La passerella

pontina moghegno 2018

La passerella tra Maggia e Moghegno la inaugurarono in uno splendido mattino di settembre, quasi ottobre. Già prima c’era una passerella, ma vecchia e consunta. La sostituirono con una nuova, pensata e ponderata, costosa e sfavillante, anche se le due terre dovettero starsene isolate per qualche mese (più di un anno, ma il tempo è relativo).
In quel mattino, con la popolazione ai piedi del podio, parlarono gli oratori: il Sindaco, l’Architetto, l’Ingegnere, il Politico e il Prete (sembra la barzelletta del paracadute mancante, ndr, ma non è questo il punto, per niente).
Esordì il Sindaco con un’oratoria niente male e senza troppi neologismi, ma forse già pensava alla partita di calcio del pomeriggio; proseguì l’Architetto e Ingegnere al contempo, sdoppiato nella sua visione edificatoria della vita e nell’idea che la tecnica possa tutto; balzò sul podio il Politico (francamente sconosciuto) per parlare di mobilità sostenibile, di bike sharing (ohibò!) e di metafore a chilometro zero; e per finire parlò il Prete, che ripercorse cose smunte di un qualche vangelo, o reiterazioni di una liturgia trita, e poi benedì il manufatto come se fosse un bambino al battesimo, ma era solo ferro e cemento. Infine, tutti all’aperitivo, tra tavolini e palloncini, tutti bianchi forse per una questione virginale.
Ecco. Pensai tra me e me: perché non vedere questo nuovo ponte come paradigma di un’umanità che si congiunge? In quei tempi oscuri, l’Altro era un nemico e le costruzioni erano muri e ancora muri. Quel ponte tra Moghegno e Maggia non poteva essere il simbolo di una rinascita, con l’uomo che abbraccia l’uomo? A nessuno venne in mente che in tempi remoti la mobilità sostenibile era la sola locomozione e si chiamava “andare a piedi”, che il bike sharing, e qualsiasi altro sharing, dalle patate al latte, dalle braccia al pane, era detto “baratto” o “necessità”. A nessuno venne da dire che la guerra distrugge prima di tutto i ponti e che la pace si occupa di ricostruirli. A nessuno venne da dire che quando genti diverse si incontrano la vita è più bella.
Fu un’occasione persa, ma utile per lo spettacolo.

gene

Postilla
Purtroppo sono più numerosi gli uomini che costruiscono muri di quelli che costruiscono ponti
Proverbio cinese

Dizionario degli alberi da frutto

Prosaici stanno nani nel nutrirealbero frutto

LEGENDA
Nome – Nome da Prons
Endecasillabo a geometria variabile
Spiegazione umana

Avvertenza
Edizione rivolta agli utenti con guasti funzionali.
Astenersi scienziati avvocati architetti preti politici e peisefumm.

Albicocco – Mùgnaiga
Il nòcciolo avvolge di gusto e peluria
Quando ci consegnarono le maglie arancioni, tre anni dopo la rivoluzione olandese, cambiò oltre ai colori anche l’idea di gioco. Tre attaccanti veri, con le ali che non tornavano mai e se potevano dribblavano anche la recinzione. In giardino, il pà scavava, piantava e coglieva, mentre io sbuffavo guardando il campo di calcio a cento metri.

Caco – Caco
Il novembre dei morti brilla succoso
Attardato su tutto, il frutto raggiunge la maturazione quando le foglie fanno ormai da tappeto alla pianta. Aspettando il ritorno precluso di mia madre a causa della morte, il gatto rosso stette sotto il caco per diversi giorni senza mangiare e poi andò a morire da qualche parte sconosciuta. Tardi per tutto, anche per il caco.

Ciliegio – Sciréisge
Una tira l’altra e attirano tutti
La questione è sempre la stessa: quante rubarne. Nella cassette di legno perdono la sensualità, quella che ti fa abbracciare il fusto per salire dove i rami reggono a malapena e per poi allungarsi verso l’ultima, rossa meta del dispetto supremo. Nella morena scomparsa in fondo al paese, il pà ne innestò a decine, addomesticando le selvatiche.

Fico – Fiich
Si discende nel sonno della ragione
Dalla foglia biblica in poi è tutto un salirci e scenderci, soprattutto nel suono dialettale. Copre pudenda, in ispecie femminili, che poi si sognano a gruppi da rimontare, quasi sempre invano. Il meno sveglio della compagnia è sempre lì che non scende e non si accorge che il mondo cambia senza darla a lui. Aperto a metà, il frutto evoca.

Melo – Pómo
La mela più giusta è nella bocca sbagliata
Interminabili buche del sabato, commovente maturazione invernale nella cantina del grotto. Mi dispiace non aver capito la cura di mio padre per questo frutto che laboriosamente ha coltivato nel suo giardino. Mi piace il detto: La pómo bóno l’è sempre in bóco al porscéll. C’è chi non ha.

Pero – Peséu
Arrotonda verso il basso ad attrarre
Nel mio paese adagiato e piccolo, solo due tipi di pera: durissima o fondente. La prima, detta Strozocavai, serviva quasi solo alle nostre mani furtive, alle quali faceva da complemento la capacità di fuga dalle ire del proprietario avido. I rari perbutéer, invece, si scioglievano nelle bocche quasi come il gelato, lasciando un ignoto retrogusto di ragazza in fermento.

Pesco – Pèrsich
È tutto un risucchio il tuo succo
Ci vuole un lenzuolo per preservarsi dallo sbrodolamento e questa cosa non mi è mai andata giù. E non solo a me, dato che per ovviare al disfacimento dei succhi hanno inventato la pescanoce, ibrido completato da qualcosa che non è certo un gheriglio, ma piuttosto una buccia in similmela geneticamente inspiegabile. Boh.

Prugno – Brugn
Di frutto in grappa, d’ubbia in cesso
Curiosamente conduce alla sanità liquida di corpo, ma prima rimanda alla parte per il tutto, come il fico. Da provare, per avanzati, il distillato. Come pianta in sé, e come gli altri fruttiferi, prevede l’impianto il sabato con l’aria da patibolo, mentre il mondo sonnecchia o si accoppia o, se non s’ha l’età, girovaga per giochi ai quali tu non partecipi, tetro.

Ulivo – Ulìu
Di sera mi presero, pavidi gli apostoli
Il primo cucchiaio d’olio d’oliva è giunto da una tolla come quella della Valvoline attorno al ’75. Da lì sono nate abitudini ormai radicate, come se fossimo pugliesi da millenni: ah no, non posso fare a meno dell’olio d’oliva. Balle: i formaggini sono meglio con l’olio di semi. Ormai se ne vedono nei nostri giardinetti rupestri, Getsemani stentati. Sono belli, niente da dire, ma è roba al confine tra trash e chic, come le coppette di champagne alla festa della mortadella.

Vite – Viit
Acini a grappoli staccati di frodo
Contorta e condizionata dal volere dell’uomo, la vigna ha creato e distrutto mondi: se l’umanità si è salvata dalle miserie dell’anima lo deve al vino, ma il rovescio della medaglia sono i cervelli in tilt e i fegati spappolati. Arma suicida a lungo decorso con annegamenti nei bicchieri e litigi per futilità. Ma pure canti e coraggio. Sono stufo del Merlot, caro e banale. Ridatemi il mistero delle vecchie uve che ribollivano nei tini dei nostri vecchi morti anzitempo.

 

gene

 
Postilla
Poi ci sono kiwi e avocado e altre import a km/1000000, roba impossibile che imputridisce a manetta appestando il circondario

Dizionario degli alberi

Le cose non sono come stanno nell’acerbare dei pensierialbero

LEGENDA
Nome – Nome da Prons
Endecasillabo a geometria variabile
Spiegazione umana

Avvertenza
Edizione rivolta agli utenti con guasti funzionali.

Astenersi scienziati avvocati architetti preti politici e peisefumm.

 

Abete Bianco – Biézz
Difendono l’alpeggio i giganti della sera
Si vedono a Gariss sull’orlo del prato e sembrano ostacolare l’avanzare da sotto di altre piante e arbusti. Non salveranno l’alpe, ormai abbandonato dagli armenti e invaso da mirtilli e rododendri, ma attorno a loro l’erba è libera come una specie di riserva di resistenza. Quando cadranno sarà finita. Ma non sarà domani.

Abete Rosso – Pésce
Muta in bosco nero le paure degli infanti
Sopra Bens vestono la montagna come un immenso cappotto scuro. Qualcuno voleva tagliare questo bosco, anni fa, per speculare sul legname o per le bizze di forestali incompetenti, ma il timore del suo spirito ha scacciato le motoseghe. Entrarci e passarlo per salire al Pizzo è un cambio di universo e induce ai pensieri sul mistero della natura libera e bastante a sé.

Acero – Aigro
Inerpica frescura nel sonno dell’estate
Sempre a Bens, mio padre ne piantò due più di vent’anni fa. Li estirpò in Valpighi, sopra un ruscelletto che appariva e scompariva. Erano alti un paio di metri e magri come grissini, stupiti dalla nostra presenza. Ora vegliano un prato con un’ombra impenetrabile, come quella che scende a volte nel cuore. Mi spiace avervi abbandonato.

Alno – Dròuso
Sfida ogni sentiero appena sotto le pietraie
Provare a sorprendere questo fante delle alpi è come voler fare un gol a un catenaccio italiano d’altri tempi: si può, ma sono ore interminabili tra chinarsi e scorticarsi, senza vedere dove vanno i piedi. Non si scorge traccia di passaggio fino a quando, attorno ai duemila, si arrende e sei sfinito pure tu. Ce la fanno solo i camosci.

Betulla – Bédre
Avanguardia di nitore alla pigrizia
Pianta femminile che si occupa di tutte le specie, con l’altruismo degli innocenti. Colonizza territori prativi prima degli altri e prima degli altri mette le foglie in primavera. Poi si scansa alla protervia dei più maestosi e più imbelli e ingiallisce precoce. Oppure viene abbattuta dai contadini da operetta per salvare pratuscoli.

Castagno – Arbro
Impera su un destino di viscere corrose
Qui è una pianta operaia considerata sacra per quanto ha dato ai miseri stomaci. Abbandonata per decenni, adesso torna a svettare per la scelta di salvarne le selve, ma le castagne sono solo un frutto da domenicali in ciabatte. Certo, i ricci pungono ancora e le foglie fanno strame, ma nel cuore corroso il castagno è morente, inservibile. Metafora sul nostro inutile essere qua a fare i selvatici da diporto.

Corniolo – Cornèe
Tra i sassi ad indurire per teste di martelli
Dietro la bottega, il Sergio ne aveva uno aggrappato a un muretto di sasso. Mi affascinava e mi concesse di tagliargli un piccolo ramo. Lo lasciai seccare e quando fu senza linfa provai a intaccarlo con lo scalpello, poi con la sega, poi con l’ascia e infine con la carta vetrata. Si spaccò tutto l’armamentario e da allora per me è il capo dei capi. Il Luca ne ha un bastone nel bagagliaio, per il non si sa mai.

Faggio – Fòu
Si leviga argentato la corteccia
Bisogna dire che è bellissimo, depilato e ben piantato come CR7. Quando cresce sembra farsi di terra creta nelle sue contorsioni. Ne ho uno a Sonlerto che non ne vuole sapere, resta brutto e in ritardo su tutto, a partire dalle stagioni. Non sembra nemmeno uno dei suoi simili, ma è simile a me e va bene così. Solo che lo tagliano a foreste, rende, brucia e ricresce.

Frassino – Fràsan
S’imbruttisce per poi magnificare
Il grande sottovalutato delle latifoglie: non dà frutti, non fa fiori, non poetizza, se ne frega. Ma quello in giardino, piantato lì ben prima che sorgesse la casa, investe la veranda di mille luci e riverberi. Credo si senta amato perché quest’anno è cresciuto oltre il tetto e adesso sarà almeno di venti metri, che lo vedi da in fondo alla stradone.

Ginepro – Sgiópp
Effluvi nelle bacche che speziano le carni
Le bacche non ci interessavano, troppo amare, ma fin da subito avevamo capito che un ramo di costui nel camino avrebbe odorato la casa come un mondo appena nato. Punge e ripunge, ma il suo effluvio è quello della montagna tutta quando cade acqua dal cielo e la terra ammalia sensuale.

Larice – Làras
Posto all’impossibile che infuoca di colori
Si denuda di aghi ogni anno e scheletrizza su dirupi impossibili. Ma è una pianta implacabile. Rimette a posto i rami spezzati, stoica, e ricomincia a inverdire tenue fino al gran finale d’autunno: le montagne gialle sono opera sua e noi non abbiamo parole, solo occhi. Se li abbiamo.

Nocciolo – Corér
Amazzonia d’infanzia nei cortili
Non c’è volta che si possa resistere a un bastoncino suo: per camminare o per dirigere bestie, o genti. Sopra Prons, riunito in gruppi, questo alberello ha inventato imprese omeriche regalando spade archi frecce e lance al mondo bambino. Nel cioss da cà d’ava era parte del regno sconfinato, talmente sconfinato da cadere dal pianeta e sparire.

Noce – Nóus
Di sacrale vestire orna il suo tempio
Come per il castagno, il suo essere albero da frutto ne ha segnato l’esistenza. Dalle bacchiature furiose di tempi dimenticati, ai nocini di oggi, è ormai una pianta in esubero: troppo fragile alla nascita, troppo impegnativo dopo a causa del piegare la schiena a raccogliere gherigli. C’è ancora qualcuno che raccoglie una noce, la spezza e la mangia? Meglio il dolcetto in cartongesso.

Olmo – Olmo
Si erge indefinito sfuggendo la tortura
Una pianta alta, ma più di così non so. Nella campagna da Prons non mi pare che ce ne fossero e altrove non sono stato interessato. Non ha nemmeno un nome nella nostra lingua. Ma il suo legno, però, illumina l’opera, morbido e bruno, diritto e marcato. Belle porte, begli armadi. Forse qualcuno nasconde scheletri.

Ontano – Àldan
A prosciugare gocce dedica il suo tempo
Ricordo un novembre ai bordi dal Tasin a tagliare un appezzamento col pà e el zio Lucién. Tutti o quasi ontani, felici nell’umidità comune e brutti come il peccato. Nel camino incendiano come se dovessero decollare verso l’infinito, ma poco dopo sono in cenere e tocca ad altri ceppi tenere botta. Pianta fannullona e divertente (non si accettano paragoni con l’autore).

Pino – Pin
Nomade famiglia che vieta la colonia
Altro genere poco considerato da me, che sono dell’idea che i resinosi debbano starsene ad altezze dignitose e in esercito. Il pino no, si piazza a livello del mare e delle campagne, un po’ qua e un po’ là, come quei cani che ormai mangiano la pastasciutta e sanno contare fino a nove.

Pioppo – Póbio
Con tremulo eroismo frange i venti
Povero pioppo, così alto e insicuro, così privo di muscoli da dare perfino un legno della consistenza del burro e che viene usato come compensato, pensate un po’ che parola. Eppure, quando c’è da proteggere pianure coltivate, si erge in filari e spezza le tempeste d’aria, lui più di tutti. Forse si radica fino in Cina, chissà.

Platano – Plàtan
La nostra frescura illumina quieto
Non esistono rivali: sotto le sue fronde in Pasquéi ho scoperto tutto quanto mi sarebbe piaciuto della vita: baci, giochi, parole, canzoni, persone, partite, libri e gelati. Vorrei stare sotto un platano sempre, tra il soffocare della tristezza e la pressione della gioia. Vorrei stare lì con tutti. Vorrei rinascere platano.

Robinia – Rubìn
Emigrante solitario ti punge
In Campirasc, prima che sorgessero le scuole, il pallone finiva lì dentro e si bucava. Forse non abbiamo mai maledetto nessuno come le robinie. Non ci siamo mai capiti, troppo lontani, troppo diversi. Ma in qualche modo, conviviamo e sembra di aver raggiunto una specie di consuetudine. Mi sembra una cosa emblematica, più delle ciance politiche.

Rovere – Róuro
Legni per rotaie e bacche per maiali
Ci ripetiamo, ma dando frutti anche lui, il rovere è marginale in questa epoca che i frutti si comprano al supermarket pagandoli cento volte più del giusto. Certo, le ghiande delle querce sono roba da maiali, ma il legno è duro, nobile e bello, e costoso pure lui. Almeno è eterno, come le traversine dei binari. I supermarket non so, spero di no.

Salice – Sciarésce
Lega tutto il mondo spremendone vitigni
La baracca del cioss era piena di virgulti di salice tagliati e pronti per legare la vigna e altre cose contadine. Au li tagliava seguendo cauto il Rio Bass verso meridione, dove s’allineavano piante. Il clack della forbice, la bruma autunnale: piante spettrali in una campagna silente. Uno, piangente, stava a casa mia, bello come mia madre.

Sambuco – Sambuuch
Suona diroccato lo zufolo di bimbi
A parte sciroppi e gazose, noi ne avevamo uno sopra un diroccato dal quale abbiamo estratto: fischietti per chiamarci dall’Arizona al Texas, cerbottane avvelenate con l’aceto, pipe da caricare a foglie secche e resti di sigaretta a terra fuori dal bar. Un’estate la passammo a costruire palafitte in miniatura e zattere. Con una pianta sola. Altro che sciroppo.

Sorbo – Temél
Punti di vermiglio su scomodi dirupi
Appare bellissimo con le sue bacche rosse a grappoli e vien voglia di tenerne uno in giardino, come borghesi qualunque. Errore: cresce storto per ripicca, le bacche vermiglie sono tossiche come l’acquaragia e se può si rintana su impossibili burroni. All’ombra, tanto per non farsi mancare niente. Meglio guardarlo da lontano, è questo che vuole.

Tiglio – Téje
Forgia zoccoli e troneggia sui sagrati
Imprescindibile la tejóno davanti alla chiesa da Prons, abbattuta qualche anno fa per consunzione. Gigantesca e spacciata, ha ombreggiato tutti i matrimoni e i funerali. Il legno è duttile e senza valore: brucia come carta e va bene per gli zoccoli, quelli che calzati da altri ti svegliano alle sei la domenica mattina. Bisogna volergli davvero bene.

 

gene

 

Postilla
Albicocco – Mùgnaiga
Caco – Caco
Ciliegio – Sciréisge
Melo – Pomo
Pero – Peséu
Pesco – Pèrsich
Prosaici stanno nani nel nutrire
Con questi qua, i domestici, faremo i conti un’altra volta

La ribellione

Cosa credi? La terra dove tuo padre è sepolto è dello Stato. Se non ci avesse pensato lo Stato, dove l’avresti sepolto il tuo vecchio?
Ma non lo so, il cimitero è sempre stato lì per quello scopo, perché dovrei pensare a qualcosa d’altro?
È per dire che lo Stato è al servizio del cittadino e gli allestisce il cimitero.
Guardate, detta così e come se ci prendessimo in giro da soli… Ma se proprio bisogna rispondere, beh, l’avrei sepolto in montagna, da qualche parte. O bruciato su una pira come gli indiani.
Non si può, è la legge.
E allora perché mi fate pesare che mio padre è sepolto al cimitero?
Non è per fartela pesare, ma per farti capire che lo Stato è necessario e va rispettato.
Perché?
Cazzo! Perché? E lo chiedi anche? Per ordinare la vita quotidiana, per controllare, per non fare in modo che tutti facciano come pare a loro, per aiutare, perché ci siano leggi uguali per tutti.
No, sì, capisco il discorso. Ma a me l’ordine non piace molto, mi prende un sacco di tempo e alla fine poi c’è sempre qualcosa che non trovo o che si è perso. Poi magari schiatto prima di aver concluso il mio lavoro a causa delle ore buttate per via dell’ordine. Mi piace fare a modo mio, cioè: chiedo qualche consiglio se non capisco, ma poi vado avanti con la mia testa e le mie mani. Se ho bisogno di aiuto chiedo al Gino o al Vezio. Non mi piace che mi controlli nessuno, preferisco qualcuno che mi dà una mano invece di quelli che sanno tutto e poi quando c’è da mettersi sotto criticano e basta o spariscono. Quando mia moglie ha perso il figlio l’ha curata il dottore, non lo Stato; quando andavo a scuola era il maestro Passeri che mi insegnava numeri e lettere…
Secondo te il Passeri lo paga chi?
Scommetto che adesso mi direte che lo paga lo Stato eh? Ma la questione è che il maestro è capace di insegnare e se non lo pagasse lo Stato lo pagherebbe qualcun altro o farebbe gratis in cambio del mangiare e del dormire, o qualcosa così. Non è che il maestro Passeri, se non riceve una paga, si mette a piantar chiodi negli assi, visto che non è capace. Lui insegna.
La scuola è obbligatoria per legge!
La legge: la legge di chi? Io ho la mia, che mi ha insegnato mio papà, quello che me la menate perché è sepolto al cimitero. Mi diceva: non rubare a meno che tu non abbia davvero fame, non uccidere a meno che un altro non voglia fare lo stesso con te, rispetta gli altri, dai un po’ del tuo raccolto a chi ha bisogno, lavora gratis se uno non può pagare. Mi sono sempre sembrate buone leggi. Se qualcuno si beccava una coltellata si sapeva che se l’era cercata, uno stronzo di meno a pesare sulla terra e se non moriva di certo aveva capito la lezione.
Non puoi farti giustizia da solo, è lo Stato che si occupa dei reati e delle punizioni.
E come fa lo Stato? È una persona in carne e ossa? No. Ci sono delle persone che applicano queste cose qua che chiamate leggi e che a loro volta sono state inventate da altre persone. Ma perché allora una cosa è valida se è legge dello Stato e non va bene se è una legge mia? Non vedo perché se devo bastonare il tizio che mi ruba le galline devo aspettare lo Stato. Comunque, accetto che il mio vecchio sia sepolto in terra dello Stato, non c’è problema.
Il problema è che devi pagare.
E se lo tiro fuori da là sotto?
Non puoi, violi la legge.
Allora lo lascio lì e non pago neanche un centesimo. Se me l’aveste detto prima me lo sarei davvero preso in spalla il vecchio morto, fino alle montagne in un posto che so solo io.
Comunque, se non paghi, ti pignoriamo la casa.
E io prendo a fucilate lo Stato o chi verrà a rappresentarlo. A meno che lo Stato non sia povero in canna e abbia bisogno, allora sarebbe un’altra storia. Vi faccio una domanda: lo Stato è bisognoso?
Lo Stato decide e esegue per il bene di tutti.
Anch’io decido per il mio bene ed eseguo. Fuori dai coglioni, al dieci sparo. Uno, due, tre, quattro…

gene

Postillaribellione
Lo Stato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per lo Stato
Albert Einstein

Viaggio d’Azeta

Cantami o musa dell’infinito viaggiareAzeta
dall’Abisso alla Zucca, per fiumi e per monti.
Ch’io vidi attrazioni di cuori in fermento,
come uccelli rapaci dall’occhio implacabile,
preparàti a colpire altri cuori in oblio.

Bocksten sepolto con tre pioli nel petto
e pronto a rinascere quando Peter e me
dissepolto l’avessimo e ascoltata la voce.
Di bronzea corazza l’avremo vestito,
di parole poetiche l’avremo risorto.

Prendemmo ancora le concave navi, prua azzurra,
volgendole all’isola impervia che attende ai suoi doni.
Dalle Tracce scandinave alle Carte d’Insubria,
canzone finale dell’amato Rolando,
a rievocarne colori, e linee nell’acre operare.

Altre carte al colmo di scale si vedono ora,
gradini di un porto che le navi dipinge
nel chiarore di Aurora, le dita rosate,
e crepuscolo in fumo di polvere nera
che nel cielo indicato le carte scompiglia.

Viaggiare è il momento, immemore è il conto
di quanta acqua è passata e quanta ancora cadrà,
o se impressiona nei quadri tricefala Niska, la dea.
Chiedi, reclama risposta alla Polvere nera:
di Giuseppe le fiamme e di Umberto l’istante.

Come rovente lucifera la caverna fiammata,
anche l’anima in ferro si fonde e deposita cenere,
libertà si divarica anelante d’origini
alla strenua Difesa della natura di Beuys,
di nessuno la Terra da scambiare con Cuba.

Vedemmo tra i flutti scogliere d’argento,
ordinate in flaconi di veleno riempiti
da spandere a poppa come germi di grano.
Pozioni penose ma è questo che andava
per sciogliere gola e la mente oscurata.

Nere le vele dell’agile nave, prua azzurra,
d’improvviso gravata e strozzata dai grumi,
incagliata tra i ciottoli bianchi del fondo
nel fiume allarmato, che mesto sciacquava
la bronzea piastra, Continente in deriva.

Avvinghiati alla Torre guardiana piantata
tra i noccioli aggruppati del Nomade Campo,
labirinti irrisolti come all’Overlook Hotel,
l’Albero della vita trovammo nella vita degli alberi:
si pettinava le Foglie dorate al favonio del nord.

Venti anni dopo, nel guardare l’Abisso,
o è l’Abisso che ti scava via gli occhi,
dodici uomini e un’assenza in cenacolo
tolgono i veli ai Buoni e ai cattivi:
è Colpire al cuore, sconfinata avanguardia.

Vegliata da pastori mortali, Itaca petrosa
s’alza sui flutti al riparo dei torti
che la vita ci infligge sdegnata e selvaggia.
Ma spingere concave navi, prua azzurra, si deve:
ancora remare oltre l’orfana Zucca e oltre l’Ade.

A questo corpo mortale, l’anima pura si indigna,
duecento stagioni e una ancora di splendente delirio.
Itaca sogno nell’estate che affloscia
il candido intreccio di questo sudario,
nelle gocce incessanti che addensano il sangue.

Vi lascio compagni alla Macabra danza:
per mio conto, qui e ora la Partita si gioca.
Non è che se gli occhi io chiudo son morto,
no, un incontro appartato il tempo ancora concede.
Siamo solo noi due: la rossa signora e me stesso.

 

gene

 

Postilla
Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda  tutto ciò che ha passato e sopportato
Omero