I sette samurai

Il momento lo scelsero bene, proprio nella notte in cui gli anni si passavano la mano e noi umani godevamo delle solite cose: mutande rosse e spumantino, con tappi e botti. I nostri buoni e imbecilli propositi crollarono tra i lampi dei raggi ziklon delle astronavi di Lucos. In trenta minuti senza conto alla rovescia, chi stava ancora nel 2016 e chi già gustava il 2017 fu polverizzato. Da otto miliardi, l’umanità fu ridotta a trecentomila unità, sparse ovunque e senza possibilità di organizzare una resistenza seria, senza nemmeno armi efficaci. Rintanati in luoghi senza luce e senza rete, questi trecontomila erano forse i soli sulla terra che se ne stavano fottendo del Capodanno.

Noi sette fummo abbagliati dalle luci gelide degli Ziklon e non ci colpirono solo perché non  avevamo telefono, lampade, radio o computer: in mezzo al Bosco Grande non ci servivano. I Lucosiani non ci braccarono, tanto avevano calcolato che i sopravissuti non avrebbero avuto nessuna possibilità di difendersi e sarebbero morti per inadattabilità.

Che tutto il mondo fosse andato in pezzi lo capimmo dal silenzio agghiacciante che coprì ogni anfratto del mondo visto e percepito. Le vedemmo le astronavi, nella piana, come rettili. Ne uscivano esseri filiformi incapaci di camminare senza l’ausilio di un mezzo che, lo sapemmo dopo, era un semplice cuscinetto d’aria generato dal loro sistema nervoso. Lenti e distratti, sicuri e feroci, non ci scovarono mai. L’incontro con gli alieni era avvenuto, dopo millenni di falsi avvistamenti e ridicoli messaggi di pace e speranza spediti dai nostri geni nello spazio ignoto. L’anelato incontro aveva posto fine alla nostra ottusa civiltà.

Ma come tutte le popolazioni conquistatrici, anche i Lucosiani non avevano minimamente considerato altra strategia che l’uso della loro smisurata forza. Ingannati dall’alto tasso di ozono e anidride carbonica che noi umani avevamo riversato nell’atmosfera, intasata dal nostro sfrenato inquinamento, pensarono che fosse l’habitat perfetto per loro. Il loro organismo necessitava di pochissimo ossigeno. Noi boccheggiavamo per lo smog, loro ne traevano linfa vitale. Solo che il loro genocidio spense tutte le industrie, fermò le auto e cancellò ogni produzione e consumo di energia.

Nel giro di quattro anni, durante i quali noi sette ci occupammo solo di sopravvivere nascosti come fantasmi, l’aria si era ripulita, il ciclo delle piante era tornato alla normalità, si moltiplicarono gli animali e gli invasori cominciarono a boccheggiare e a inciampare nella loro stessa aria artificiale. E quando cadevano a terra, si frantumavano come cristalli. Anche noi faticammo a tornare all’aria pura e a volte il respiro ci bruciava in gola come fuoco, ma nessuno cadde in pezzi o morì in altro modo.fionda

Poi, stufi di stare rintanati come ratti, passammo all’azione. Rallentati dal loro malessere, i Lucosiani davano l’idea di una regressione dei loro sensi. Un mattino, scivolammo fino al limitare del Bosco Grande e ci avvicinammo a uno dei rettili dormienti. Un Lucosiano ne uscì traballante. Con un semplice sasso da fionda scagliatogli nel petto si dissolse in polvere. Fu come giocare al tiro a segno e a sera i terribili guerrieri alieni erano solo pulviscolo. Probabile che così fecero gli altri umani dispersi sul globo, dato che di Lucosiani non ne apparvero più.

Le vedete le astronavi? Sono quelle gobbe del terreno dove l’erba cresce rigogliosa. Immense tombe. Rigogliosa è la nostra vita: sconfitti gli invasori, che a loro volta avevano decimato l’umanità salvandola però dall’estinzione che essa stessa si stava costruendo con la dissolutezza e l’avidità. Sono spariti alieni, governi, eserciti, manager, oligarchi, miliardari e tutta quella fottuta pletora di fetidi profittatori che fino alla notte del passaggio al 2017 dominava il mondo e rendeva la vita impossibile al 99 per cento dei terrestri, animali compresi. E oggi, come da vent’anni in qua, c’è un aria così limpida e profumata che tutte le mattine viene da piangere per la felicità, in comunione con la natura tornata madre. Noi sette ci siamo ancora tutti. Banzai.

 

gene

 

Postilla
Lo scopo della società umana deve essere il progresso degli uomini, non delle cose.
Léonard Sismonde de Sismondi

La partita – estratti e immagini

Dove va il ragazzo Damian con il suo fardello (una pistola, soldi, e poco altro)? È in fuga da qualcuno o alla ricerca di qualcosa? Perché il vento autunnale lo sospinge, come fosse una foglia, verso una casa singolare e disabitata, separata anche da ogni ultimo villaggio?damian

(…) La casa si stagliava in aperta campagna, a dieci minuti di cammino oltre le ultime casaorigcostruzioni dell’abitato, solitaria in mezzo alla distesa d’erba magra.
Cosa ci fa quest’edificio in mezzo ai prati, si chiese. Non era da contadini, con quei due piani anomali, senza porticato e con una loggia in ferro che gli faceva il giro al primo piano, come una corona. Le imposte al piano terra chiuse, chiuso il portone di legno chiaro come intagliato di fresco. Un comignolo con un gallo di latta sulla girandola. (…)

gene

Postilla
https://www.progettiamo.ch/?progetti/231/la-partita/

Profezie

Le profezie dell’anno scorso sono andate bene, no?pianeta

Insomma… Non hai previsto né Trump né Dylan.

Beh, sulla pazzia non ho ancora una divinazione completa.

Ma se non hai nemmeno immaginato le morti supreme di Cruijff, Bowie, Prince, Michael, Cohen. Neanche Carlo Pedersoli…

Chi?

Bud Spencer! E Dario Fo? Merle Haggard? Neanche uno.

Oh zio, la vita non è fatta solo di morte!

A dire il vero, mi sembra il solo traguardo. Neanche i miei patimenti li hai previsti… Comunque, hai in serbo qualcosa per l’anno che arriva?

Visto che insisti, ti faccio un elenco ineguagliabile. Moriranno: gli ultimi ghepardi e il mio gatto per solidarietà con loro, alcuni alberi in Bavona, tutte le luci di Natale, molte speranze, quasi tutte le certezze, la solidarietà, la tolleranza, l’amicizia, la lealt…

Ferma! Ferma! Che bisogno c’è di spingersi così in là?

Sono tendenze in atto, zio.

Okay, calma. Qualcosa di buono?

Sopravviverai. Ti basta?

No. Dimmi del tempo.

Alternanza di pioggia e sole, vento, neve. Isoterma variabile a seconda dei momenti.

Sono già più tranquillo. Grazie. Quanto ti devo?

Nulla, sei un futuro disoccupato e avrai bisogno di ogni centesimo.

Uscii nella notte dell’anno di merda che cadeva nel cesso.

 

gene

 

Postilla
Ogni singola opera d’arte è l’adempimento di una profezia.
Oscar Wilde

L’intruso

Le strade sgombre incutevano una specie di timore, come se tutto fosse iollato di colpo. Anche le luci dei trecchi brillavano meno. L’autobus con due persone a bordo, me compreso, attraversò il fiume quasi in secca, ordenoso. La giornata stava nascendo, ma senza fremiti. Beh, normale, mi dicevo, è Natale e sono tutti in casa a entratogare regali. Eppure qualcosa mi terziava storto. Osservai l’altra persona, una donna giovane, forse renta, forse bigna. Guardava fuori dai vetri, magari si chiedeva le stesse cose che mi chiedevo io. L’autista lo vedevo di spalle, nella sua giubba azzurra e un po’ refletta. Nessun semaforo rallentava la corsa e a ogni incrocio, il vuoto. Marciapiedi deserti, portoni chiusi, torcalli anuflati. Alle fermate, il bus nemmeno rallentava, andando in una fretta incomprensibile. Cominciavo a essere srotoloso. Mi rivolsi alla donna renta: Dove stiamo andando? Io a vedere le gratoline, e lei?deserto-22

Le spiegai che mi aspettavano al mio paese per il pranzo, ma lei non ascoltava già più. In stazione, finalmente, il bus si fermò, stremolando. L’autista stette aggrappato al volante, non ebbi modo di vedere che faccia avesse o se umpisse. In stazione nessuno, nemmeno lungo i nagolatti. La bortelleria era chiusa, il cruglio sbarrato. Mi girai, la renta era sparita, il bus girò l’angolo. Ero solo. Mi incamminai lungo i binari, li percorsi per ore senza che un treno mi superasse o apparisse. Le costruzioni diradarono e poi architarono del tutto. Il deserto mi si aprì davanti, lustafatto. Ero finalmente porvato.

 

gene

 

Postilla
Non sappiamo cosa ci aspetta, inutile star lì a fedlettere.
g.

Un canto di Natale

Péi e tésct, sciuch e scìscpitghirlanda
Tajéi, strépei, bruséi, sechéi
Gamm e brasc ‘me ramm
Mugiéi e seteréi dal gó

Féuch e fiamm in straad e piazz
Canicitt e fémen mascnéi
Omon ‘me nùmur
Pais e cà ‘me gann

Ag n’è amò da vèrmen
Tachéi ala mèrde
Sói scagn d’on quai govern
Chi sara i ecc e i dascmentìghi

Ag n’é amò da sgén c’a pénse
Che un forésct l’è ‘na furmighi
Da scuscièe sót i calséi
Par varnèe i sé, da fiéi

I sé fiéi i’è come lóu
I dascódigo an i préi
I ranza i besch e frasch
Col troncon inruscgiurén

Ma nui e i néss, da fiéi
A pòm mighi fèe parénse
A bràncom el falscét
E ag vérom i buséch

Péi e tésct, sciuch e scìscpit
Tajéi, strépei, bruséi, sechéi
Gamm e brasc ‘me ramm
Mugiéi e seteréi dal gó

gene

Postilla
Stille Nacht

Anatomia di un Ribelle

I Luminari approfittarono del sonno dove era precipitato il Ribelle per esaminarlo, convinti ribelleche per due ore, o mai, si sarebbe destato. Non si affannarono a capire come fosse finito in quel riposo comatoso anche se avrebbero dovuto, viste le veglie inesauste del Ribelle nei secolari viaggi in contromano. Pensavano fosse l’occasione buona per capire com’era fatto, piuttosto che elaborare una patologia.

L’anatomia partì dunque dal fondo e subito videro due estremità asimmetriche, due piedi sinistri. Ecco spiegata l’andatura sghemba che schivava pallottole a milioni. L’uccello lo saltarono via per il timore che potesse sparare, più che per pudore. L’intestino era lungo circa millecinquecento metri e si propagava attorno ad ammassi di idee secondarie.

Merda!, disse un Luminario con occhiali dalle lenti spesse.

Di milza non se ne parlava, al suo posto una molotov accesa che gettarono prontamente in corridoio, generando un falò benzinoso. Il fegato… Due fegati! Cazzo! Uno con scritto “coraggio” in cirillico, l’altro impagliato e a forma di damigiana con un’etichetta recante “775farenheit – 1897”. Stomaco, reni, polmoni quasi normali, se non che stavano dentro alla rinfusa, annodati da un esofago pitonato e da una trachea a forma di ciminiera in mattoni rossi.

Quando passarono al cuore, si aspettavano ormai qualunque cosa, invece era normale, tranne il battito: rullava seguendo un riff di Hendrix che sgorgava dai ventricoli a due piste. Nella testa, che scrutarono con spaesata deferenza, chiodi arrugginiti, piantati nella dinamite e legati da una miccia che conduceva alla bocca.

In quel momento, il Ribelle si destò, balzò in piedi, estrasse un fiammifero con la velocità di un pistolero e mentre i Luminari arretravano s’accese la miccia con la nonchalance di chi si fa una sigaretta dopo il parto. Tutto esplose e crollò.

Il Ribelle cadde in piedi nella strada deserta, attorniato dai Luminari anneriti da capo a piedi. “Cari signori, bruciore di stomaco debellato. La medicina fa miracoli davvero”. Ecco, è tutto.

 

gene

 

Postilla

Sono in ribellione totale contro la mia stessa mente, quando vivo, vivo per impulso, per emozione, per incandescenza.
Anaïs Nin

Ferraglia

Sibilavano proiettili e cadevano bombe. Un tornado di ferraglia rovente che sventrava bomba-inesplosapalazzi e case e che una volta raffreddato uscivamo a spulciare, in quel momento di nulla che segue la ferocia della battaglia. Anche quella era una contesa in bilico tra furore e pazzia, addensata attorno alla confusione su chi spara a chi e chi bombarda a cosa. Durava da mesi e le case da distruggere sembravano non finire mai, come i morti e i feriti che si ammucchiavano. Eppure, il mondo andava avanti e gli scampati cercavano di sopravvivere con quel che c’era.
Noi raccoglievamo la ferraglia esplosa e inesplosa che restava a terra tra calcinacci e armature dei muri e la rivendevamo. Cioè, la barattavamo di nascosto, in cambio di cibo, sigarette, coperte, fiammiferi, occhiali e tutto quanto occorreva per scambiare ancora o usare subito. La nostra ferraglia, con un lungo periplo di fusioni, probabilmente ci sarebbe finita ancora sulla testa. Tutto un giro.
Noi, piccoli e rapidi come solo i bambini possono e sono, eravamo bersagli difficili, a meno di essere forzati nei mirini da una stretta di mano adulta e inopportuna, cosa che ci guardavamo bene dal cercare. Quattro rigattieri sbandati, alti un metro, con la guerra come una manna, dato che ormai nessuno, in mezzo al sopravvivere, badava più alla nostra educazione. Ci bastava un carretto e la fortuna.
Poi ci liberarono, la guerra in quella città cessò e ci accorgemmo che non avevamo più padri madri fratelli e sorelle. Ci rinchiusero in un orfanatrofio con le sbarre alle finestre. Ottimo ferro, pensammo, con la nostalgia per la nostra ferraglia da baratto, che era la libertà fatta materia. In sostituzione, la miseria di una minestra come acqua, botte, preghiere, insulti e pianti. E reclusione. Porca troia, la pace…
Riuscimmo a fuggire per caso e, dopo una lunga marcia nella desolazione di un mondo che tentava di rinascere tra lacerazioni e lutto, raggiungemmo un’altra città ancora miracolosamente in guerra. Nessuno raccoglieva ferraglia ad alto rischio e noi ricominciammo.
Dopo quasi tre anni, due di noi erano cresciuti e caddero senza scampo sotto la mira grossolana di un cecchino, traditi dalla loro mole da adolescenti. Rimasti in due, irti di paura per l’improvvisa carezza della morte che mai avevamo considerato, saltammo su una barca che attraversò un mare immenso. Ci raccolsero quasi morti per davvero e ci affidarono a una famiglia per bene di quella terra ignota e lontana dalla guerra. Un bel favore, veramente.
Imparammo a leggere e scrivere, a stare composti, a smettere di mangiare con le mani e dormire per terra. Ma la fiducia nella protezione dei grandi no, quella non la recuperammo e a vent’anni, quasi insospettati e senza lavoro, ci arrestarono mentre tiravamo un carretto pieno di ferraglia in una oscura periferia. Le nostre famiglie adottive ci ripudiarono e noi, appena rilasciati, riguadagnammo la guerra, dalla parte del mare da dove venivamo e alla quale apparteniamo.
Non so come, e non importa granché, siamo ancora qua tra spari e silenzi, un po’ più accorti degli esordi perché ormai siamo diventati un bersaglio più visibile. Finora ce l’abbiamo fatta. Ferraglia abbandonata e case vuote ce n’è sempre, malaccio non si sta. Credo che poi, con un po’ d’attenzione, in guerra mica si muore.

gene

Postilla
Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza.
Emily Jane Brönte