Arpad e Simon

libertario2016

shoah
Non posso zoppicare altrimenti cado e mi viene da ridere, spiega Arpad con un filo di voce. Simon accenna una risposta, ma non ce la fa, l’epiglottide sussulta. E così camminano tra le baracche, aggirando cadaveri perché non riuscirebbero ad alzare le ginocchia per scavalcarli. Arpad e Simon sono nudi, liberati da quei vestiti a strisce che li coprivano come un’onta. Avanzano tra i soldati dell’Armata Rossa, intenti a frenare l’impeto dei deportati davanti ai pentoloni di un brodo che li ucciderebbe se ingerito con l’ingordigia della fame secolare. Quegli stomaci rinsecchiti dentro ventri concavi o convessi che non sembrano poter accogliere organi. Arpad e Simon viaggiano.
Non sento neanche più il buco del culo, dice ancora Arpad con quello spirito che è stato la sola possibilità di resistere alle sopraffazioni dei carcerieri. Sono glabri, che nemmeno la barba cresce più a conto di metabolismi ridotti a funzioni pre-umane; la…

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Vivere nei cuori

di Nicola Pinicuba-murales

Caro Baco,
solo qualche giorno fa ci stavi dicendo ciao, per l’ultima volta, nella tua cucina. Da uomo libero quale eri non hai mai raccontato frottole per far star meglio qualcuno, e con la tua schiettezza quasi brutale anche questa volta sei stato coerente, avvisandoci che stava arrivando la fine, quella vera. In cuor nostro non ci volevamo credere, sapendoti un lottatore, un uomo forte e coraggioso, aggrappato alla vita, agli amici e alla famiglia. Ma tu ci stavi dicendo ciao per davvero, debole e affaticato come purtroppo ti vedevamo da tempo.
Eppure, all’improvviso, è bastata una frase, “E le due donne appena elette in Consiglio federale?”: ti sei illuminato a parlare del presente e del futuro, chiedendoci e chiedendoti quale sarebbe stata l’evoluzione di una democrazia che vedevi particolarmente in difficoltà, ma a cui tenevi troppo per abbandonarti al pessimismo. Non avevi risposte; non le avevamo e non le abbiamo ancora; ma come sempre offrivi una lettura lucida e profonda della realtà e soprattutto ponevi le domande giuste, come facevi da giornalista, un giornalista al servizio (pubblico) di quella democrazia (nel senso più alto e nobile del termine) a cui hai dedicato la tua vita:

  • in primis appunto da giornalista impegnato non solo a riferire, ma soprattutto a capire, approfondire, spiegare, contestualizzare, commentare, stimolare;
  • ma anche da giurista nell’Amministrazione federale;
  • nelle Associazioni che animavi con il tuo modo di essere, l’Associazione Svizzera-Cuba, la CORSI, il Soccorso Operaio;
  • da collaboratore di Laura Sadis ai vertici delle Istituzioni cantonali: un lavoro che hai svolto con passione, rigore, grande umanità e irremovibile senso etico. “Stiamo lavorando per la gente”, mi dicevi spesso quando avevamo qualche dubbio o eravamo stanchi. Baco, è stato un onore, per me e per noi, lavorare al tuo fianco.

Vedendoti così acceso, in quella cucina, rivedere quel guizzo nei tuoi occhi e sapere che fino alla fine hai conservato quello spirito critico e battagliero, nonostante il dolore e la consapevolezza dell’avanzare della malattia, hanno dimostrato una volta di più che grande uomo fossi. Eri sempre tu, fino alla fine, con coerenza;

  • quello che ha chiuso un servizio al telegiornale – mi sembra sulle proteste per lo scandalo delle schedature – con un perentorio “oggi ha vinto il fascismo”;
  • quello che condannava l’autoreferenzialità ticinese e predicava la necessità dell’apertura,
  • quello che ribadiva – fino al litigio – che esser colto è l’unico modo per essere libero, che a Cuba sanno leggere tutti e che i medici cubani sono in tutto il mondo.
  • Quello che ricordava sempre la parte della costituzione in cui si dice che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri.
  • Quello che al mattino leggeva tutti i giornali per fare la rassegna stampa e chiudeva la giornata di lavoro con una Cristal allo Zoccolino. Sempre che non giocasse l’Ambrì, perché allora ti fiondavi alla Valascia, rigorosamente senza giacca (e non ho mai capito il perché).

Avevamo circa quarant’anni di differenza, eppure eri uno dei miei migliori amici. Lo eri diventato in tutte le sfaccettature della vita: nella serietà del lavoro, nella passione della politica, nel ridere del Carnevale, perfino nello scoprire di Cuba.
Mai la differenza di età si è fatta sentire, complici la curiosità e il vero progressismo che ti animavano. Non hai mai scelto di appoggiarti all’anagrafe o alla tua notorietà per guadagnare in autorevolezza. Difficilmente ti lanciavi in aneddoti autoreferenziali, ai quali ricorrevi solo se finalizzati al discorso che stavi sviluppando. Mai hai lasciato presagire, con me e con altri, il benché minimo segno di superiorità o supponenza.
Eri così, semplicemente, Baco, capace di dialogare con tutti, dando dignità a ogni sguardo, in modo ordinario. Anche se di fatto tu eri straordinario per intelligenza, capacità di analisi e di sintesi; straordinario per la coerenza con la quale applicavi ogni giorno i tuoi principi, come quelli di libertà, equità e giustizia; principi ai quali mai derogavi, neanche nei momenti di stress, né di fronte all’autorità, men che meno quando era comodo farlo.
Tra i tuoi valori cardine vi era sicuramente quello della solidarietà, che al di là dei discorsi declinavi in una generosità quotidiana, materiale quanto intellettuale. La porta di casa tua era sempre aperta per un amico. Mai hai negato un consiglio, mai hai tenuto per te una conoscenza o un pensiero. Mai hai lesinato una pacca sulla spalla, ma anche una critica o un rimprovero (e tutti noi sappiamo quanto potessi essere duro, durissimo, anche se mai distruttivo, mai cattivo, mai banale). Forse per questo per me e per tanti di noi, Baco, sei stato un punto di riferimento; e punto di riferimento continuerai ad essere per ciò che ci hai lasciato grazie a questa tua generosità.
Non me lo hai mai detto direttamente, ma fra le righe del tuo dire e del tuo agire lo leggevo spesso: per te il valore di una persona non si misura con i soldi che guadagna o con gli applausi che riceve, ma per ciò che riesce a fare per gli altri: e tu, caro Baco, hai toccato tante vite lasciandoci tantissimo. Per questo ti saremo per sempre grati; e sempre ti ricorderemo.
Addio Baco, ti voglio bene, sei una delle persone migliori che ho avuto modo di conoscere. Hasta siempre Comandante. Anche se già ti immagino dire “te se po stai un po’ banal, Pini”.

Bellinzona, 13 dicembre 2018

Aspettando il bus in una giornata di vento

noia
No, neanch’io sono religioso. La mia povera moglie, che è morta l’anno scorso, invece sì, pregava sempre e stava più in chiesa che in casa, per fortuna, pace all’anima sua. Una noia… Tu dove vai col bus? Io solo fino alla prossima fermata poi vado a piedi di là del fiume. Che tempo eh? Bisogna accettare quello che viene, ma se va avanti così non avremo più acqua. È un mondo difficile, vanno bene solo quelli che credono. Ma la religione non è mica una cosa naturale, è un’invenzione. Forse non raderei al suolo tutte le chiese come dici te, ognuno in fondo ha diritto di credere in quello che vuole. Però i credenti annoiano come la mia povera moglie, vogliono far credere anche te. Che poi credere a cosa? A qualche miracolo che non si sa nemmeno se è vero o falso e qualcuno imbroglia pure. Pensa che un mio zio comprò una Madonna di plastica alta mezzo metro e si mise a parlare con lei, così la gente cominciò a credere che fosse un mago o cosa e per avere buone notizie dalla Madonna di plastica per bocca dello zio gli davano venti franchi.  Hai capito che miracolo? Lo zio almeno era sposato, non come quei poveri preti che non l’hanno mai vista. Sì, no, è vero, qualcuno fa il furbo con le donne che si confessano, ce n’era uno anche qua. No dai, non puoi dire che dovrebbero sparire dalla faccia della terra. Però hai ragione che raccontano solo balle inventate da altri. Forse non ci si può proprio fidare, è un mondo difficile, anche i politici, e stamattina c’era un vento proprio freddo, per fortuna è calato, e non ci si può fare niente. Dobbiamo accettare quello che viene. Ecco il bus. Sai che faccio? Già che ci sono, vado fino in città e poi torno, tanto sono in pensione e a casa non c’è più neanche la mia povera moglie. Ti ho mai detto che mi annoiava con la sua religione e le sue preghiere? Che poi la religione non è una cosa naturale… Ah te l’ho già detto? Ad ogni modo, se va avanti così non avremo più nemmeno l’acqua per riempire le madonne di plastica. Ti ho già detto di mio zio? Sì? Comunque, ecco il bus, saliamo va… Non vieni? Ma sì, hai ragione di prendere quello dopo, c’è un bus ogni ora. Sto qua anch’io. Ma dove vai? Fermati! È andato.

gene

Postilla
La scorsa notte mi è successa una cosa terribile: Niente.
Phyllis Diller

Tre giorni

Febbraio 2005fratelli genetelli

Te adesso non dici niente, ma a vedere questi giovinastri che se la passano in difesa invece che liberare a me viene il fumo. Noi sì che non ci pensavamo a rilanciare: palla lontana, vita più sana. Va be’… Stai pure lì con gli occhi chiusi e quei baffi da importantone che sai sempre tutto, ma guarda che se non c’eravamo noi dietro ce la potevamo sognare al Campo Marzio. Tra te e il Luciano, a fare i belli… Per fortuna che c’era il Giglio a dare una mano in difesa, ben più pratico di voi ganasa. Fa come vuoi, non rispondermi, scommetto che stai pensando che il ganasa sono io. E hai ragione, te sei lì bello tranquillo, e io non so che cosa fare che siamo qua solo noi due. Ma dovevi proprio smetterla con la vita? Ottantacinque anni, va bene, ma ti costava tanto andare avanti un altro po’? Avevi quelle mele e quei peri da potare e tutto quanto quel cinema per quattro piante alte un cazzo: io sì che mi sono spiaccicato tra le vigne, altro che pom e peséi da ragnignèe la domenghe. In più, e non te l’ho mai detto perché sei permaloso, ma quella porta di Pon Valentin traballa, l’hai fissata di fretta che tanto sono io il coglione e posso aspettare. Oh certo, adesso posso aspettare in eterno, se sto qui a contare su di te mentre sparisci chissà dove dentro quella cassa di merda. E allora sai che faccio? Vado a casa e tempo tre giorni, giusto per salutare, muoio anch’io come te e ti raggiungo. Ganasa.

gene

Postilla
Due uomini del mio paese, dopo una vita di dissidi e amicizia, morirono a tre giorni l’uno dall’altro, senza che nessuno dei due risorgesse. Forse sono a giocare a calcio con tutti gli altri da qualche parte.
g.

Om camos

sonlerto gennaio 2018

Us frusu dré a n’arbro secò, el camos,
c’ag par mighi vére c’a ghé mighi la neu
Mi con in man la pignata valivi da vans
lui c’um varda com as varda ‘na besc-cie

U pense che la pignata la po’ mighi sparèe
e che mì a sem modigh ‘me i besc- c a dó gamm
U sbasa la teste a ramughèe l’erbéte impusibili
da ‘sto sgianéi in canotiera e tajò dal vénn

La cà l’as ragordo dal feuch dal dì prim
el camos us ragordo dal sc-ciop d’om cretin
Lui u pardóno e u fa ‘me dimil a mi
Tui dui par salvass a speciom la neu

 

gene

 

Postilla
Sei stato selvaggio, un tempo. Non lasciarti addomesticare.
Isadora Duncan