#3 – 2023 – Speciale Elezioni

maschera

Come sempre, ogni quattro anni e da che la democrazia cominciò a esistere, a due mesi dalle elezioni piombava il Carnevale. Nel Novecento le allegorie satirizzavano i politici e i fattacci dei politici. Tutto si squinternava sotto i lazzi della follia, la città era preda per cinque giorni degli spiriti improvvisamente liberi. Nulla di organizzato, tutto lasciato al disordine e all’inventiva che, si sa, vanno di pari passo.
Passati i Duemila, i politici cominciarono a pensare che la derisione e il sarcasmo del popolo ai loro danni potessero essere volti a favore. In punta di piedi, si vide qualche onorevole fare il galante in mezzo all’uragano, poi qualche altro con un cappello luccicante in testa. Il sindaco di turno cominciò a fare discorsi d’apertura dei bagordi raccattando briciole di senso dell’umorismo e consegnando in fretta e furia le chiavi della città al re del carnevale, scomparendo subitissimo nel suo amato grigiore.
Arrivò il capo della polizia, questo qualche annetto dopo, anche lui intento a far ridere nelle vesti di organizzatore, senza esiti lodevoli sul piano della comicità. Il re, suo amico, accolse la richiesta di controllare un po’ la massa folleggiante e indisciplinata. Circoscrissero la città del carnevale con reti da pollaio.
Intanto i politici principiarono a essere ospitati sui carri, nei cortei, nel comitato. La polizia chiuse del tutto gli accessi invitando alla morigerazione (pena questo e quello), il cosiddetto “divertirsi sì, ma con testa”, motto impraticabile per i ribelli degli anni Settanta, ma condiviso dai vecchi vecchi e dai giovani vecchi. A quel punto, i politici lottizzarono gli interventi ufficiali vestiti da polli o da somari, protetti dai poliziotti vestiti da gendarmi e applauditi dal servo vestito da re.
Il popolo, ormai pagante, perdeva inventiva a tutto spiano e addirittura plaudiva alle parole dei politici che si riversavano come melassa dai palchi. Tutti bevevano senza domande.

Il carnevale del 2023, a due mesi dalle elezioni, fu una grande kermesse.
Gli slogan ridanciani.
“Divertitevi e poi votate me che sono il numero tre”.
“Spendete tanto e bevete il giusto”.
“Oggi è lui il re ma domani sono me”.
“Prima i mostri”.
“Ma il cielo è sempre più blu, votateci”.
Insomma, cose da sbellicarsi.
Arrivò aprile e, mentre i candidati fremevano nelle loro sedi pavesate come a carnevale in attesa di plebisciti a favore, grazie anche all’indefesso presenziare nelle feste organizzate e controllate, non votò nessuno. Sul cancello del palazzo un cartello:
Astensione sì, ma con testa.

gene

Postilla
Il mentitore a cui si ritira la propria maschera prova la stessa indignazione che se l’avessero sfigurato
Jean Rostand

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#2 – 2023 – Speciale Elezioni

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Il Parlamento non decise poiché di lì a due mesi ci sarebbero state le nuove elezioni e nessuno se la sentì di ipotecare il futuro degli eletti. La questione era quella di innalzare la paga minima dei lavoratori a 21 franchi all’ora, votata e accettata dal popolo nel 2015 e già rimandata quattro anni prima dal Parlamento per la stessa questione dei nuovi eletti. In questo lasso di tempo, la massa dei lavoratori aveva perso circa 10 milioni di franchi, mentre i vecchi eletti trombati dal voto avevano già incassato una pensione globale di circa 20 milioni di franchi. I padroni avevano risparmiato circa 30 milioni, dato che nel frattempo, e in attesa, avevano diminuito le paghe. Lo stato aveva perso 10 milioni di contributi, senza contare il sommerso.
Nei due mesi di campagna elettorale che seguirono, i candidati di destra gongolavano per l’insuccesso della proposta e quelli di sinistra ricalcolarono la paga oraria e decisero che forse era meglio proporre, in caso di elezione, di abbassare la paga minima a 19 franchi all’ora. I lavoratori, per il terrore di non ottenere nulla, proposero addirittura 18.
Quando si insediò il nuovo Parlamento, gli eletti di destra furono 77 e quelli di sinistra 3, di cui due di provata fede cattolica. I padroni proposero allora una paga di 15 franchi all’ora e il Parlamento decise, dopo infinitissime discussioni nelle commissioni, di proporre 10 franchi all’ora.
Ma a quel punto, passati altri tre anni, e con l’avvento di lavoratori dal Terzo mondo, i padroni imposero un massimo di 5 franchi all’ora, paga concorrenziale con quella dei paesi limitrofi. Il Parlamento, in ossequio, ne propose 2, dopo infinitissime discussioni nelle commissioni. I lavoratori, atterriti, dissero che andava bene 1.
Allora, a un niente dalle nuove elezioni, i padroni decisero che sarebbe stato giusto lavorare gratis. Il Parlamento, in ossequio ossequioso, a due giorni dall’insediamento dei nuovi eletti, decise a velocità supersonica che per poter lavorare ognuno avrebbe dovuto pagare 5 franchi all’ora (crepi l’avarizia) al padrone. I padroni, il giorno dopo, furono d’accordo per 7, magnanimi.
I lavoratori avevano però risparmiato un po’ e il mattino del giuramento di fedeltà allo Stato del nuovo Parlamento spianarono fucili lubrificati e nuovi di zecca.

gene

Postilla
È accaduto così in tutte le epoche del mondo che alcuni hanno lavorato e altri hanno, senza lavoro, goduto di una gran parte dei frutti. Questo è sbagliato, e non deve continuare.
Abraham Lincoln (l’altro ieri, n.d.r.)

2023 – Speciale elezioni

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Erano i giorni che precedevano le elezioni, la città era in fermento e pronta a delegare la sua amministrazione a chi avrebbe ritenuto più meritevole. I candidati propugnavano idee e promesse che potessero promuovere soprattutto sé stessi ma garantendo fedeltà agli elettori. Parlavano a pance e cuori di benessere e lavoro, di giustizia e sviluppo. E di territorio.
Dobbiamo salvare le campagne, disse uno.
Ma con criterio, rispose un altro.
Bisogna fermare l’espansione del cemento, ribadì un terzo.
Si deve incrementare l’edilizia, obiettò un quarto.
Occorrono limiti alle zone edificabili, annunciò il quinto.
Ma non vincolanti, precisò il sesto.
Ricordiamoci del turismo, gridarono in coro.
Tutti furono d’accordo di andare avanti come sempre, a concedere licenze edilizie in veste pubblica e a coltivare vigneti per lucidare la coscienza privata. La natura prima di tutto ma con parsimonia, conclusero, pensando che fosse il modo migliore per vincere le elezioni. Poi si sarebbe visto cosa fare.

Furono quasi tutti eletti, per non far torto.
Poi.
Venne il cinghiale e rivoltò i vigneti.
Venne il lupo e divorò il cinghiale.
Venne l’uomo e ammazzò il lupo.
Si applicarono soluzioni.
Tornarono i vigneti, ma meno di prima così da non attirare un altro cinghiale.
Più campagna e prati, più posto per nuove case e alloggi per turisti.
La città si allargò fino ai vigneti e poi li ingoiò, cominciando a salire la montagna abbattendo alberi.
Tornò un altro cinghiale incazzatissimo e in assenza di vigneti rovesciò tutti i cassonetti della spazzatura.
Tornò un altro lupo che, sorpreso da tanta grazia, divorò l’altro cinghiale direttamente in piazza, tra qualche applauso sparuto.
Però, i cittadini e le cittadine si barricarono in casa aspettando i delegati coi fucili debitamente registrati.
Ma i delegati erano già fuggiti nel nuovo resort sulla montagna e in breve furono accerchiati dai lupi di tutto il mondo, assetati di vendetta.
La città, senza più gestione, cominciò a crollare.
Le cittadine e i cittadini persero tutto e si ritrovarono in strada tra le macerie. I turisti non vennero più. I grotti non avevano salame, i supermercati si riempirono di cinghiali che si spartivano golosamente le scatolette e la passerella sul lago fu avvolta dalle alghe.
Attorno ai fuochi si aguzzarono bastoni, come spiegò il solo delegato sopravvissuto, eletto a Capitano.

Poi.
Venne un cinghiale.
Eccetera.

gene

Postilla
Ridatemi quelle aspre solitudini | Di rovi e sterpi, asilo della belva. | Quello è il mio vero regno, impareggiabile: | Questa corte al confronto è tetra selva.
Richard Adams

Un giorno a Berna

La Capitale è inondata di sole, gli spruzzi vanno dappertutto e le ombre sono ovunque e lunghe. La primavera si annuncia, ma senza fretta, come quei due che giocano a scacchi nella piazza e a ogni mossa sentono di potercela fare e si stuzzicano a vicenda in una lingua venata dai Balcani. Scendere le mura con il tram fino a quel che resta della campagna, dove c’è lo stadio, la fiera, la patinoire e un senso di pace. La luce è anche dentro l’enorme catino dello Stade de Suisse (finalmente un bel nome tra le mille concessioni alla pubblicità) che è ancora quasi vuoto ma quando la partita comincerà sarà quasi pieno. C’è passione e compostezza in questo popolo giallonero, qualcosa di federale, e anche la massa avversaria biancoceleste in cima a sinistra si infiamma ma quasi educata, o almeno rispettosa. Del resto, lo Young Boys giallonero è una squadra di campioni che comanda il campionato senza flessioni e provando sempre a giocare bene.
Comincia la partita e anche lo Zurigo biancoceleste vuole giocar bene. Sono due club storici del calcio svizzero, hanno vinto titoli e coppe, ma ogni volta il passato non conta e allora vanno a testa bassa, con un gioco quasi innocente, venato d’Africa e Oberland. Il sole si ferma ancora un attimo in una sottile striscia di verde, poi abbandona il campo e si apposta sulla tribuna est a godersi la giornata. Le squadre si assaltano, ma il gol non arriva. Il dieci biancoceleste è Tonino, un latino che a Zurigo ha trovato il suo posto sul campo, appena dietro la linea d’attacco. Tonino ha la palla buona, se la inventa lui con un gioco di prestigio che poi gli scoppia tra le mani come un palloncino quando la tira addosso al portiere giallonero.stade de suisse 2019
Nel secondo tempo i gialloneri rompono gli argini con avanzate d’ariete incuranti della tattica, trascinati da un ragazzo che si chiama Fassnacht, che sarebbe più o meno carnevale. A un certo punto questo artista ferma sul piede una palla che arriva dal cielo. In piena corsa. Spinto da un avversario. È una sublime piccola cosa tra le sgroppate di Nagamaleu, un Cavallo Pazzo del Camerun, e i trucchi ivoriani del minuto attaccante Assalé.
Arrivano i gol gialloneri, due inevitabilità, segni conclusivi di un giorno speciale, dove il calcio è ancora l’invenzione umana più bella. Al crepuscolo, il tram riporta tra le mura un popolo contento, che è una bella cosa intanto che si aspetta la primavera.

gene

Postilla
Il gioco dissolve amarezze
g.