La storia del mondo

Voispettri
Offrite spettri
da custodire
nell’interstizio
dell’innocenza

Loro
Mireranno da crepe
di qua e di là
della saggezza vostra
e dell’imprudenza mia

Capiteranno ai tavoli
per rovistare avanzi
di bugie allegre
e verità dolenti

Voi
Anniderete in fila
la corta eternità
delle parole in aria
e delle membra al suolo

Loro
Sussurreranno refoli
per dissipare
le vaghe tracce
delle utopie

Noi
Dissolveremo al crollo
nel tramontare
di civiltà sventate
e invane gesta

Loro
Custodiranno spettri

gene

Postilla
Scaleno scorrere,
ingorgare in angolo
Le ipotenuse tese,
cateti ai lati
g.

La cusu

Premio Letterario internazionale Salviamo la Montagna – ottava edizione
1° premio

Itla ilé can la travèrse, la cùsucusu
spianada, el sentéi griis da gére
Itla ch’la vara in sói gucc dala pésce
e peu l’as fèrme e l’è lei che l’am varda

I égitt guzz, coi sciampìtt in la rusc-cu,
i orécc dricc, a voltaréle la cóvo,
el péer dala schéne iscì sc-cur e lusénn,
la cùru inficóuso, la sùru razénte

Apréu a scta pésce, mi e ti imbesuìit
la machina scmòrso, i péi sola tère,
el sc-giach botonò fin al chél da tùi dùi,
te véd che la cùsu l’é dré a compatìm?

gene

Postilla
Sono gli animali che guardano noi
g.

Metafora

Si vede un torrente prosciugato, con i sassi in secca che non sono come i sassi bagnati di rado dalla pioggia e che stanno in posa erculea nelle frane.
Loro, questi sassi di terra, non fanno che precipitare e fermarsi, rotolare e appoggiarsi: mostrano a volte mantelli di licheni o cappelli di prato, ma non hanno bisogno di impermeabili o cerate.
Gli altri, quelli anfibi adusi all’acqua di fiumi, mari e laghi, una volta disseccati paiono avvizzire.
Sono tondi e grassi, gli altri affilati e magri.sasso
Quelli tondi giacciono inermi e disorientati, di colpo sprovvisti della placenta acquosa, e attorno a loro, nello stillicidio dei giorni aridi, crescono sterpaglie e cespugli che prima non osavano sfidare la guardia delle acque.
Come avamposti abbandonati, i sassi tondi del torrente affondano nella terra che si fa sabbia, come a celarsi.
I sassi affilati schierano resistenze che quelli tondi hanno perso e che nemmeno l’acqua piovana risveglierà.
Muoiono così, assieme a pesci e batraci, nell’avanzare del deserto, nell’aumentare dell’arsenico e nel diminuire dell’umore della terra.
Per ricongiungersi ai piedi bambini che li hanno calcati nelle innumerevoli e umide infanzie, i sassi tondi confidano di mutarsi in decorazioni per piscine, nascondendosi al disprezzo con cui i sassi affilati vorrebbero polverizzarli.
I sassi tondi stanno all’acqua come la schiena al nerbo.
I sassi taglienti come nerbo alla schiena.

gene

Postilla
Non possiamo farci niente, ci dividiamo in due tipi
g.

Il ritorno di Rafel

votarem
Quando impedirono il voto, Rafel tornò in vita. Imprigionato per anni nelle celle francesi, ne era uscito muto e già quasi vecchio. Uccise Franco, il dittatore, prima di cadere a sua volta.
Dopo quell’atto finale, era stato rinchiuso nell’oblio di Stato. Rinacque nel giorno di passione che costrinse la Catalogna a farsi massacrare dalla Spagna. Il suo nome salì alto a mano a mano che i manganelli della polizia spagnola liberavano i seggi occupati dai cittadini catalani che volevano votare per accettare o no l’indipendenza. Ma la democrazia non ammetteva più il voto, una madre che annega il figlio.
A difendere la libertà di affermare il presente e di determinare il futuro ci pensarono vecchi e bambini, donne e nonne. Tutti bastonati e tirati per i capelli dagli agenti antisommossa, bardati come opliti dai volti velati e splendenti di sicumera.
Eppure, Rafel incitava alla resistenza. Le cassette del voto viaggiavano nelle strade più riparate e accoglievano schede su schede. Alla fine della giornata la conta fu chiara: cinque milioni di persone avevano votato, illegalmente, secondo il potere. Il fruscìo dello spoglio varcava i mari e superava le montagne. Nel suo eremo, l’erede di Franco, feroce quanto il padre e ottuso più di lui, non riuscì a calcolare la disfatta, scambiandola per vittoria. Dal suo patio salivano canti razziali, ma nelle note si avvertiva la disperazione della forza neutralizzata, ma ancora pronta a scatenarsi. L’indomani, le pagine di tutti i giornali del mondo condannarono la violenza contro gli inermi, ma l’erede già marciava su Barcellona convinto che il dado fosse tratto.
Entrando nella città messa a fuoco dalle sue milizie, l’Erede salì sul palco e si accinse a descrivere la vittoria. Rafel, da chissà quale anfratto, piazzò la pallottola al posto giusto, come trent’anni prima.

gene

Postilla
Rafel è un personaggio de La conta degli ostinati, protagonista del racconto dedicato alla resistenza repubblicana nella Guerra di Spagna.
g.