Immagina

Immagina
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente
viva al presente…
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno
Immagina un mondo senza possessi
mi chiedo se ci riesci
senza necessità di avidità o fame
La fratellanza tra gli uomini
Immagina tutto il popolo
condividere il mondo intero…
Puoi dire che sono un sognatore
ma non sono il solo
Spero che ti unirai anche tu un giorno
e che il mondo diventi uno

John Lennon

Postilla
Sibilavano proiettili e cadevano bombe. Un tornado di ferraglia rovente che sventrava palazzi e case e che una volta raffreddato uscivamo a spulciare, in quel momento di nulla che segue la ferocia della battaglia
gene

C’è sempre da fare

L’é fòro la ròusosalamandra
dopo tan specièe
e sta nécc in dinségn
l’ére crapada scusciada
Fórsi dal call o dai péi,
ma om bòt dasedò
a sem nacc in do prò
e la ròuso l’é ilé
La paar c’la sgiugu
Con la maia négre e arancion
ma la partidi l’è finidi
sót al sóu scoténn d’aurì
A la ciapi coi man
ch’i dis c’la brusu la pél
col sé velén e a la pogi
apréu al rièe

gene

Postilla
La natura non è un posto da visitare. È casa nostra.
Gary Snyder

Una causa persa

sonlerto 2018 2

Il Chiscio e il Panza s’erano impantanati in fondo alla campagna e c’era da aspettarselo, conoscendoli. Intanto che loro due se la vedevano con un gregge placido e indifferente ai destini del mondo, e con esito strategico inesistente, Sopralerta opponeva le sue mura ai mercenari dei Balivi. Quando i due tornarono in vista del paese, le scaramucce erano già concluse per oscurità e gli assalitori ritirati. La riunione del Senato, indetta non appena al Chiscio fu levata l’armatura e al Panza le zecche, s’impantanò in un’interminabile discussione sul come andare avanti.
La situazione era chiara: senza farina e senza acqua, col cazzo che ci si faceva il pane, per non dire della sete. Quindi o resa o attacco all’acquedotto, per toglierlo dalle mani avide e maligne dei Balivi. Escluse le donne (che non votavano, e per questo nemmeno erano ascoltate) e lo sparuto gruppetto di chi voleva tornare alla pacifica villeggiatura tassata e controllata, tutti furono d’accordo sulla sortita a sorpresa, perché la resa Mai o Quasi. Ma come sempre, trovare i volontari fu impossibile.
– Domattina ho la legna.
– I figli dormono fino a tardi.
– Devo andare a Caverna a far spesa.
– Ho il trattamento antitarme.
– Mia moglie non vuole.
– Zakyboy, mi spiace.
– C’è la messa.
Eccetera.
Tenendo per buone tutte le occupazioni (gli impegni sono impegni) e stralciando dall’impresa i saggi del Senato per ovvie ragioni di precarietà articolare e lentezza di riflessi, restavano il Chiscio e il Panza. Stesi su brande come appestati al lazzaretto, laceri e contusi, ai due fu comunicata la decisione di spedirli a riconquistare l’acqua, con la certezza che il Chiscio avrebbe detto sì immediatamente e l’altro l’avrebbe seguito. Il Senato e tutti i rivoltosi sapevano che mandare quei due a liberare l’acquedotto poteva tradursi in una divagazione catastrofica alle leggi della guerriglia, dato che tendevano a improvvisare distrazioni. Ma altro non c’era.
Il Panza si tirò sulla testa la cenciosa coperta militare pur di non dover rispondere di sì, ma il Chiscio, ovviamente, rinacque di botto e dovettero rimetterlo in branda per non stancarlo.
Fu chiamato il Dotur, che con un infuso di erbacce e un discorso soporifero addormentò il Chiscio, per farlo riprendere un po’ e prepararlo a quella che l’indomani sarebbe dovuta essere l’impresa decisiva per l’Indipendenza.

Sopralerta, paese granitico incastrato tra franose montagne verticali, si era ribellato ai Balivi la prima domenica di maggio con un’operazione spettacolare: il blocco della Sacra Processione che ogni anno portava offerte al santuario eretto dai dominatori per celebrare l’inscindibilità di potere e religione. La lunga fiumana di poveri diavoli al seguito di prelati e nobili fu messa rovinosamente in fuga da una mandria di vacche lanciate pance a terra dal terrore per il Chiscio, vestito come un paladino di Francia arrugginito e che le incalzava a dorso di Bucefaloso, un cavallo scheletrico dall’alito cattivo.
Liberato il campo, i ribelli voltarono i bovini e marciarono con loro verso il Santuario, dove stavano in panciolle il principe Kleingüti e la sua corte di bravi e meretrici. Le vacche travolsero scranni e paramenti, un toro infilzò il costato del Cristo di cartapesta inchiodato alla porta del santuario e che aspettava il suo destino con aria afflitta; i ribelli bastonarono gli oziosi padroni costringendoli alla fuga oltre il Cristallina, pestarono vescovo e preti e poi bruciarono tutto. Re e dio abbattuti.
I sovversivi si chiusero dentro le mura fortificate di Sopralerta, senza lo straccio di un piano, ma con la certezza di resistere all’inevitabile ritorsione dei Balivi grazie all’acqua e al passaparola. Erano convinti che tutta quella terra, dai ghiacciai ai laghi, sarebbe stata percorsa da fremiti rivoluzionari e che si sarebbe liberata combattendo al loro fianco.
Balle. Nessuno si fece vivo e poi anche l’acqua fu preda dei Balivi, in una notte di festa del villaggio. Il principe Kleingüti aspettava la resa dei cenciosi di Sopralerta con la calma della iena da-vanti a un bufalo con le gambe spezzate.

Il Chiscio venne messo in sella a Bucefaloso, che non fece una piega. Il cavaliere invece aveva dolori dappertutto a causa della battaglia con le pecore; lo scudiero Panza montò sul suo asino con l’entusiasmo di uno che va al patibolo. Anche quelli che in teoria avrebbero avuto altro da fare li salutarono in piazza e li guardarono arrancare sulla mulattiera che portava all’acquedotto. Tutti pensarono: speriamo.
Appena fuori le mura s’inoltrarono nei castagni. Nel vederne uno corroso e storto e scambiandolo per un monatto, il Chiscio gli si scagliò contro a roncola sguainata gridando “Impudente untore, libera il passo!”. Il Panza riuscì ad arrestarne la furia solo dopo che il cavaliere era caduto di sella per un colpo sferrato al vuoto e che l’aveva fatto ruotare su se stesso come un tiribiri. Non fu l’ultima divagazione. Inseguì una carriola ferma e abbandonata; si gettò in un formicaio urlando “Babele! Assaggerai il valore del mio braccio!”; si beccò un calcio da una vecchia alla quale aveva sottratto il bastone senza chiedere il permesso, poi-ché, diceva lui, era una velenosissima serpe in procinto di morderla mortalmente; si arrampicò su una roccia come se fosse una torre della Fortezza Bastiani, cadendo rovinosamente all’indietro in mezzo a un oceano di ortiche. Riuscì perfino a get-tarsi da un ponte per agguantare una rana, scambiata per la perfida Angelica.
Tutto folle all’apparenza, ma il Chiscio credeva davvero nella rivoluzione e pensava, non senza qualche ragione, che i nemici della libertà tramino ovunque. Il Panza, che in genere non capiva un cazzo di tutto quel volteggiare d’ira e furore, seguiva quell’uomo per quella cosa misteriosa e irrazionale che si chiama amicizia.
Tutto il rumoroso avvicinarsi all’acquedotto non poteva non destare le guardie del principe Kleingüti. Che infatti videro tra i radi alberi quelle due tristi figure e le aspettarono trattenendo a stento l’ilarità dei protervi.

Non ci fu nemmeno lotta. In dieci contro due, infilarono il Chiscio e il Panza in due sacchi per il fogliame, li legarono, li pestarono come gatti randagi e li trascinarono a valle. I due non arrivarono a vedere una sola goccia dell’acqua da liberare.
Con i prigionieri insaccati, gli sgherri dei Balivi si presentarono nella piana davanti a Sopralerta.
– Il vostro piano di riconquista è fallito! – disse quello che doveva certamente essere il capo, dato che ogni pattuglia o esercito non potrebbe esistere senza un comandante, per inadatto che sia.
Il bravo svuotò i sacchi. Il popolo assiepato sulle mura di Sopralerta vide le facce gonfie e scorticate del Chiscio e del Panza e capì che l’acqua non l’avrebbe mai riconquistata.
– In cambio della resa, avrete indietro questi due idioti. Vivi. Due ore per decidere, dopo di che li ammazziamo e poi ammazziamo voi.
Il Senato si riunì, stabilì che la speranza era morta, che il Chiscio e il Panza erano innegabilmente due deficienti ma che mica li si poteva lasciar morire ammazzati; che loro, i vegliardi, ce l’avevano messa tutta per dare un destino migliore alla gente ma che proprio non si poteva andare avanti e che di rischiare il benessere per la libertà era un po’ troppo.
Alle cinque del pomeriggio del 30 maggio si arresero, venticinque giorni dopo la rivolta.

Il Chiscio e il Panza furono giudicati colpevoli di tradimento da parte del Senato stesso, delegato al giudizio e al governo di Sopralerta per volere del Principe Kleingüti in cambio della promessa di sottomissione eterna alle leggi dei Balivi e di Dio. I due furono condannati all’esilio per volere di tutta la popolazione, privati di effigi e cavalcature, e appena svoltarono la curva tutti tornarono a zakiboy, legna, figli, messa, decime e vacanze.
Da allora, ogni anno, la prima domenica di maggio è dedicata alla gloria dei Balivi e il 30 dello stesso mese agli abitanti di Sopralerta è regalata una giornata di festa generale. Di Chiscio e Panza non si sa più nulla, ma forse sono ancora là, dentro a un libro, in fondo a un cuore, sulla pelle di un’emozione, negli occhi dei pazzi, a cavallo di un orizzonte o dove attende una perduta ribellione.

gene

Postilla
Mangia poco a pranzo e meno ancora a cena, che la salute di tutto il corpo si costruisce nel laboratorio dello stomaco.
Miguel de Cervantes

Picchio rosso

Come fai picchio rossopicchio
a destreggiarti tra i rami
ancora spogli del frassino
e balzi e ti nascondi
come Diego Armando agli inglesi
lui a righe celesti e bianche e tu
con i pantaloncini scarlatti
la maglia bianca davanti
nera dietro e senza nome
sulla nuca un ciuffo vezzoso
alla Mario
picchietti la scorza e sembra
la mano di dio all’Azteca
non ami le foto e vai via
in dribbling
tra gli applausi delle gemme
e i miei

gene

Postilla
Il pallone ride raggiante nell’aria. Lui lo mette a terra, lo addormenta, lo corteggia, lo fa danzare.
Eduardo Galeano