Visagno

pizzo di claro 2018

Tutto si scorge da quella montagna,
dicevo alla piccola infante mia figlia,
nemmeno ha bisogno di esser grifagna
ma dolce fluire nel colmo come cono a vaniglia

E lei figlia tuttora impaziente, decide il viaggio
sfiorando ricordi e sfidando il presente,
il passato di un giorno squillante del maggio
e l’adesso chiomato nel ritmo del bosco fiorente

Dal nero del lago ancora e ancora si deve salire
il fiato s’accorcia alla distanza vicina dei passi
ma c’è dentro la spinta per voler concupire
quelle forre franose e ombreggiate dai sassi

Toccata con mano la vetta brezzata, è meraviglia infinita
di averlo nei piedi e di sentirlo nel cuore
quel monte, e alla figlia fiorente adesso le è udita
la parola completa degli avi, le è visto il candore

Tutto si scorge da quella montagna

 

gene

 

Postilla
Io ce l’ho fatta! A molti sembrerà nulla, ma per me è stata una meta che mi sono sempre portata nel cuore. Fin da piccola quando mio papà e mio nonno mi raccontavano di questo magnifico pizzo, per me era magia, un posto dove potevi vedere qualsiasi cosa. Oggi finalmente ho potuto ammirare con i miei occhi la bellezza che circonda questa vetta e porterò questo traguardo nel mio cuore per sempre. Oggi io ho vinto!
Post Gigi

Figliolo

Oh figliolo che non sei nato dal mio seme ma che adottai in un giorno di maggio, quando la campagna già chiamava e tu aspettavi, aspettavi me. Ti presi con la delicatezza stupita di chi ancora non sa niente. La mia sposa non era convinta, l’adozione di qualcuno così esotico non solleticava il suo cuore, o forse la considerava un ghiribizzo dei desideri, i miei, sempre così distanti dal sentire comune. Le dissi di non pensarci, di non preoccuparsi, che avrei fatto tutto io e con piacere.culla
Ti portai a casa avvolto in carta di giornale, sul quale, prima di adagiartici, lessi al volo di qualcuno che non voleva concedere patria a qualcun altro. La tua patria è stata lì, nella nuova casa della mia sposa, nel sole dell’estate incipiente e poi sotto la sferza della canicola e delle piogge improvvise, delle arie montane. Il tempo è cambiato, anche quello verbale, e ciò che era remoto è diventato prossimo. Contavo i giorni che mancavano ai primi passi, e intanto tu ti sei fatto di bellezza colorata. Da immaturo, sei maturato, e mi permetto di immaginare che una parte della tua bellezza è stata anche merito mio, che ti ho visitato ogni istante per vedere i tuoi progressi. Li segnalavo alla mia sposa e lei, a volte un po’ stufa della mia dedizione a te, mi sibilava un tranciante “non c’è solo lui, occupati anche d’altro”.
Ho resistito allo scetticismo e all’indifferenza e quando, l’altro ieri, si sentiva già un refolo d’autunno e tu rotondeggiavi bellissimo, ti ho portato in cucina con mani guantate e ti ho fatto a pezzi con il coltello. Mi hai fatto tossire e piangere prima che ti mettessi in forno per conservarti in eterno. Chissà se anche sott’olio sarai così ribelle e profumato, caro Scorpion Giallo? Chissà se anche la mia sposa ora comincerà ad amarti?

gene

Postilla
scorpion 3Origine: Trinidad & Tobago
Piccantezza: 1.300.000 gradi Shu
Caratteristiche: pianta molto produttiva con tipici frutti di colore giallo a maturazione avvenuta. Si coltiva benissimo anche in grossi vasi.
Uso: sapore di frutta esotica e straordinario profumo di agrumi. Ottimo per la produzione di polveri ed oli piccantissimi. Si abbina molto bene su carne, pesce e verdure

La partita – anteprima #2

La partita tip.27.08.2018 cop.-page-001 2

(…) Quella sera non uscì e si sedette al tavolo della cucina verso le undici, il pacchetto di sigarette e gli zolfanelli sulla sedia libera, la bottiglia piena accanto al bicchiere vuoto, il quaderno chiuso e la pistola carica nella mano destra, sulla quale, lavato via il sangue secco che però gli pareva cera di pastello, o forse rossetto, non c’era segno di ferita. Uno scherzo? Se fosse, era certo stato colto nel sonno profondo dovuto alla birra. Quel pensiero lo innervosì. Se qualcosa o qualcuno voleva passare, lui sarebbe stato lì con domande e risposte. E con la pistola, se serviva. Per tutto il tempo necessario.
Passato un certo numero di ore, due colpi tesi batterono al portone. Posò la sigaretta sul bordo del tavolo, s’alzò, passò nel salone e, sempre con la pistola stretta tra le dita, aprì. Fuori solo buio e vento, o un respiro. Richiuse e tornò in cucina, trovò il bicchiere di nuovo pieno. Lo guardò come a cercarne la stranezza nel riflesso scuro. Si risedette, riprese la sigaretta, appoggiò la pistola sul tavolo e attese, preparato. (…)

 

La partita è un romanzo di Giorgio Genetelli che uscirà a settembre 2018 per le Edizioni Ulivo.
Martedì 2 ottobre 2018, il romanzo La partita sarà presentato alla Biblioteca di Maggia, Palazzo Patriziale di Aurigeno

Noi

bansky

Noi diciamo.
Noi non possiamo sapere, non possiamo comprendere, non possiamo accogliere.
Noi che non siamo mai stati in guerra, che non siamo poveri, che non scappiamo, che abbiamo più di quel che basta.
Noi che abbiamo un lavoro, una casa, un giardino, un bar, un ospedale, un dottore, un divano, un solarium, una palestra, un cimitero.
Noi che guardiamo i nostri figli andare a scuola, noi che sappiamo che torneranno, noi che prepariamo la cena alle mogli, noi che ci sediamo a mangiare le pietanze preparate da altre mani, noi che ingrassiamo.
Noi che chiamiamo, che andiamo in bici, in auto, in treno, in aereo, perfino in elicottero sui monti a riposare o a cacciare o in barca a pescare.
Noi che vogliamo essere accolti, in società, al lavoro, in famiglia, in parlamento, in governo, allo stadio, in famiglia, dagli amici e dagli animatori del villaggio-vacanze.
Noi che vogliamo comprensione per le nostre debolezze e malattie, per i nostri sbagli e per i nostri amori, per i contrasti e per le idee, per le nostre tare e per i nostri vizi, per l’educazione e la maleducazione, per il cattivo odore.
Noi che vogliamo sapere che tempo farà domani, cosa dobbiamo fare, per chi votare, a che ora rientreranno moglie marito figli e quando se ne andranno.
Noi che vogliamo sapere che ora è, quanto ancora ci resta da riposare, lavorare, dormire, vivere.
Noi che vogliamo comprendere le invidie degli altri, le maleparole, gli inganni, i tradimenti, i voltafaccia.
Noi che controlliamo il tempo, in cielo e sui quadranti, noi che telefoniamo a casa, agli amici, ai colleghi, ai parenti, ai sacerdoti.
Noi che andiamo a teatro, al cinema, alla partita, a messa, in vetta, al mare, al lago, all’obitorio.
Noi diciamo.
Noi non vogliamo sapere, comprendere, accogliere.
Noi chiudiamo le porte
Noi che ci facciamo prigionieri.

gene

Postilla
Il rumore di passi di visitatori è una medicina; guarisce i malati
Proverbio africano

La partita – Anteprima

Dove fugge Damian, solitario con il suo fardello? Perché il vento autunnale lo sospinge, come fosse una foglia, verso una casa singolare e disabitata, separata anche da ogni ultimo villaggio? Il quaderno che porta con sé, che a lungo rilegge, dice che la partita in cui è invischiato, e di cui sembra giocare anonimi e come astratti minuti finali, ha pur conosciuto un prima, un tempo diverso, fatto di altro vento, di altre corse, vane anch’esse ma così dotate di senso: anni di un idillio dentro il quale tutto, luoghi cose persone, aveva un nome, una misura, un centro. (Christian Genetelli, quarta di copertina)

ca dala gana 2 - 2018

Estratto de La partita*

(…) Ci teniamo dentro le cose, almeno quello. Almeno credo.
Secondo stava dunque lì sulla panca di sasso, lo vedo ancora. Non pensava alla morte, che lo avrebbe invece colto a tradimento nel letto. Meglio di così non si può, dissero. Come se una morte incosciente sia una morte minore e non necessitasse uguale strazio nei sopravvissuti. Mi straziai, invece. Per me era la prima morte di un amato, una cosa inconcepibile e che mi fece seguire il feretro con odio sublime per il cielo e per la terra. Un plotone di esecuzione, quello sì, altro che dolcezza della morte nel sonno. Un plotone composto da fatiche, soprusi, esplosioni, silicio, martellate, sogni nemmeno pensati, amarezze sicure. Al funerale, transitarono preti, consiglieri e personaggi del paese che mi stavano gigantescamente sul cazzo, con le armi dell’ipocrisia e del cordoglio ancora fumanti, che facevano piangere mamma a ogni respiro e che ne incenerivano i capelli, tinti di biondo fin dal tempo della testa rotta e riparata con chissà quali fantasmi annidati dentro.
Secondo come Aureliano, però morto senza rivoluzioni e senza pesciolini d’oro da cesellare. Sterco di pecora e sassi, a dismisura. E strozzando il disprezzo altrui, sottile e tagliente, per il suo essere nato straniero in terra considerata sacra, anche se parlava come tutti e come tutti piegava la schiena alla povertà. Non so se la piegasse anche a Dio, non mi ricordo se andasse a messa o ci credesse. Di certo bestemmiava, anche se di rado e con l’accortezza di stare fuori dalla portata furente di Odette. E aveva un segreto che ne diresse gli atti e i sentimenti, che solo io seppi, che ora preme e che mi incamminerà alla condanna per averlo svelato. (…)

*La partita è un romanzo di Giorgio Genetelli che uscirà a settembre 2018 per le Edizioni Ulivo.

Martedì 2 ottobre 2018, il romanzo La partita sarà presentato alla Biblioteca di Maggia, Palazzo Patriziale di Aurigeno

La Macchina

macchinario

Avevano regalato una Macchina a ciascuno, comodamente pagabile in due anni, il tempo giusto per renderci conto di come avremmo lavorato meglio. Con pochissima spesa, ce ne avrebbero consegnata una nuova, più avanzata. Se poi non avessimo potuto pagarla se la sarebbero ripresa con una piccolissima penale e amici come prima. La Macchina era affascinante, potevamo fare da soli cose che prima ci toccava fare in dieci, risparmiando tempo, discussioni e riunioni. Il prodotto delle Macchine migliorava il presente, allontanava il passato faticoso e prometteva un futuro di comodità. Solo che di giorno nelle strade e nelle piazze non girava più nessuno, tutti presi al funzionamento della propria Macchina. Dopo un certo tempo, anche la sera era spopolata e noi cominciammo a stare a casa per produrre di più con la nostra Macchina personale. Avevamo il nostro destino in mano e ci importava poco di condividerlo con gli altri: potevamo comprare tutto con molta più disponibilità di prima, senza dover scambiare merce o, peggio, indebitarci moralmente per il mutuo soccorso.
Dopo un anno di grande produttività, le merci erano però diventate più care. Ma ne valeva ancora la pena, pensando alle carestie dei nostri antenati. Andammo dunque avanti sulla strada privata del prodotto e del consumo. Ci comunicavano che le cose stavano andando bene, avanti così. Ma io ero un po’ stufo della Macchina, mi pareva che pretendesse sempre di più e togliesse tempo per me.
Quando passarono i due anni riconsegnai la macchina e pagai la penale, cosa che prosciugò il mio conto. Poco male, mi dissi, cercherò qualcuno che abbia rinunciato alla Macchina e riprenderò a scambiare. Ma sembrava che tutti avessero scelto il nuovo modello di Macchina. Trovai una decina di vecchi amici e provammo a riprendere i vecchi mestieri, ma dopo qualche mese ci rendemmo conto che ciò che noi producevamo con fatica necessitava un tempo dieci volte superiore a quello impiegato dalla Macchina. Cominciammo a litigare, ormai era difficile trovare compromessi, abituati come eravamo alla perfetta solitudine decisionale della Macchina. A un certo punto, restai solo: gli altri tornarono alla Macchina, una nuova versione più costosa.
Proibirono l’elemosina, tolsero le panchine dalle piazze, misero recinzioni. Ormai non avevo più niente, mi ero indebitato e tutti mi fuggivano o mi inseguivano. Dovevo decidere in fretta.
L’aria era invasa dal ticchettio della Macchina, dei milioni di Macchine. Un suono ritmico al quale si accordò il picchiettare del congegno a orologeria che mi ero procurato nelle catacombe dove ormai sopravvivevo con altri emarginati. Scoppiò verso le dodici, davanti al Palazzo e all’altezza del mio addome.
Non so se questo sia il Paradiso, ma di Macchine non ce ne sono.

gene

Senza alienazione, non ci può essere politica
Arthur Miller

La sedia all’ombra

11 agosto 2018frassino 2 2018

Janos aveva scattato la foto per trattenere l’impossibile, l’ombra cullata dalla brezza nelle fronde del frassino, o per immaginare il futuro.
Avevano mangiato in giardino per la prima volta e subito era sembrato di stare in un aia di tempi remoti, sotto i peri. Vino bianco e pomodori, formaggio di pecora e cipolle, insalata e gazpacho per il dissetare andaluso. Il frassino, qualche tempo prima, si era salvato dal taglio che si considerava necessario alla modernità. Cosa ne facciamo di questa pianta ingombrante e che non dà nemmeno frutti? Janos aveva proposto di no e a furia di dinieghi l’aveva avuta vinta.
Ora, Janos roteava la grappa nella tazza sotto lo stormire delle foglie e nella dolcezza dell’estate, quella del riposo nel meriggio, non quella degli intasamenti da spiaggia o d’autostrada.
Ricordava.
L’aia della casa di Claro, certo, e il patio di quella di Preonzo, lontane nel tempo e nei luoghi. Nonni e zii, cugini e cugine, sorelle e mamme, padri. E lui piccolino che già innestava su di sé la dolce malinconia dell’inafferrabile, lo spirare d’aria e il fruscio di leggerezze.
Anche adesso, Janos indagava quella nostalgia del presente, dell’attimo che è già passato mentre si presenta. Ma non si fece sopraffare, ormai esperto di fugacità. Eppure, provò lo stesso a scattare la foto, sicuro di non trattenere niente o, peggio ancora, di mortificare suoni e odori che in un apparecchio non entrano. Forse scattò per un’imprecisata idea di qualcosa che doveva venire, proprio lì in quel riquadro, su quella sedia vecchia e impagliata. Ma riguardando la foto nell’immediatezza digitale, non vi scorse nulla, nessun segno, nessun presagio.
Lo stesso schermo su cui stava guardando la foto gli balenò in un messaggio.
Ciao Vecio, la mamma mi ha appena fatto sapere che purtroppo lo zio Luciano ci ha lasciati questo pomeriggio.
Ecco.
Ecco chi c’era su quella sedia all’ombra del frassino.

gene

Postilla
Ti te fa quaicoss da pratich, mi a strusi scartofii tut el dì. Te capiss…
L.G.