Noia

E tutto a un colpo, torcersi dal male, non concludere la cena, salire in auto e reclinare il sedile, arrivare a casa piegato come dal vento, stendersi sul divano e infine decidersi che è abbastanza. Poi vertigini d’anestesia, discorsi notturni nell’insonnia ottusa dalla morfina, autoironie, niente fame e poi invece fame e un brodino. Andirivieni di parenti e amici miei e d’altri, infermiere, dottoresse, donne, ragazzi. Un bordello, dove tenere la barra significa riuscire a pisciare, finalmente. Puzze, odori, consigli, imposizioni. Noia, gioia per una voce, ancora noia. Sapere che le tue budella si sono attorcigliate attorno ai resti sessantottini di un’appendicite, come dire che al riparo non sei proprio mai, eh, cazzo. E poi si esce, si uscirà, insomma. No? Ma sì.

 

gene

 

Postilla

Fasctidi

Restauro

Il blog è in fase di restauro assieme al titolare. Pazienti.

Postilla

La Medicina moderna ha fatto veramente enormi progressi: pensate a quante nuove malattie ha saputo inventare.

Dasédet

Perché mi guardi così? Ti ho forse tradito? Eravamo giovani e non è vero che non si cambia, giorg-1982-2-copiasi cambia eccome. Ti ricordi del calcio, della musica, dell’amore, del lavoro, della politica? Ti ricordi di che pasta erano fatte le cose e come ronzavano incessanti i cuori? Invece di guardarmi così, hai pensato a come sei cambiato tu? Tu che ti incamminavi ingabbiato nelle forme e pensavi che si potesse essere ribelli e concilianti nello stesso momento? Tu che poi ti sposasti in chiesa per la gioia di lei, ma che dentro ribollivi di ateismo. Tu che vivesti dentro la bottega di tuo padre per anni, calpestando le tue aspirazioni e il tuo talento? Che poi, hai dovuto tradire per ritrovarti, facendo del male a chi ti voleva bene e contava su di te, ti voleva sereno, addomesticato. E adesso mi guardi in questo modo? Proprio tu? Tu che hai contribuito al mondo di merda che ci avvolge ora, con le tue istituzioni, con il tuo conformismo. Non ne ho colpa io, cazzo, se eri cieco, rassegnato. Eppure l’avresti voluto cambiare il mondo, foss’anche il tuo piccolo paese aggrovigliato di legami e parentele, invidie e bassezze. Però sei rimasti lì fin quasi a farti uccidere. E adesso mi guardi in questo modo? Dasédet, l’è oro.

 

gene

 

Postilla

E non parlare d’inimicizia.

g.

Black Friday

Esplosero tutti i giacimenti di petrolio, crollarono tutte le miniere di carbone. Una nuvola coprì il mondo intero per quattro giorni. Al quinto, la polvere era tutta a terra, l’aria di nuovo limpida. Popoli interi e sopravvissuti si misero in cammino, disarmati, su terre dove la cenere era soffice come neve non ancora posata. Dissodarono a mano quel che bastava, strappandolo a raffinerie abbandonate e palazzi vuoti.

L’ordine mondiale era sparito, nessuna connessione, tutte le auto e i bus e i camion e i treni erano fermi, come scarafaggi disseccati. Il sole scaldava e la pioggia lavava. Da qualche parte, comparve di nuovo il fuoco, lampeggiante su cataste di legna d’opera inservibile. Non si combatteva più, per nessun motivo, e il solo modo per sopravvivere a inedia e atmosfera era collaborare con l’altro. Non c’era più campo e linea, lo dissero quelli che a cui ancora funzionava la batteria di un telefono. Nessuno chiamava, nessuno rispondeva.

La comunità raffazzonata nella quale eravamo capitati si era già organizzata nel reperire carrelli-della-spesaacqua e farina. Qualcuno già raccoglieva qualche frutto da scambiare con indumenti, altri mettevano tende di stracci dove il poco nutrimento era diviso tra tutte le bocche, dato che era meglio che non morisse nessuno, visto il bisogno di braccia. Dopo un mese, ricominciarono i canti e i racconti. Alcuni provarono a sfruttare gli altri, con baratti iniqui, ma furono subito riempiti di botte e scacciati.

Mentre stavamo tornando a sorridere, il sogno finì e ci ritrovammo in mezzo alla fiumana di gente che assaltava le promozioni natalizie del Black Friday.

 

gene

 

Postilla

L’atteggiamento implicito nel consumismo è quello dell’inghiottimento del mondo intero.
Erich Fromm

Bang Bum

Spostati che non vedodivano

Mettila via

Non è come mettere via un’idea

Non la sai usare

L’idea?

No, quella che hai in mano

Oh sì che la so usare

Ma se non hai mai preso neanche una bambola alle giostre

Da questa distanza non sbaglio neanche io

Mettila via dai

Aspetto la vendetta

La tua o la loro

La mia. Eccone uno

Non fare il cretino

Spostati, non è affar tuo

No

Spostati ho detto

Va bene. Ora la metti via?

Stai zitto che non sento

Dai…

Zitto, cazzo

BANG

L’hai mancata, fenomeno

Non ho mirato bene

Hai finito?

Ora la metto via, prometto

E poi te ne vai?

No, aspetto

Che cosa?

Che arrivini quelli là, con le loro facce finte, il finto disgusto, la finta sorpresa

Ti soddisfa tanto?

Sì, voglio vedere un’ultima volta i loro visi inutili, sentire le loro frasi ipocrite, osservare la stupida felicità per un credito, i biscotti, le medicine, il mulino, i bambini addomesticati, le promesse, gli appelli, lo scherno

Scherno o schermo?

È uguale

Avevi promesso di metterla via

E invece no. Eccoli. Togliti

BANG – BUM – CRASH

Proprio bravo. I soldi per un’altra dove li caghiamo… Sarai contento adesso

Molto.

 

 

gene

 

 

Postilla

Per avere in mano la propria vita, si deve controllare la quantità e il tipo di messaggi a cui si è esposti.

Chuk Palahniuk

Ciclisti

Lo vedevo salire con il suo peso e lo capivo, dopo la sera all’osteria a svuotare, a ritmo del bicchiere, il cuore troppo gonfio. La Cecilia l’aveva lasciato all’improvviso, come si dice sempre quando le cose non si vedono per tempo. Gli avevo anche proposto di lasciar perdere la cosa che volevamo fare l’indomani.

– Giammai – rispose, scalciando il cane dell’oste che, ignaro dell’afflizione, strusciava il muso desiderando carezze.

Me ne andai che erano le due e lui era ancora là a guardare le venature del tavolo come se vi scorgesse mute risposte.

Il mattino, ai piedi del Passo delle Ginestre, lo aspettai quel tanto e poi mi incamminai a piedi da solo. Sui tornanti, gente accampata e ilare, bandierine, griglie e beveraggi. Sulla strada, scritte col gesso. A metà salita, guardai giù e lo vidi, curvo nelle sue braghe di velluto che lo invecchiavano di almeno dieci anni, se non quindici. Non lo attesi.ciclista

Quando arrivai in cima, si vedevano solo gli ultimi metri di strada, quelli importanti e provai non pensare all’attesa, di lui e degli altri.

Giunse prima lui, con la barba da tre giorni a dipingerne la fatica.

– Uei.

– Uei.

Non scalpitavamo sui nostri sandali, ma da quella curva sarebbero spuntati comunque. Attorno a noi la gente sembrava più attenta a se stessa che a quelli che attendevano. A volte i motivi sono più importanti degli effetti e stare lì nell’aria limpida del passo bastava. Mi pareva bastasse anche a lui, che però non parlava e teneva gli occhi fissi allo stradone. Probabile che la Cecilia gli facesse male e che nelle venature del tavolo lui non avesse trovato le risposte che voleva. Si era seduto su un cippo. Non osai chiedere.

Le moto coi fari accesi annunciarono il momento e appena passate sorse dal nulla quel ciclista slovacco coi capelli lunghi e il pizzetto da corsaro, solo e in fuga. Ci transitò davanti in volo, impennando la bici come se salutasse noi due.

Lui s’alzò in piedi per guardarlo imboccare la discesa a folle velocità.

– Ecco come si fa. Si parte e si lascia indietro tutto e tutti.

– Magari senza ammazzarsi in discesa però – osservai, offrendogli un panino.

La Cecilia tornò dopo un paio di settimane, ma lui non si fece raggiungere.

 

gene

 

Postilla

È regola dell’uomo avveduto abbandonare le cose che lo abbandonano; cioè, non aspettare di essere un astro al tramonto.

Baltasar Gracián y Morales