Lezioni di chitarra

Ormai siamo alla deriva dell’intimità messa in piazza, alla quale pure io mi adeguo con chitarraquesti scritti. Ai quali è giusto opporre un sano “Chi se ne frega”. Ma come diceva il Silio a proposito del vino, “A mi am và”. Inutile quindi cercare giudizi sullo scrittore che si spreca nella banalità di un racconto al giorno, tanto i consigli non richiesti non si accettano e lo diceva anche il Mapèta al meglio dei suoi anni. Mapèta al quale nessuno aveva chiesto di regalarmi una chitarra, quando avevo quattordici anni, oggetto che mi ha distolto per non poco tempo dalle miserie dell’anima e da obblighi ridicoli. Ho imparato da solo e ancora oggi tengo fede al mio proclama: Voglio imparare tutte le canzoni. Non ce l’ho ancora fatta, ma tengo discretamente botta a ogni riunione di soci, colmando col canto il gocciolìo penoso della tecnica.

Da piccolo mi chiamavano Baracheta, a causa del cantare per strada le canzoni del Vittorio, e altre. Con la chitarra, il Mapèta mi ha aperto un mondo e non ho intenzione di richiuderlo. Anzi, vado ancora e sempre in esplorazione. Una gioia, e scusate il termine così sovversivo in questo tempo scuro e afflitto.

Fatto un po’ di tutto, con la chitarra. Tolto corde perché le dodici erano da fighetto (in realtà non riuscivo ad accordarla), portata a spalla sui monti, usata come elemento di seduzione e così via. Quella del Mapèta dev’essere ancora da qualche parte che non so. Oggi ho una Washborn, cioè, è dall’81 che ce l’ho. Suona sempre meglio lei e sono migliorato pure io, ma magari è solo l’entusiasmo del Meo che travisa la mia percezione della realtà.

E mentre voi, giustamente, siete all’ennesimo “Chi se ne frega”, vado avanti ancora un po’ a spiegare cosa sia la mia gioia. Alla festa del mio paese, per la prima volta abbiamo suonato in pubblico mia figlia e io, anche lei con la stessa febbre da chitarra e canto. Come se avessimo di fronte tutto il mondo, ci siamo fusi nella concentrazione, aiutandoci nelle incertezze e buttando fuori l’anima. Già, perché senza il cuore, la nostra musica zoppa farebbe pochi passi sghembi. Padre e figlia, parlando di rivoluzione, di risposte nel vento, di cattive lune nascenti, del dolce bambino mio, di pescatori e locomotive, bionde trecce e fiori donati, leggeri nel vestito migliore, nelle strade di campagna o giù all’angolo, tra ninne nanne e galline fredde*, abbiamo scorto in alcuni occhi la nostra stessa gioia. Mia figlia è stata esemplare e con la sua voce calda e profonda mi ha permesso di fare il Richie Havens da carèe, in totale libertà. Nel cuore di quella notte, sono stato visitato da tutti, dal Mapèta in giù, e mi pare che mi dicessero “Bravo!”. Complimento che giro a Giorgia, senza di lei nella mia vita non saprei proprio.

Mi direte: Gene, non hai di meglio da fare?

No.

 

gene

 

Postilla

*Father and son -Talking about a revolution – Blowin in the wind – Bad moon rising – Sweet child of mine – Il pescatore – La locomotiva – La canzone del sole – La Verzaschina – Leggero – Country roads – Down on the corner – Ninna nanna del contrabbandiere – Pulenta e galina fregia

Condanna all’Ambrì

In principio, c’era l’andare ad Ambrì per la neve, le gallerie e gli strani discorsi degli adulti pattinatori epocain auto. Seguì l’indipendenza della crescita e del tifo di serata, non ancora vera passione, al massimo una sciarpa commissionata alla nonna e recapitata a campionato quasi finito. Più avanti, giunse la scoperta delle ragazze in curva e in buvette, scremate in breve a una sola, quella che non ci stava con te ma con altri cento sì. Arrivò di conseguenza il rivolgimento ad altri bacini imbriferi, ossia le sagre con balli lenti o i bagni al fiume, situazioni che qualcosa attaccato lasciavano: una morosa, inesperta ma meglio di niente. L’Ambrì, per merito di questa quiescenza sentimentale, tornava in auge; la dimenticabile idea di portare lei nella malagevole Valascia si faceva largo nel deserto di proposte, obliando le fatiche delle seduzioni passate. Dalla paziente spiegazione delle regole del gioco, passando per il patetico tentativo di coinvolgerla nei doveri emozionali che tifare comporta, fino alla camerateria da buvette, la liaison si sfibrava fino a rompersi e tu dovevi ricominciare daccapo andando a operare per feste e carnevali.

Poi ti calmi, entrando nella modernità, convinto alla quinta o sesta cantonata, e ti senti un uomo con una grande donna al fianco, e ti dai ai progetti. Intanto l’Ambrì, spesso senza di te, inanella le solite cose: vittorie stentate o clamorose, sconfitte prevedibili o sconcertanti, acquisti di eroi e patacche. Ci fai caso di striscio, preso dall’esaudimento delle tue e altrui fisse sulla vita a due. Naturalmente, non dura e finalmente ti dici che la sola passione, urca, è l’Ambrì. E allora, su alla Valascia, di martedì e di sabato, cultore di una pista nel frattempo invecchiata malissimo dentro la quale gioca la squadra meno soddisfacente del globo. Ma a te non importa, chiaro, anzi i patimenti sono le medaglie immaginarie appuntate al posto di quelle vere e mai vinte.

Un giorno, la transumanza finisce davvero, per motivi assemblati a casaccio come il lavoro, l’esilio o qualche hobby tipo il cinema o le escursioni. Anche se – pensiamoci – c’è gente della tua età che è ancora lì, in quello stato e in quello stadio (si fa per dire…), con la tessera stagionale esibita come una laurea, rischiando la pelle per il gelo e la morbosità, sull’orlo di catastrofiche salvezze condite di proclami per l’anno dopo. Tu, che ne sei uscito per puro culo, fai il ganasa e ne parli come di qualcosa ormai irrilevante. Infine annunci che se ci vai una volta l’anno è tanto, che ho altro da fare, io.

Poi, seduto al cesso, leggi ogni riga dell’Albertoni sperando che sia o non sia tutto vero; inveisci contro la radio per gol invisibili o annullati e quando al Boscolo salta l’epica ti commuovi ancora.

Tua moglie, se ce l’hai o ce l’hai ancora, ti fa notare pubblicamente che alla nascita dei suoi figli non hai versato neanche una lacrima e, anzi, sei andato al bar subito dopo il bagnetto postparto. E tu, avvicinandoti all’apparecchio, verso le nove e mezza di quel sabato sera con ospiti dediti alla musica sinfonica o alla numismatica, piazzi il famigerato: “cito n’atim ch’ié dré a veisg”, accompagnato da gesti nervosi con le mani e aria da resa dei conti contro il Rapperswil o altri majapom. Più tardi, da solo nella placidità del dormiveglia, tra nevi di un tempo e gallerie buie, sull’onda dei traballanti elementi forniti dal Lolli, immagini il gol. Non finirà mai.

 

gene

 

Postilla

Testo internazionale: sostituendo alcune parole-chiave è adattabile a tutte le passioni e a ogni squadra (tranne una).

g.

Adunata

Sotto i giubbotti di pelle nera, sormontati da barbe alla Manson e caschi di foggia metal, harleybattono cuori borghesi e anime schizofreniche. In settimana e per tutto l’anno, i cavalieri imbrattano carte, operano transazioni, portano fuori i cani, mangiano sushi e cervelat, fanno rombare i tosaerba a trazione automatica, mandano i figli alle scuole private, si vestono come damerini di geova. Il sabato si credono Nicholson e Fonda e spandono denari e fumo per radunarsi in Piazza Grande o altrove. A centinaia, raggruppati come pecore e addobbati come lupi. Le loro Harley brillano di ferraglia tarocca, in una gara a chi ce l’ha più grosso e a chi ruggisce di più. Incolonnati verso Ponte Brolla, stivali bene in vista e occhiali firmati, sembrano andare alla ventura con sprezzo della quotidianità, e invece si fermeranno al grotto anelando pommes-frites e schnitzel, con occhio nostalgico. Di solito, vanno soli sul loro cavalluccio, ma alcuni esibiscono una dama appollaiata sul sellino, pure lei addobbata e virile, come si conviene a una massaia.

Li guardiamo passare e scatta l’effetto-circo, nel senso dei pagliacci. Oppure ci aggiriamo nel serraglio osservando manopole, serbatoi, copertoni, manubri, decorazioni, adesivi, slogan. Loro, mentre noi aborigeni cerchiamo di scoprire dove possa essere finita la piazza degli ortaggi trasmigrati dalle valli per secoli, stanno appoggiati ai tavolini a sorseggiare bitter, col portafoglio bitumato e la conversazione scatarrata causa idioma unno.

Chiaro che il Meo è acceso, a ogni Harley con casco sullo specchietto esulta come a un gol, e va bene poiché vederlo felice conta più di tutto. Ma quando a un suo giubilo un qualche unno con coda di cavallo e stempiatura si volta con aria da compatimento, la voglia di sgonfiargli le ruote incalza.

Non so bene cosa facciano la domenica i borghesoni metallici, di certo non sanno riconoscere la malinconia leopardiana come effetto, ma si spingono più al pensiero della settimana entrante di management & consulting con la cravattina al posto dei chiodi. Il lunedì si affossano nella pancia della city.

 

gene

 

Postilla

È un borghese: sogna intensamente soltanto le cose possibili.

Maria Luisa Spaziani

 

Viaggio a Gariss

Tutta la spataffiata simil-omerica di giovedì era solo l’anticipo delirante del pellegrinaggio da Monte Carasso a Preonzo, prendendo per le montagne però, per il gusto di riagguantare terra incontaminata. Teleferica fino a Mornera, trasferta pedestre fino ad Albagno, ristoro con birra e massimi sistemi e poi la partenza del vero cammino per Gariss (Agarizio, secondo documenti comunali datatissimi).

“Sull’erta che porta alla bocchetta d’Albagno, attorno al ’70, il Pà chiese al Mapèta se funzionava.

– As sén el tof di vermen in la tère – rispose aulico l’improvvisato compagno di viaggio, per dire che la situazione era piuttosto verticale.

Mi ricordo che in cima, esprimendo il forte desiderio di una paglia che non aveva, il Mapèta ne trovò una per terra, ingiallita e rinsecchita dai mesi all’addiaccio e se la fumò come se fosse l’ultima.”

Noi due, la Maddalena e io, siamo meno epici e beviamo un powerade blu elettrico. Da lassù, Gariss non si vede ancora e la discesa è fatta di pietre su pietre, senza sentiero battuto. Mi sembra che di lì non ci passi mai nessuno e nessuno si vede. Appena sopra Cusall, quando i prati cominciano ad accogliere, due camosci timidissimi e rapidi balzano lontano come se non avessero mai incontrato un bipede, figurarsi due.

Poi arriviamo a Gariss, tra steli d’erba secca, un tiglio che non ricordo e una luce andalusa che paralizza, come se ogni movimento possa farne svanire la bellezza assoluta. Non è San Moritz o il Piano delle Creste, non ne ha la maestosità e la fama, ma tiene ribellione e intimità come nessun luogo al mondo. Discosto dalle grandi vie alpine, percorse da migliaia di turisti, sembra difendersi con un’ostilità che si scioglie solo quando si capisce.

Sono davvero quasi quindici anni che non passo da lì e lo spiego alla Maddalena che da parte sua è al debutto assoluto. Nessuna nostalgia assale, tutto è ancora vivo e forte, come si conviene a un posto dell’anima. Mi scappa da ridere, in modo irrefrenabile, al pensiero dei giorni passati lì col Dany, il Denco, il Uoter, il Cicio e altri dilettanti della vita. Ne racconto una, per dire dell’inutile e necessaria filosofia.

“Attorno alle quattro di mattina, col Dany stiamo facendo avanti e indietro con i tasti play e rewind del registratore, per raccogliere testi sconosciuti da cantare. Altri dormono. Poi uno si sveglia furibondo, il Lore, ed esce dalla stanza inviperitissimo.

– Piantéle. A si bè più canaja! – dice spingendomi, con l’aria delle grandi disapprovazioni.

Il Dany, con quella faccia seria che mette su quando è al massimo dello spasso, risponde beffardo:

– Ma a sem dré a regisctrèe.

Il Lore se ne torna indignato nei suoi appartamenti e dopo una decina di minuti sveglio la camerata avviando la motosega nel dormitorio, tanto per divertirsi ancora (non tutti apprezzano).”

C’è poco tempo per fermarsi, bisogna riprendere la marcia per Preonzo e la discesa è interminabile. Ma io non me ne andrei più da Gariss, commosso e felice. La Maddalena capisce, ma è inflessibile. Salvo impressionarsi per gli immensi abeti bianchi, i Biézz, secolari e indefesse sentinelle alle quali si ispirò sicuramente Dino Buzzati.biézz

Altri due camosci nella Val Piana, schivi e veloci come i parenti di Cusall. Umani, neanche uno, che spettacolo.

Alle sette di sera arriviamo al Crot dal Biondo, coi piedi in fiamme e il cuore occupato da una giornata da appuntare nell’anima. Totale del viaggio, dieci ore per dieci chilometri.

Ecco, la verità è questa, e la cosa di ieri alla Tolkien dei poveri è spiegata.

 

gene

 

Postilla

Rifugio in pietra nella Valle di Moleno (di Preonzo, ndr), a 1.422 m, circondato da prati. Il rifugio non dispone di guardiano ed è aperto da maggio ad ottobre per gli ospiti, che potranno usufruire di una cucina completamente attrezzata con legna o gas e acqua corrente.
La Capanna Gariss mette a disposizione 20 posti letto, tutti con coperte di lana. Il camino crea un’atmosfera accogliente. L’accesso è possibile da due lati con tempi di marcia compresi fra le 3 ore e 30 e le 4h. Il rifugio non è dotato di telefono e non è nemmeno possibile chiamare con i cellulari.
http://www.ticino.ch/it/alpineHuts/details/Capanna-Gariss/13381.html)

La conquista di Agarizio

Aurora dita rosate aveva ceduto il passo alla gloria del sole. Con gli otri quasi vuoti, Adelmo agarizioe Maddalena giunsero al Bagno, ultimo pozzo prima dell’erta verso il Passo dei Profeti, cosiddetto per la leggenda di una falange intera precipitata di sotto nonostante l’avviso dei tre saggi, che in quel terribile posto vivevano di spirito e preghiere per i naviganti dispersi.

Qualunque cosa attendesse i due amanti, a loro non importava; quella era la strada per il ritorno e l’avrebbero percorsa tutta, pagando ogni prezzo, se fosse stato necessario. Non avevano forse conquistato Lexio con il braccio e la seduzione, appena due giorni avanti? Non avevano forse aggirato il Gisso con l’astuzia e conquistato il palazzo di Re Elietto con la forza?

La petrosa Agarizio era la Patria anelata, terra di fieno che sfida la roccia e armenti che dell’equilibrio sono maestri, capaci di sorvolare burroni. Adelmo era partito dieci anni prima, solitario alla ventura, inseguendo chimere. Ma Agarizio non aveva mai smesso di chiamare, con flautata voce di sirena, fino a farsi di nuovo irresistibile, schiava del terribile Orocco Palmato, assassino bestiale.

Adelmo ora tornava, non più solo, ma con Maddalena, regina strappata alle angustie di un regno oltre le Colonne d’Ercole, immalinconito nella decadenza.

Ma la strada non era ancora breve. Oltre il Passo dei profeti sarebbero discese le pietre, a migliaia, scintillanti nel loro eterno franare una volta libere dalla morsa gelida dei ghiacciai; più giù, oltre i Piani di Preda, frondosi di alni, si sarebbe distesa Cusallo, prateria ammantata di galban e sgiopp fino al’orlo della terribile gola a strapiombo, tagliata da un sentiero largo un piede; tra i faggi e il pericolo di imboscate, sarebbero giunti a Garina, terra di mezzo e avamposto di Agarizio. Poi sarebbe stata la resa finale. Se Zeus avesse voluto.

Al Passo dei Profeti, mentre si dissetavano, si materializzarono i fantasmi della Falange Perduta, un incantesimo che Maddalena affrontò con lo Sciulello dai Sctrii, zufolo in legno donatole dal pittore Francesc quando, lei, ancora in fasce, lacrimava dalla culla e la madre disperata pensava le morisse lì. Adelmo aveva già alzato lo scudo, pronto allo scontro, ma non servì, la Legione si dissolse al suono lacerante dello Sciulello.

L’Ariete Bifronte di Cusallo caricò tra gli alni verdi ma Adelmo gli mozzò uno dei quattro corni, sapendo dell’avvertimento atavico che ripetevano nelle notti accanto al fuoco. La bestia si fece di pietra e poi si sgretolò ai suoi piedi, come cenere in un campo.

S’accamparono a Garina e fecero l’amore, per ingraziarsi gli dèi e per il piacere terreno del respiro caldo. Ritemprati, mangiarono e bevvero dalla sorgente della Serra, acqua benedetta da Afrodite. Guardarono Agarizio, ancora lontana ma già brillante di bellezza. Gli armenti pascolavano nell’intensità del verde. Di guardia, l’ultimo e più grande nemico: il malvagio e infernale Orocco Palmato, uomo-uccello dalla rapidità della tigre e dalla mole del bufalo, insensibile al sesso e alla pietà.

Se l’arte della seduzione nulla avrebbe potuto, meglio lasciare Maddalena a Garini, al riparo delle fronde. Adelmo la baciò come si sfiora una rosa e si avviò con lo scudo a tracolla, una fiaccola accesa nella mano destra e la daga nella sinistra, avvolto nell’aura dell’eroe che s’apprestava a diventare.

L’Orocco Palmato fiutò e si volse quando Adelmo apparve sul motto del Cagello, come vento di tempesta. Spostò le pecore in gruppo a lato dello stallino decrepito, con la calma di chi non teme ombre. Ma l’ora dell’Ade avanzava nel meriggio. Quando l’essere si lanciò divorando la distanza, Adelmo aveva tremato un solo istante, lungo come il piacere e gelido come la grandine. Quando l’Orco gli si avventò con l’ultimo balzo ferino, fece la sola mossa possibile, buttarsi a terra in avanti, tra gli arti palmati dell’avversario. Per un istante poté vedere lo stupore sull’orrendo viso, mentre l’Orocco Palmato lo sorvolava e poi precipitava nel burrone che apriva la bocca nell’attesa da consolare. Dopo un volo interminabile concluse la sua abiezione infilzato in un tronco di larice pietrificato dal fulmine.

Adelmo chiamò Maddalena, che con passo divino lo raggiunse all’entrata di Agarizio. Dieci anni d’esilio, scontati e riscattati. Varcarono la soglia, entrarono nel tempio, pavesato di gloria eterna e s’amarono tremanti come la prima volta.

 

gene

 

Postilla

Seguirà la verità, che come in ogni Odissea si nasconde nella follia.

Sctrozocavai

Stanare il Vicente non sarebbe stato facile. Asserragliato al tavolo in sasso circondato da gatto cheperi che davano frutti petrosi, al margine della piazza vigilava su tutto, e ogni pericolo o supposto tale era sequestrato e fatto a pezzettini da quel vecchio residuato della dittatura. Escogitammo di attirarlo in strada e conquistargli il tavolo con una azione d’aggiramento. Scopo: depredarlo delle pere raccolte in cassette di legno che lui vigilava come una Santabarbara. Roba che in tre era possibile, ma non comodissima. Comunque, il Che assentì grave.

– Ma péu ai majom i peséi? – chiese il Nandel, superfluo.

Risposi di sì, per farla breve .

Dunque, io presi per lo stradone fino alla piazza da dove vidi il Vicente, paglietta  in testa, fumare vigoroso di guardia al tavolo, ombreggiato dai peri. Occorre spiegare che quei frutti, detti sctrozocavai, erano immangiabili per gli umani, ma ottimi per cavalli e muli. Ogni esercito, per sopravvivere, deve curarsi di bestie e armi tanto quanto dei soldati, o dei guerriglieri come noi.

Visti il Nandel e il Che transitare nel vicolo alle spalle del Vicente, entrai nella luce del sole e attraversai la piazza. Mi tremavano le gambe.

– Chel tè vou? – sibilò il Vicente, riconoscendomi e disprezzandomi.

– Crompèe quai peséu .

Visto che dalla strada nessuno poteva passare sul suo, il Vicente s’alzò.

– Quagn?

– Sèt.

Contò i frutti verdi verdenti uno per uno, con lentezza, come si separasse dai figli. Li mise in un sacchetto di carta unto che ne aveva viste assai e con passo da tartaruga mi raggiunse. Tutto questo ralenti senza distogliere i suoi occhi di fuoco da me, il che dimostrava la sua stupidità in merito al mondo circostante. Infatti il Nandel e il Che erano già apparsi come ombre alle sue spalle.

Mentre lui dava a me le sette pere, il Nandel si spallava tre cassette. Con i frutti suoi e i soldi miei a metà strada delle nostre mani, il Che assaltò il vecchio con un attacco felino alle gambe. Con la velocità del lampo, strappai il lercio sacchetto, richiusi i soldi nel palmo e balzai via; il Nandel aveva svoltato, il Che si ritirava come un fulmine. Il Vicente, paralizzato dalla sorpresa nel sole della piazza, si riscosse a raid finito e guerriglieri volatilizzati. Bononott.

Spartimmo il bottino appena raggiunto il rifugio nella giungla di nocciòlo. Il Nandel e io rifocillammo le cavalcature e dopo un po’, stufi d’immaginare, giocammo a centrare bottiglie con i sctrozocavai. Il Che si godette il trionfo leccando una scatoletta di tonno con austera dignità. Così si vincono le rivoluzioni.

Comunque, gran gatto, il Comandante.

 

gene

 

Postilla

Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza

Ernesto Guevara

On the road

La Porta del Sud si apre davanti e noi scendiamo imbizzarriti col motorino, incurvandoci sulla strada del Gottardo. Tutta la Leventina è un incanto con le sue grandi case di pietra che sembrano fare a gara con le tremende montagne per arrivare al blu del cielo. Qua e là si vedono cantieri disabitati perché gli operai in agosto tornano alle loro terre, quasi tutte nell’Italia meridionale. La Monteforno invece non s’arresta, ne scorgiamo i fumi oltre il cielo velato di Bodio. Biasca ci osserva severa e ribelle, a guardia delle Tre valli.

Lungo la sponda destra della Riviera non ci sorpassa nessuno e le praterie sembrano spingere contro il fianco della valle paesi come Iragna, Lodrino, Preonzo. Attraversiamo un vecchio ponte in ferro sul Ticino, verso Claro, avvolti da un forte afrore di fieno fermentato. Il passaggio a livello ci ferma per lunghi minuti. A Castione, la periferia della città comincia a intravvedersi, preceduta da altra campagna.

A Bellinzona, con una birra da 1 franco, si sta seduti come forse fanno a Siena o Marsiglia. Il Piano di Magadino sembra lungo cento chilometri, tra coltivazioni di pomodori infuocati e grano che aspetta di ingigantire. I motorini sono in riserva e solo a Gordola troviamo un distributore, con un signore che ci offre un gelato quando diciamo che arriviamo da oltre le Alpi.

Poi, Locarno, una magia arroccata a un passo dal lago, ai bordi di una piana quasi paludosa e vuota. È il Delta della Maggia. Incredibile come in questo luogo convivano città e campagna e il piccolo agglomerato di Solduno sembra discosto come uno di quei posti patagonici raccontati da Coloane.

Girare a Ponte Brolla verso la Valle Maggia è come aprire il refrigerante. La strada infila altri paesi con la gente nelle piazzette a prendersi cura della vita. Una gazosa al mandarino, che da noi non esiste, e ripartiamo, sorpassati piano dalla Valmaggina che sembra darci un benvenuto.

Da Cavergno, però, molti Saurer e Berna, gialli, invadono la strada della Bavona e ci tocca accostare un sacco di volte. Sono i lavori alle dighe, ci dicono, necessari con la loro promessa di benessere e di impiego. Torme di bambini e bambine sbucano dai boschi e ci salutano. Una s’imprigiona nella rétina, mora e lucente.ragazza astratta - dipinto

Impolverati e coi sensi all’erta, arriviamo a San Carlo, gli occhi pieni di sabbia e di immagini d’immense rocce e minuscole case. Il sasso è tutto.

Sotto un cielo stellato che forse solo negli oceani si può pareggiare, chiedo a Ludwig dei suoi pensieri. Non c’è un paese così bello, mi risponde. È vero, il Ticino è incredibile, tanta terra, montagne maestose, acque infinite e niente traffico o distese di case nelle pianure. Studenti come noi, con le tasche vuote, trovano da mangiare e da bere per cinque franchi, la gente ci sorride e nel cuore sappiamo che questa terra così ospitale e dolce non cambierà mai, che il progresso non sfregerà il suo candore.

Tra cinquant’anni sarà ancora così, perché la bellezza non sfiorisce. Torneremo sempre. Magari ci sarà la bambina mora e lucente e io la sposerò anche se sarò solo un vecchio freak.

Lothar e Ludwig, agosto 1965

 

gene

 

Postilla

Assai mi piacciono le chiare fonti

i cieli azzuri e gli altri monti

Canto popolare