Le parole

Si pose in fronte a camere
e luci, artificiali;
senza rispondere a domande,
parlò di implementar misure
e di altri attori da incontrare,
allo studio di risorse ed obiettivi.
Si lamentò delle voci di giornale
miranti alla sua etica smontabile
di politico del popolo.
Si fece austero a dichiarare
che lui fumo non vendeva,
ma progetti e tavole rotonde.
Ora basta, il tempo è andato,
ch’è dalle sette che son sveglio.
E a maggio ricordatevi
del voto!

Intanto che il politico parlava
di parole apparolate,
il poeta camminava di cammini
camminati per sfuggire a quelle reti
che il sorriso e la pietà tengono tese
nel raccogliere le lische
di un pensiero consumato.
Deposte carta e penna,
azzittite con fermezza
metafore e terzine,
costruì nella memoria
le stagioni dell’amore,
la brina della guerra
e l’incerto camminare.
E a maggio cantare,
forse, si potrà

gene

Postilla
I poeti sono come i bambini: quando siedono a una scrivania, non toccano terra coi piedi
Stanislaw J. Lech

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Rompighiaccio eritrei

Su una piccola città, che non si affaccia sul Mediterraneo per pochissimo, è scesa la neve, dolce, insistente. Siamo stati tutti lì a guardarla per ore e quando ci siamo riscossi era ormai tardi e i centimetri si erano assommati. Lasciando la compagnia dei buontemponi, sono sceso in strada a godere di quel muto torpore e tra le poche auto in giravolta mi sembrava di essere tornato all’infanzia di strade vuote e silenti. Sono rientrato sorpreso che ancora nevicasse in dicembre.bici e neve
Al mattino, dopo aver guardato un’allarmatissima rassegna di breaking news sui gradi di allerta e relativi accorgimenti, sono tornato fuori e ho visto l’inferno, bianco. Marciapiedi come l’Aletsch, piazze come lo Hielo Continental, gimcane come all’antisbandamento di Osogna, ma di gruppo. Operai pochi, indaffarati e vittime di contumelie. La sera, davanti alla stessa televisione del mattino, reazioni indignate e scuse politiche da facce rubizze.
Il terzo giorno, a rompere il ghiaccio, stratificato e imperituro, quattro eritrei sfuggiti a chissà cosa ma non alla finale fatica di palare, alla quale certo non anelavano. Ma il taccone ghiacciato si proponeva di rimanere lì fino al Rabadan e gli eritrei fino a chissà quando, a far niente, come diciamo noi mentre guardiamo la neve. Quindi, hop.
– Meglio che cadere dalla barca – mi fa uno.
Ho pensato: “Se le dita gli diventano blu per il freddo non si vedrà tanto”.
L’operaio in tuta arancione aveva i guanti, almeno.

gene

Postilla
Fèe vii néu e mazzèe sgénn l’è lavor inutil
Detto Popolare

Legnaméi

Interrando le lune di un anno svuotatofogli
di passi spediti e tornanti slanciati,
risuona nel capo quel Maiser ritmato
che ferma alla soglia lo zoppo poetare,
il mio,
che è andante di forma e dentro il ripieno
è affollato soltanto di avito stridore.
La téscte la giri,
am suru i orécc.
La voglia dolente di alzarmi e partire,
cappotto e valigia andati perduti,
mi resta soltanto una prosa ridente
che cela i difetti di una lingua imprudente.
Tra lune migrate e mattini convessi,
s’accende Fabiano e tramonta la prosa,
la mia,
intenta al saccheggio di un passato passato
tra carri nei campi e aerei nel cielo.
A staghi setò con in man el corlón
e cade il sostare di una notte amorosa,
una sola.

gene

Postilla
E dicendo di quell’uno
di quanti altri avrai parlato?
Fabiano Alborghetti (Maiser)