto e ne sono felice.

Guarda i due uomini. È notte. Parla di nuovo.

Siete i soli qui con me in queste ultime ore. Mi hanno abbandonato anche i miei amici, fuggiti per paura, nascosti dietro le loro bugie. I sacerdoti attendono domani per festeggiare la mia morte, e della vostra non gliene importerà nulla, solo alle vostre madri, se le avete ancora. Non so chi mi piangerà, ma da parte mia ho un solo rimpianto: separarmi da Maddalena e dal suo amore, dalla dolcezza delle nostre notti. Tutte le parole ribelli sono state spese per dare forma ai miei pensieri e per condividerli con tutti, ma lasciare sola Maddalena e sapere che non vedrò più i suoi seni fecondi e i suoi sorrisi, i suoi capelli nel vento, la delicatezza del suo incedere, il suo tiepido respiro nell’estasi dell’amore, la sua cura, la sua protezione, la sua dolcezza… Questo mi uccide prima di essere morto e non ci sarà resurrezione, ma solo altre croci e altre morti. Voi avrete seguaci, io no. Sarò il solo a fallire e a morire per sempre.

 

gene

 

Postilla
Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?
Gesù di Nazareth

L’Indignato

fuovo

Va bene il vescovo che sogghigna a favore di telecamera mentre si dice distrutto dall’evento, ma il meglio è stato l’architettone con la sciarpa bianca come una sindone che dice che l’incendio di una cattedrale è una mutilazione, come se mi amputassero un braccio. Ha detto proprio così, capito? Poi va bene che sembrino le radici ad essere tagliate o l’anima spezzata, ormai gli esaltati sono dappertutto e dobbiamo sforzarci di tollerare. Perfino Buffon aveva urlato all’anima inesistente di un arbitro, e questi qua di Parigi in ginocchio a pregare come se fossero sotto i bombardamenti. Ma non c’è nessuna guerra in un incendio occasionale, non un morto e neanche un feritino, altro che mutilazione, cazzo. Ah! Vorrei vederlo l’architettone a tirare righe con una mano sola, magari quella buona perché scommetto che se potesse scegliere manderebbe affanculo Muzio Scevola. Tirare il sasso e nascondere il braccio, buona questa eh? E non mettiamola giù dura: lo ricostruiranno quell’ingombro, con i soldi che sono arrivati con la velocità del lampo da certi maneggioni che sfruttano i lavoratori, fregano lo Stato e si fanno pubblicità. E tutti lì a ringraziarli, grazie cari benefattori, fateci un po’ il culo dai, che tanto le banlieu non contano, i contadini s’arrangino e gli altri, il popolo, piange e si inginocchia fedele.

Hai mangiato male?

No, è che ha perso la Juventus…

 

gene

 

Postilla
L’uomo indignato, colui che sempre si strazia e si sbrana con i propri denti
Nietzsche

Pietra su pietra

cattivo

Il cadere di sassi sul tetto di paglia
cento bambini sepolti nel fango
e l’acqua mai vista dal cielo
volto lo sguardo mutilata parola

Il crollare di case sotto le bombe
lo svuotare la pancia del velivolo oscuro
il popolo vivo venduto alla morte
lasciato alla stecca del sole feroce

Il frantumare di ossa ancor vive
la ricerca malvagia di vita
eterna e paciosa per pochi
promossa da candidi camici

Il sopire di speme ed abbracci
in coltri gelate di odio supremo
di sorelle e fratelli il farsi la pelle
nel nome del dio goloso e perdente

L’infuocare di guglie di pietra
gli uni le mani smaniose sull’oro colato
gli altri sulle righe bagnate del viso
a rimpiangere simboli e segni

Le scuole ancora sepolcri
imbiancati di ossa comuni
gli elisir che incrostano vene
mitragliate preghiere di piombo

L’inneggiare a guglie di nuovo sanate
pietra su pietra a toccare la volta
infine dall’alto l’imperare paterno
l’alzata di spalle alle bombe e agli applausi

 

gene

 

Postilla
Sui monumenti che ancora oggi ritraggono gli alti comandanti, bisognerebbe scrivere sotto: “criminale di guerra”.
Ermanno Olmi

Niente al mondo

sedia

Quel mattino aprimmo i portoni del palazzo e fuori c’era solo il brillare dell’aria e il profumo del sole. Ci fece male ai sensi dopo i secoli al buio e al chiuso. I pensieri si liberarono come farfalle, le parole tintinnarono come campanelline di vetro soffiato. Guardavamo le nostre idee danzare tra loro come figli in libertà.

Non c’era nessun essere umano ad aspettarci, e camminando scoprimmo piazze vuote e case disabitate: erano spariti tutti. Ma non solo Platone e i filosofi, Gesù e i ribelli, Guevara e i sognatori, Cavallo Pazzo e gli indomiti, e tutti quelli che erano già morti o uccisi prima, no: erano spariti tutti gli altri, i rivoluzionari bugiardi, i presidenti ignoranti, i dottori incapaci, i giudici corrotti, gli sbirri violenti, i ricchi avari, i grassi famelici, i preti aguzzini, i direttori iniqui, gli amanti traditori, gli amici pavidi, i calciatori egoisti, i cantanti stonati, i maratoneti allucinati.

Di intere categorie dominanti, nella luce e nell’aria di quel mattino non c’erano tracce, dissolte nella sabbia della battigia o dei deserti. Nemmeno l’ombra di professioni vischiose, sterilizzanti, ingannevoli, sfruttatrici, sporche, corporativiste. Erano svaniti i codardi, gli adulatori e i censori, gli indefessi, i proni e i ritti, gli alteri e gli altezzosi, tutti i belli e tutti i glabri, gli asfissianti e i motivatori, i maestri di pensiero e gli uomini soli al comando, i progettisti, gli imbarazzanti, i giusti e i casti, i nostalgici e i sentimentali, i fomentatori, i colonizzatori e i latifondisti col culo degli altri.

Non solo: niente avvelenatori, assaggiatori, profeti, buongustai, cultori, i reggicode al gran completo assieme ai portaborse. Non si vedevano nemmeno quelli che di solito arrivano prima degli altri per il tuo bene: gli assicuratori, i becchini, gli esattori, i giornalisti, i portajella, gli eredi, i parenti inesistenti, i candidati a qualunque cosa, i piazzisti, i testimoni di tutto, i benedicenti, i guru e altri santoni immaginari, più tutti gli ospiti desiderati o no.

Certo, non c’era più la biblioteca, ma di strada in strada erano sparite anche tutte le altre “eca” futuriste: la paninoteca, la discoteca, la vino e la eno, la piadino e la giardino; la cartoteca, la sacroteca (resti di mummie), la videoteca e la radioteca. E le varianti in “ria”: pizzeria, astanteria, carrozzeria, la già immancabile e declinata vineria, porchetteria e salumeria, pesteria, amatricianeria e tutto quanto il mangiabile fatto bello per gli splendidi, i conquistatori, i piacioni, gli accompagnatori, i possessori senza portafoglio, gli esteti del peltro in salotto e gli invernali da giardino, gli sdraiati da lounge, i gaudenti da seggiovia, gli animatori, i tronisti da festival o da concerto, gli occhieggianti da riviera, i professionisti, i dilettanti, i ripetenti e i primi, gli esperti e i tecnici, i sicuri di sé e di te, gli avventori e i parvenu, gli imboscati eleganti, gli invitati cialtroni, gli influenti, gli influenzati e i vescovi in incognito senza mutande.

Nessuno, tutti spariti. Ma si era fatta una certa ora e rientrammo per le medicine.

 

gene

 

Postilla
Spazio meno un miliardo di inutilità fratto mille uguale felicità
g.

Diversità

gorigol 6

Dove si ragiona precisamente sui propri vestiti

Mi chiamo Meo ma non ho bisogno di dirlo ad alta voce, tanto lo so che mi chiamo così. Mi piacciono i miei vestiti che sono tutti uguali: scarponi, pantaloni, canottiera, dolcevita e giacca, a volte con sciarpa o cappello, o tutte e due assieme, magari per pochi minuti. Ho delle preferenze sui colori, ma variano e non sto lì a insistere. Sono però intransigente sulla forma: devono essere stretti e ben allacciati. Le scarpe sono il problema maggiore, ma per fortuna da alcuni anni c’è un modello leggero di scarpone da trekking ed è perfetto per i miei piedi che necessitano di plantari. La sola variante è stare a piedi nudi, anche per strada, se capita che ne abbia voglia. Coi pantaloni ho fatto alcune caute deroghe e ora mi vanno bene anche i jeans, mentre prima adottavo solo e sempre dei pantaloni di tela verde e solo in seguito ho consentito anche il grigio in molte varianti, o il nero. Le canottiere sono sempre state nere con righine rosse ai bordi, ma ora le metto anche grigie. I dolcevita, pure loro verdi per lungo tempo, ora sono neri, blu scuro o grigi, uno addirittura bianco, ma l’importante è che mi fascino bene il collo e mi aderiscano al corpo e alle braccia. La giacca da qualche anno può variare, ma in pratica ne uso sempre e solo una alla volta, anche per un paio di anni, ben allacciata fino all’ultimo bottone sul collo. Dimenticavo: odio i boxer, mi piacciono solo gli slip, quasi sempre grigi (ne ho uno celeste, ma di riserva). Soprattutto, niente pantaloncini o t-shirt. Ma non è completamente vero: al mare o in piscina metto il costume, ma capita tre volte all’anno. L’estate scorsa le canottiere erano tutte inutilizzabili e mi sono convinto a mettere una t-shirt azzurra con lo stemma di una squadra di calcio, ma per poco, il tempo di una decina di calci al pallone. Ultima cosa, per ora, sull’abbigliamento: quando fa caldo d’estate sto a torso nudo, anche al bar se capita. A proposito di bar e ristoranti: mi piacciono dopo che mi sono abituato alla presenza di persone sconosciute, anche se i bambini mi mettono sempre un po’ di agitazione e quando piangono vado in panico perché penso che siano feriti o muoiano.

gene

Postilla
La diversità procede verso l’amore
g.