Parole al vento

buran

Caro Buran, che sei un vento meraviglioso e che spingi tutto e tutti sotto questo zero, come a volerci nascondere, grazie per la paralisi. Strade deserte, sguardi incupiti dalle finestre, desideri di primavere che saranno accasciate, aneliti di estati intasate, scuole chiuse, lamenti, occhi fissi allo schermo. Libertà. Caro Buran, siamo rimasti in pochi ad accoglierti, impettiti qua fuori a farci accarezzare dal tuo soffio così remoto, forse solo io. Anche tu sei un migrante, uno straniero, anche tu sei malvisto, sei l’ignoto, il pericolo, l’invasore da respingere. Ti hanno storpiato anche il nome. Solo che a te non ti ferma nessuno, gli ometti sono incapaci di recingerti o di chiederti documenti, di interrogarti e di rinchiuderti. Tu passi, innocente come sempre è l’aria, ci fai pensare, ci fai ridere, a noi pochi. Ci porti profumi dimenticati, freschezze perdute, ricordi mai avuti, nevi stoiche. Ti sto scrivendo queste parole mentre tu mi sbirci le spalle, lo so, e sei anche orgoglioso delle mie guance bruciate e delle mie mani rattrappite, e io ti ringrazio per avermi tolto dalle banalità, dalle rozzezze, dalle abitudini e dalle speranze che tutto possa migliorare e invece No!. Caro Buran, lo so cosa vuoi dire, cosa ci porti in dono dalle tue terre lontane: l’eco di rivoluzioni, l’ululare di lupi, il coraggio, yurta, animali liberi e liberi pensieri. Nelle case si rintanano, noi restiamo fuori con te. A presto.

gene

Postilla
A véi véss i vés vóus
aoo
i néss i nés nóus
g.

La partita – Trailer

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(…) Damian la guardò con l’attenzione che non le aveva ancora riservato, si era concentrato sulla voce meccanica e sulla bocca, come ipnotizzato. I capelli della donna, cinerei e fuori moda, circondavano un viso coperto da un pesante strato di cerone. Pitturate di certo con lo stesso rossetto usato per la mano, le labbra stavano immobili, come se le parole uscissero da altrove, anche se a lui pareva avervi scorto fremiti. Il vestito rosso e aderente la fasciava dal collo alle caviglie, delineandone la magrezza, il petto sfiorito, i fianchi spigolosi. Età indefinibile, tra trenta e cinquanta, rifletté senza dare importanza a quel pensiero, ma osservando che, nonostante fosse inverno, non portava scarpe e che le unghie dei piedi erano dello stesso colore del vestito e delle labbra. Strinse forte il calcio della pistola.
– Non essere sciocco con quella pistola. Torna ad ascoltare, ascoltare è consolazione, che in questo momento è anche più della conoscenza. Sono qui per te, anche se non lo consideri un onore e in un certo senso non lo è, anche se non ti appassioni ai miei vecchi inganni e certo non cadrai in tentazione per questo corpo preso a prestito. (…)

(…) In un giorno di febbre, forse tre anni fa, ricevetti le ultime visite, tra delirio e lucore di mente. Il mondo era già cambiato e per me si erano aperte, per rinchiudermi, le porte del manicomio. (…)

gene

Postilla
Finalmente La partita vedrà la luce. Ancora un po’ di pazienza
g.

Questione di epoche

Bellinzona – 10 gennaio 2018 – ore 17

Rabadan 2018

Vengono correndo quattro poliziotti, due con la mitraglietta; mi oltrepassano, li osservo nella loro corsa goffa, troppi muscoli e scomodi vestiti. Li seguo fino al piazzale davanti alla stazione, dove si è creato un cordone di sicurezza: tre volanti, dodici agenti, due ausiliari. Altri tre giungono in vettura. Un senso di tensione. I curiosi fermi e zitti come al crematorio. Io, curioso la mia parte, mi appoggio a un lampione, a dieci metri dal dispositivo. Tre agenti stringono in una morsa un giovane uomo che non oppone la minima resistenza, non è mascherato e non è armato. Sono le cinque di sabato, la città è cullata da una festa dolce al suono della bande di carnevale, vecchi bambini donne mascherine, in lieve comunione da ore. Ma li avevo visti i poliziotti neri e blu, appostati qua e là, armati, distanti, compìti, in una città tappata da mezzi e recintata. E adesso sono qui, davanti alla Stazione, un piccolo esercito per un uomo solo, forse pericoloso. Lo spingono in macchina con rudezza, un calcio, una portiera sbattuta, il senso di allerta che non scende, poi vanno lampeggiando.
Un poliziotto che coordina via radio si avvicina al mio lampione, non mi guarda. Risponde al telefono e prega di chiamare dopo, che non ha tempo, dev’essere un parente.
Mi rivolgo a lui, che mi presta attenzione soltanto dopo un paio di “un momento”.
– Cos’è successo? – chiedo, senza staccarmi dal lampione.
– Ha messo le mani addosso a un poliziotto-
– Ma non state esagerando? In diciassette per un ragazzo?
– Non siamo noi che decidiamo, sono le autorità cantonali e comunali. E poi – e ora si fa più teso, come se la delucidazione a un cittadino fosse esaurita e gli salisse la sindrome da interrogatorio – sa cosa è successo a Parigi?
– Oggi?
– No, quegli attentati.
– Ah okay. Ma qui siamo a Bellinzona, siamo armati di accendini – glielo mostro – e il ragazzo mi pare armato solo di birra. I terroristi mi parete voi, siete voi che state allarmando.
– Lei dovrebbe andare a vivere in un’altra epoca – ruggisce, ora davvero con l’arroganza esaltata da un vago paternalismo (è molto più giovane di me).
– Anche lei… in quella fascista.
Se ne va.
Mi stacco dal lampione e torno verso la piazza con un ragazzo vestito da Pinocchio e che ride di gusto.

gene

Postilla
Ho provato disgusto, ma poi ho mangiato due wienerli alla Bavarese.
g.