La conta degli ostinati

cover-genetelli-EBOOKDiciotto racconti per costituire un quadro di variegata umanità, con l’ostinazione come comune denominatore. I personaggi raccontati sono come asini, animali testardi, empatici, divertenti, folli, intelligenti, indipendenti, irregolari. Ma soprattutto, inseguono chimere con la catastrofe come traguardo, però con una forza vitale e anti-conformista da sfiorare quasi l’anacronismo. L’opera si volge spesso a un passato indefinito, ma senza nessuna nostalgia. Anzi, sembra che quel passato sia vivo e lotti ora insieme a noi con il suo corredo di umane debolezze e forze.
Si parla d’amore e di morte, con tutte le declinazioni che la vita rappresenta, dal calcio alla diversità, passando per campagne strampalate, piazze innevate, viaggi impossibili, progetti picareschi e avventure improgrammate. L’amore è quasi sempre contrastato e incompreso, la morte tragica o ridicola, i lavori saltuari, la fiducia del mondo incrinata ma mai vinta.
La scelta dei nomi che si susseguono sono desueti, come lo sono certi comportamenti dei protagonisti. Alcuni di loro esprimono emozioni e progetti con entusiasmo, altri sono meno estroversi, altri ancora incapaci di comunicare. Comunque, tutti si pongono in quella zona d’ombra che il luccicare della moda non riesce a raggiungere e nella quale loro fanno e disfano la loro vita con malinconica allegria.
Lo stile di scrittura concede molto alla parlata dialettale, il che rende lo scorrere delle trame molto vicino al cuore. I ragionamenti che i protagonisti espongono qua e là sono zoppicanti, nell’essere espressi, e molto spesso si intuisce che il solo metodo è andare avanti a casaccio, per il puro gusto di inseguire un sentimento, una passione, un’idea. Amicizie perdute, ritrovate, dichiarazioni avventate, azioni scombinate, follia latente. Il raziocinio è un’opzione sconsiderata. Gli ostinati della conta sono soprattutto libertari, questo li accomuna e fa dei racconti stessi un romanzo corale.

La conta degli ostinati

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Notizie

montagna
Janos attende notizie, come non gli capitava da dieci anni. Asserragliato nella caverna protetta dagli abeti, che sono piante maestose e miti, proverà a difendere l’ultima frontiera, la sua. Attende notizie che non arriveranno nella sua solitudine di fuggiasco, rintanato in quello che lui pensa sia uno spazio sconfinato e difendibile, ma che invece è un limite. Infatti, lui stesso la chiama “Ultima Frontiera” e si contraddice senza saperlo. Oltre il crinale spoglio, dove gli abeti non salgono e lui è più nudo di una rana, digrada una discesa verso altri accampamenti dell’odiata civiltà.
In sostanza: Janos è accerchiato, solo e senza notizie. Nessuno sale a lui per offrirgli una tattica d’uscita e di vittoria, nessuno più lo sostiene. Sei troppo ribelle, gli hanno detto ieri duemila metri più in basso quelli che sembravano amarlo. È partito col cuore pesante verso quell’ultima frontiera illusoria, inquinata tanto quanto le cementifere pianure. A metà della salita, nelle tre cascine ancora abitate, tre persone ammalate di cancro sarebbero state pronte a seguirlo, se ne avessero avuto ancora le forze. Tutte le montagne sono madri ultime di uomini e donne accasciate da depressioni, solitudini, neoplasie, infezioni. Solo gli abeti resistono, dolci e pungenti, ma anche loro consumati da parassiti.
Janos, nella caverna, accarezza l’ultimo Lupo, il solo compagno che gli è venuto incontro per accoglierlo, compagno di sventura e bersaglio. Ora le prime torce lampeggiano tra gli aghi notturni, in anticipo su qualsiasi e impossibile notizia. Il Lupo si lancia, Janos lo segue. Non servono più notizie o difese. Non ci saranno crinali da discendere.

gene

Postilla
Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.
Bertolt Brecht

Temperdù IV

Un passaggio iniziale di un romanzo ormai completato. Il protagonista è a processo. A suo carico, come prova, un diario che verrà letto in aula per giorni e giorni.

catilina

(…) Si alza il Procuratore, con una smorfia come se patisse di coliche e poi subito pavoneggiante per la ribalta tutta per sé; ondeggia nel passo, come a voler celare con impostata umiltà la ferocia che gli si nota nel busto rigido. È falso, ma lo vedo solo io che sono del Novecento.
Temo si protrarrà per giorni questa commedia. Non mi interessa la pena finale, ma questo stillicidio di idiozie che seguirà. E dire che tutto quanto ho scritto è mio, privato, e stava racchiuso nell’urna con le ceneri. Un dettaglio intimo che hanno ribaltato in occultamento di prove.
Certo, sono un traditore. Non di questo presente, ma del mio passato pieno di significati che altri mi hanno tramandato e dal quale sono fuggito senza portarmi dietro niente. Ho rivangato, protetto dalla lontananza nello spazio e nel tempo; non ho assolto nessuno, ma non assolvo me stesso dal mio essere traditore, in un processo personale che ho messo per iscritto dopo averlo a lungo pensato. Non pensavo che questa analisi privata di una mia indefinibile follia, un’abiura, potesse essere scoperta e diventare una pubblica accusa. Invece sì, sono qua, trascinatovi da questo impero della prostrazione che con la mia inanità ho contribuito a far crescere. È un mostro con mille occhi e mille orecchie, ma con una bocca sola che sancisce verità da rispettare per legge. Sono un traditore, lo so, ma per l’esatto contrario per cui sarò giudicato.
Il Procuratore è uno di questi uomini nuovi, alti e insignificanti per trapasso genetico, ai quali hanno impartito un’istruzione morale molto precisa e sorda; queste caste si strutturano anche con studi teatrali, controllati dallo Stato, per ottenere la massima efficacia retorica. La questione religiosa è controversa: da una parte la morale privata dove Dio è il supremo occhio; dall’altra la Giustizia pubblica in mano alla Corte Planetaria, organismo che non riconosce nulla né sopra né sotto se stessa e si riproduce grazie alla florida corrente a cui appartiene l’idiota che mi accusa. Una volta li chiamavano incesti.
Questo Procuratore passerà da ogni atteggiamento imparato e praticato, pur di dare corpo alla sua insignificanza. Certo, lui si sente dalla parte giusta e non ha dubbio alcuno; è stato costruito così e metterà in scena tutto il possibile per dimostrare la mia colpa e per suggerire la pena più dura. Non sono il primo, non sarò l’ultimo. Ma che fastidio. (…)

gene

Postilla
Perdere tempo

Resistenza

adidas rome
In perenne tempo di pace, lo zappatore Rovelli, milite delle Truppe del Genio, Prima Compagnia, si trascinava tra la guarnigione con aria dolente e le adidas Rome bianche a righe azzurre ai piedi, per via di un ginocchio offeso che non accettava gli scarponi. Privo di fucile, perché con le scarpe da ginnastica gli scivolavano i piedi nell’atto supremo dello sparare, si era dotato di taccuino per annotare ipotetici  appunti sull’andamento delle operazioni. Incarico assunto da se stesso e che a ogni domanda di un superiore su cosa stesse facendo, rispondeva che era un ordine del tale e del talaltro, probabilmente quasi tutta gente già morta e che non avrebbe potuto smentire.
Mentre la truppa partiva per esercitazioni serissime, tipo sparare a palloncini immaginando nemici che il comando considerava agguerritissimi e pronti a invadere l’Elvezia tutta, lo zappatore Rovelli raggiungeva lo zappatore Passera, anche lui calzante scarpette civili tipo mocassino per una non meglio precisata tendinite, e assieme si recavano in cucina per una partita a carte con gli zappatori Galfetti e Galizia. Questi due con tanto di scarponi, che nella loro terra, la Valle di Blenio, sono un must da esibire anche a funerali e matrimoni, ma con le camicie slacciate e fuori dai pantaloni. In cucina poiché fuori non c’era verso di disciplinarli. Un esempio? A un colonnello che il primo giorno gli disse: Urca, che barba!, il Galfetti rispose: Ra barba ra comincia adès.
Attorno alle undici, scolati alcuni fiaschi, si mettevano ai fornelli, guidati da un cuoco vero, l’appuntato Rigozzi, che non ne ricavava quasi nulla, se non qualche patata pelata di malavoglia e la bollitura dell’acqua per i wienerli.
Il pomeriggio passava tra la noia e il riposo, fino alla sera, quando al momento dell’appello ricomparivano tutti, il Rovelli, il Passera, il Galfetti e il Galizia, pronti per la libera uscita (il Rigozzi rigovernava solerte).
Al momento del rientro all’accampamento, i quattro si mostravano alla ronda con facce da educande, rispondevano presente all’appello in camera e appena si spegneva la luce ripartivano verso le bettole e tornavano solo quando l’alba chiamava.
Altro appello, altre facce dolenti, altri saluti alla truppa che se la sarebbe vista con immaginari sminamenti, e poi, su Rome e mocassini, tornavano in cucina a vedere come stavano il Galfetti e il Galizia e se c’era mezzo di mettersi qualcosa sotto i denti.
Durata del corso: tre settimane.
Svolgimento: riuscire a non far nulla.
Risultato: rientrare alle proprie famiglie un po’ ingrassati ma guariti.

gene

Postilla
Come è stata la parata?
Bella, per un pelo non era gol!
Genio Anonimo

Una marcia in più

Mi è sempre parso di avere una marcia in più, solo che l’ho mai trovata e se anche apparisse non credo di saperla inserire. Però la sento, cazzo, col suo pomello a premere nel cervello. Ma dov’è? Come fare.marce
Ho abbordato curve in terza e rettilinei in seconda. A giri bassissimi come un cuore addormentato o altissimi, nell’anticamera della fusione. Lanciato a mille all’ora, non sentivo nemmeno le mie parole di disapprovazione a causa del frastuono. E la marcia in più poteva al massimo essere una quarta.
Ci fu un momento in cui pensai che la retromarcia fosse la soluzione segreta, una velocità a ritroso che mi permettesse di nascondermi mentre il mondo allenatissimo avanzava. Andò malissimo, mi tamponarono fino all’inculamento massimo. Grattai una prima disperata e poi una seconda ululante, seguite da una terza e una quarta a raccogliere aria per lenire le ferite. Ma al momento di allungare veramente, la marcia in più non c’era. O meglio, c’era di certo ma non la trovavo.
Me lo dicevano tutti: Hai una marcia in più. Ma non trovandola, ho concluso tutti i gran premi inglobato nel gruppone dei mediocri. Davanti, campioni di giornata con la leva del cambio funzionante; dietro, disgraziati come me, dotati solo di idee irrealizzabili e di marce corte.
Stamattina mi sono alzato presto con la soluzione in mano. Sono saltato in macchina, mi sono aggrappato al volante come Fangio e ho messo in folle a motore acceso, dando gas ogni tanto.
Sono ancora qui, fermo, a osservare il mondo che viaggia senza sapere per dove. Se finisce la benzina non cambia nulla, solo meno fracasso.

gene

Postilla
Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.
Pino Cacucci

Aprile

Bellinzona-Switzerland
Janos prende il treno, come canta Jannacci, per non essere da meno. Per essere di più. O per fare il di più. Non bastandogli le case, le auto e i pranzi, discende la valle a piedi e a dieci chilometri dalla città, prende il treno. Appunto.
Senza biglietto, che lui allo Stato ladrone soldi non ne vuol dare. Rischia la multa, che comunque non pagherebbe, saltando al volo, se necessitasse. Non necessita.
Scende alla lucente stazione, appena rimodernata con gusto indecifrabile, e percorre il viale fino alla piazza più a sud, dove si può guardare in faccia il sole e dirgli: Oh, lasciami stare qui solo un po’ senza pagare.
Con dieci franchi in tasca, bisogna calcolare ben bene, altrimenti si resta a secco e toccherà accontentarsi dell’acqua di fontana, che insomma, vabbé, ma è tristanzuola. Si convince di non avere fame, ma ne ha.
Mentre si crogiola al tavolino del bar, chiuso e con le sedie legate alla catena poiché coi tempi che corrono chissà in quanti le prenderebbero e sferraglierebbero fino a casa con la refurtiva, passa Silvia.
Incinta, piccola di statura. La conosce da qualche anno e sempre lei gli chiede ironica se è ancora vivo e se quella barba lì, che gli incorona il viso come a un acheo da film, è roba selvatica o artefatta. Poi però, lo bacia e gli chiede se andrebbe bene una pastasciutta. Janos, che se può cucina, assente. E vanno, lui leggero e lei ondeggiante causa pancione.
Nella casa di Silvia, linda di mano femminile, preparano il sugo in armonia e poi vanno su all’orto e mangiano. Si ascoltano, elaborano discorsi, pensano nomi per il nascituro, che sarà un maschietto, lo dice lei.
Di sotto, un ragazzo suona la chitarra. Silvia lo chiama, lui sale. Janos si fa prestare lo strumento così per vedere, ma poi non lo mollerà più fino a sera. Il ragazzo, intanto, ne ha presa un’altra, di chitarra. Suonano e cantano, mentre il sole, stanco di aspettare, se ne va dietro la montagna.
Negli ultimi voli di passeri, nei supplementari dell’imbrunire, come una rondine in procinto di emigrare, Janos bacia Silvia, rimonta il viale e prende un treno, un altro. Senza biglietto, anche lui con la pancia piena e i dieci franchi intatti, buoni per la birra che verrà. E se avanzasse qualcosina, per un ninnolo da regalare al bimbo, quando apparirà.
Sono giorni così che fanno primavera.

gene

Postilla
Io canterò come un sole improvviso in giorno d’aprile.
Pierangelo Bertoli

La cura

calcio III
Il prato delimitato da righe gli parve espanso come un universo ingovernabile. Prima di entrarci per forza, raccolse la voglia che aveva e si fece coraggio. Carles, vecchio mio, sei qua, si disse. Quattro mesi prima era crollato dentro una vertigine di dolore. Ne era uscito più fragile e insicuro, come se gli si potesse leggere in volto una malattia, sconfitta ma insistente nel non consegnare le armi. Per nascondersi all’ipotetica indagine degli altri, che immaginava più che avvertire, si era fatto crescere una barba insolita. Non si era più allenato, per mille motivi, ma per la prima di campionato il coach gli sussurrò un normalissimo: Vieni.
Dimagrito e incerto, Carles ci rifletté un secondo e disse sì. Ma quella riflessione mancata gli si parò dinnanzi appena vide il prato con le porte e le divise appese al muro dello spogliatoio. Non ebbe paura (Carles non ha paura di niente, non ha tempo) ma stupore sì. Possibile che io ce la possa fare? si chiese.
Per cinque minuti non toccò palla, come se i compagni avessero prudenza nei suoi confronti. Bestemmiò e ne recuperò una dai piedi di un suo coetaneo, un altro che probabilmente non riusciva a staccarsi dalla passione per il gioco.
Carles sentì di nuovo le gambe, solide. Solo il fiato mancava a tratti, ma piedi e cervello rispondevano. Mentre i suoi compagni entravano e uscivano a dipendenza delle scelte del coach e dalla loro fatica, Carles rimase in campo fino alla fine, a sopportare la sconfitta della sua squadra, inesperta e timida.
Non chiese perché non gli avessero concesso un po’ di riposo. Temeva di leggere sul viso del coach la terribile commiserazione che si concede a un malato. Si ripassò la partita nel cuore della notte, dopo ampio rifornimento di birre, e si assolse: giocato bene.
Il giorno dopo, nelle vie della città, non scorse negli sguardi l’indagine immaginaria del suo viso. Rinfrancato, Carles si tagliò la barba e ricominciò a vivere. Restava il dolore alle gambe, quello della fatica, ma l’altro era andato via.

gene

Postilla
Come cura, sbagliare un calcio di rigore.
g.