L’agnello di dio

La sola cultura popolare che possedeva e permeava il piccolo lembo di terra era quella contadina. Oggi vedete solo polvere, ma non è sempre stato così. Prima dei tempi infelici, la popolazione cavava dalla terra tutto ciò che serviva per vivere con dignità semplice, dal lino alla canapa, dalle patate alla segale. Per non perdere un solo centimetro di quei coltivi inclinati in tutti i modi, il bosco andava tenuto lontano e pulito, in modo che desse più castagne che fastidi. Distese di fieno maturo e nelle piane il giallo del granoturco. Della legna si traeva il fuoco che scalda e che cuoce, e poi travi, scandole, porte, zoccoli, carri e ruote, slitte per l’inverno, pali per la vigna e recinti per il bestiame. Le pecore davano lana, capre e mucche il latte e il formaggio. Maiali, galline, conigli nelle aie. Gatti per tenere lontani i topi, cani per l’aiuto al pascolo. Somari e muli per viaggiare e trasportare.

Leggende e racconti erano l’informazione, bocce carte suoni e canti come sport e musica. Ogni villaggio aveva una scuola, un ufficio postale, un prestino, la latteria, perfino una banca di cui fidarsi e a cui affidarsi. Certo, non ce n’era per tutti, molti morivano di stenti o di parto, dentro la fatica di una vita agra come solo l’innocenza sa essere. Altri andavano lontano in cerca di fortuna, ma con la cultura del paese nel cuore. Nel mezzo dell’Atlantico si struggevano con la Valmaggina o il Maggio, scappando da letamai e rastrelli, aspettando un giorno sconosciuto in cui sarebbero tornati a fare le stesse cose dalle quali scappavano. Le incognite del viaggio erano lenite da storie, ricordi, emozioni o da un riconoscersi dello stesso luogo e darsi le mani.

Poeti e scrittori non mancarono, e nemmeno pittori e musicisti. Per loro c’era sempre il rispetto per chi inventa e la diffidenza per chi non ha molti calli sulle mani. A loro dobbiamo le testimonianze resistite alla lesione del tempo.

Il progresso che scacciò la guerra, ma con grande circospezione iniziale, esplose nei Sessanta e il popolo cominciò a confondersi. Avanzava di nuovo il bosco, s’asfaltavano strade, decadevano le grà, chiudevano le botteghe e aprivano mercati. Le città lontane erano a portata di mano, per lavoro e per svago. Nascevano lavori nuovi e le schiene, non più piegate da gerle e cadole, si curvavano su carte e scrivanie. Sparivano capre, apparivano biciclette; sparivano mucche, apparivano  auto. Non più greggi in fila su sentieri di terra e pietra, ma treni e code sull’asfalto.

La gente scriveva con fervore, avendo imparato quasi tutti e quasi tutto, nascevano giornali uno dopo l’altro, ma gli uffici postali chiudevano o si riunivano in un solo villaggio un po’ più grande degli altri. Le banche cominciavano a non più pagare interessi sui conti di risparmio e a prelevare percentuali su ogni deposito o prelievo. Il cibo cresceva sempre meno nei campi e per soddisfare l’appetito arrivavano pomodori dall’Olanda o vino dall’Argentina. Anche i campi stessi affonfavano sotto distese di case e strade.

Sempre più bambini, sempre meno scuole. I ragazzi partivano per studiare altre culture, quella del piccolo paese scivolava nell’oblio.

Tutto questo progredire incontrollato e famelico andò avanti per decenni e dopo il Duemila postatomicocominciò a ruotare su stesso, come una vite nel legno, fino a spaccarsi nella torsione di pretese e nell’attrito rovente dei soldi che non bastavano più e mai. Il governo aveva vuotato le tasche al popolo nello stesso modo in cui i sovrani imponevano decime ai sudditi millenni prima. Per la maggior gloria, si dispersero miliardi per grandi opere e vie di comunicazione che avrebbero dovuto favorire il turismo, e quindi soldi a palate. Funzionò in qualche modo desolato fino al giorno che nessun viaggiatore si fermò più nel piccolo paese perché non c’era più niente da vedere, niente da sentire, niente da capire. Né cultura, né natura, né gente con la quale sedersi a mangiare, raccontare, ascoltare, suonare, amare.

Il lavoro cominciò a ridursi fino a sparire, mentre boschi e cemento avevano già fagocitato anche le migliaia di parchi giochi vuoti di gioia e di creature. Nessuno cantava più e nessuno nemmeno raccontava. Il silenzio del cielo grigio era spezzato solo dal rumore dei veicoli a motore che sibilavano come serpi sulle grandi strade, ordinatissime e rivolte altrove. Esseri ipnotizzati da schermi vagavano senza meta, guidati nel nulla da parole senza costrutto.

Fu allora che alcuni affilarono le armi e cominciarono un’altra guerra, senza una memoria a cui rendere conto.

 

gene

 

Postilla

Ecco l’agnello di dio, senza un posto dove stare
Francesco De Gregori

Aria di fascismo e polveri fini

Il vecchio maestro Martino Porta, supplente fuori età che aveva fatto scuola perfino a mio papà che ha quarant’anni più di me, aveva rimpiazzato per alcuni mesi la maestra Irma Bionda, a sua volta prossima al pensionamento e che non sarebbe più rientrata l’anno dopo, lasciando le quattro classi della scuola elementare di Preonzo a Walter Passeri, giovanissimo italiano di Pescara. Il Porta, che poteva aver passato la settantina, ormai un po’ squilibrato, ci faceva cantare una canzoncina prima di cominciare la lezione. In aula eravamo circa venti, figli liberi e innocenti di un paese ancora profondamente rurale. La canzoncina faceva così:

aviditaTicino caro, paese mio,

un bene immenso ti voglio anch’io.

Assai mi piacciono le chiare fonti,

i cieli azzurri e gli alti monti.

Sei la terra più bella del mondo,

hai nel cuore un sorriso profondo.

Tutti cantano in coro così:

“Terra gentil, terra gentil”.

Oggi, in questo giorno infausto denso di polveri fini e fascismo, tutto questo è disfatto. Le chiare fonti sono in secca a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento delle acque; i cieli azzurri sono un sogno che si esaurirà nel flusso di motori sputato da gallerie; gli alti monti non hanno senso, soprattutto per i visitatori che non verranno più. La terra più bella del mondo, se mai lo è stata, è la più sfregiata e in pochi sorridono, a meno che non si consideri sorriso il ghigno protervo di chi vince battaglie elettorali o guerre d’opinione. Quanto al cantare in coro di terra gentil, beh, non viene in mente nemmeno ai più spensierati tra noi disgraziati, circondati come siamo da livore, ignoranza, egoismo e violenza. Abbiamo accettato tramite voto tutto quanto ci sia di peggio nelle menti di politici senza scrupoli, di cementificatori ladri, di persone indegne che odiano l’altro, specialmente se ospite.

C’è un’aria, ma un’aria, di fascismo e di polluzione.

 

gene

 

Postilla

La democrazia è una dittatura mascherata

Mombasa

La vita non è sempre un lavorìo, a volte ci sono cose memorabili, come il sabato e il calcio. Shamano Prandi keniaQuel pomeriggio a Mombasa era sabato e si giocò a calcio, senza scherzare. Il Roby mi ha scritto che è ora di farne una storia, e l’immagino, lui che è gourmand, nel pregustare gesta disastrate tra l’epica e la farsa. Le figure leggendarie che animarono quella partita di calcio hanno poi cercato per anni di scampare alla retorica dell’uomo bianco e conquistatore.

Forza.

Dei sei che eravamo, ustionati a vario grado fin dal primo giorno di sole equatoriale, cinque giocavano a calcio con un certo successo in patria, con vittorie sulla Roma e sul Lodrino; uno invece, il Massella, era inadatto al controllo di qualsiasi cosa rotolasse, specialmente se rotonda. Per completare la squadra, un indiano giulivo di cui non ricordo il nome ma che una sera a casa sua aiutammo a vuotare tutto quanto, alcuni masai imborghesiti e un quartetto di venditori ambulanti. Questi ultimi, reclutati in spiaggia dopo lunghe trattative e l’acquisto di un bidone di olio di cocco, intrasportabile – probabile che stazioni ancora intatto nella stanza del Togn e dell’Alfio, cugini di secondo grado e dediti a ritorsioni reciproche per futili motivi. Oltre a questi due, al sottoscritto e all’inservibile Massella, c’erano il Roby e il Cicio. Ai rinforzi (!?) locali, solo soprannomi funzionali: Marietina, Ahmed, e vari Rafiki e Bwana, che al chiamarli si girava mezza città. L’indiano abbandonò la contesa prima di cominciarla.

– Ma… siamo sicuri di volerlo fare? – chiese il Togn con l’indolenza da membro dell’African Safari.

Il dubbio era fortissimo, solo il Massella non poteva capire, dal basso della sua inettitudine, cosa volesse dire giocare una partita su un campo incastrato tra baracche di legno, mattoni riciclati e lamiera, attraversato da una mulattiera e circondato da una folla che al nostro apparire cominciò a urlare Mafia! Mafia! Mafia! Cazzo, un’onta impossibile da lavare, ma non c’era né modo né convenienza per star lì a spiegare che noi eravamo tutto meno che italiani.

L’Alfio scacciò le perplessità con un “a m’interesa mia” e ci preparammo tra lo stupore dei locali per la questione delle nostre vesti di ricambio, loro che con la stessa giubba o camicia affrontavano decenni.

Quello della partita di fine-vacanza era un rituale alla quale si dovevano sottoporre tutti imombasa 2 villeggianti. Alcune squadre di bellinzonesi erano passate di lì prima di noi, senza portare a casa nemmeno un pari. Questa specie di diaspora della nostra regione era nata quando il Gianca, padre del Roby, aveva mollato l’impiego statale alla galleria del San Gottardo per fare impresa lì. Tra inviti, conoscenze e avventure, organizzava ferie per tutti, e tutti giù in Kenya, con l’aria di quando si va in Mornera in teleferica.

L’arbitro non dava idea di essere equidistante neanche nel riscaldamento. Stava in mezzo agli eroi locali dando indicazioni su come bombardare di pallonate il muro della scuola, il solo ad avere l’onore del cemento. Due secondi dopo il fischio d’avvio, mentre tentavo un dribbling interlocutorio nel cerchio di centrocampo, un treno nero con le scarpe numero 47 o più, mi spedì in mezzo alla mulattiera, tra il ruggito della folla. L’arbitro, neanche una piega. Mi tolsi la ghiaia da sotto la pelle delle ginocchia, mentre il gioco fluiva e loro segnavano l’1-0.

– U ghé mighi l’ópsai? – urlo il Cicio, ottenendo una salva di Mafia! come risposta.

Se ne fece una ragione e cominciò a randellare come sapeva lui. Randellavano tutti, dopo aver compreso che l’arbitro l’avrebbe buttata all’inglese, e cioè al “Vale tutto, tranne toccare la palla con le mani e tirare la maglia”. Il Massella era sconvolto e dovemmo toglierlo per affidarlo all’Ahmed, che come coach era in grado di farsi rispettare dagli esagitati di casa. Gli altri “oriundi”, i masai, i Bwana e i Rafiki erano trattati da rinnegati, anche se solo a parole.

Il Cicio pareggiò con un tiro impossibile sul quale il portiere si buttò a terra tenendosi le mani sugli occhi e perdendo il cappellino della Mancini & Marti che gli aveva dato il Gianca e che lui teneva anche nel sonno. Ci vollero cinque minuti di estenuante diplomazia per convincere quello che l’aveva raccolto a ridarglielo senza niente in cambio.

Alla fine del primo tempo, l’indiano fece comparire birre – che laggiù chiamavano Allelujah per via della stagnola dorata attorno alla canna – e finalmente la folla si chetò.

– Vuoi vedere che se la fanno sotto? – buttò li il Togn.

Alla ripresa, le ostilità tornarono ad aumentare, sia in campo sia fuori. Se la facevano sotto un cazzo. Gomitate, calci, spintoni, senza una sola parola di dissenso e con entusiasmo liberatorio. Non si trattava più di giocare a calcio, solo un immenso e unico schivare e dare. A un certo punto, credo che in campo ci fossero trenta o più giocatori di varia età. Tutti scorticati dalla ghiaia e dalle pedate, talmente sporchi che si faceva fatica a distinguere i bianchi dai neri.

Una mischia interminabile, con l’Alfio che si difendeva a colpi di kung-fu amatoriale, si concluse con tre o quattro giocatori dentro la nostra porta, insieme alla palla. Gol valido, non si discuteva più.

Ma poi, vai sapere quale istinto suicida gli fosse passato per la testa, l’arbitro ci diede un rigore che forse aveva visto un altro giorno e su un altro campo, ma che lì certo non c’era.

Mafia!Mafia!Mafia!

– Se ci hanno dato questo rigore, poi la pagheremo – disse il Togn, che suggerì di sbagliarlo apposta per non sfidare l’ospitalità.

L’Alfio lo prese per il collo. –Tiri e segni, porca puttana!

Il Togn, che temeva l’Alfio più di tutta la gente di Mombasa messa assieme, bucò la rete, col portiere che al solo vedere la rincorsa dell’avversario scappò, tenendo ben stretto il cappellino.

A dieci minuti dalla fine, lessati dal caldo e dall’umidità, loro erano cotti più di noi. Ma non doveva accadere il contrario? Misteri africani. Del resto, non era mai successo che una squadra di Muzungu resistesse a quel modo. Si arresero, così, come sedersi al bordo dell’Oceano a contare i granelli di sabbia.

Fecero disperati mucchi umani in area, buttando tutto in corner o dove capitava. Ogni volta, il pallone tornava solo dopo lunghe trattative.

Un pari poteva andare bene, anche per la salute.

Però l’Alfio, mai persuaso per natura, lasciò la sua porta di corsa sull’ultimo dei mille corner che il Roby stava per tirare. L’Alfio, la palla, me stesso e un gruppo smisurato di giocatori avversari arrivammo insieme nello stesso punto, sul dischetto del rigore più o meno. Preso da chissà quale entusiasmo, rientrò pure il Massella, dicendone quattro a tutti per non essere da meno. Ma a colpire fu l’Alfio, che aveva traversato il bush per arrivare fin lì e non voleva sentire ragioni di facciata. Di testa, con un suono che dicono di non aver mai più udito da quelle parti. La palla finì nell’angolino. Qualcuno pianse, ma la maggioranza s’inginocchiò, mentre noi ci guardavamo bene dall’esultare.

Gli ultimi due minuti li passammo sulle ali del tifo, che si era spostato tutto dalla nostra parte e si sarebbe capito perché.

Per la prima volta, quel campo era stato violato, e la presero con sportività: restammo in scarpe e mutande, il resto se lo prese la torma di bambini che invase il terreno a fine match.

Mezzi nudi, impolverati e sanguinolenti, prendemmo il bus, tra gli sguardi di disapprovazione delle signore. Già bello che non ci hanno ficcati dentro per oltraggio al pudore, che laggiù non si scherzava su queste cose e credo che oggi si scherzi ancora meno.

Il Massella passò la notte con gli incubi. Noi a bere di tutto fino a crollare addormentati al Bora Bora, senza neanche riuscire a vedere lo spogliarello.

 

gene

 

Postilla

C’è qualcosa dell’Africa che non ti lascia mai. Un profumo, un’idea, un gol.

L’ultima domanda

L’ultima domanda chiuse tutto, anticipando il tempismo della morte. Quella questionepà, gilio, eni affiorata sulle labbra di mio padre, ridicola e tragica, seguì di alcuni mesi un’altra domanda sorprendente. Era solo una goccia d’acqua nel fortunale che lo lasciava senza sestante da un anno in qua. Ecco la penultima, dunque.

– Ma tu… Non eri morto?

La scagliò in piazza, come un Socrate che tornasse da un esilio senza notizie.

Ebbi la forza di non ridere e risposi che quello morto era suo fratello e che io stavo abbastanza bene, grazie.

Tra questa penultima domanda, posta in primavera, e l’ultima a dicembre, mio padre attraversò gli oceani della sua mente senza approdare più.

Ma prima, un prima che pesa ancora sugli adesso, c’era stata una vita con una sua limpidezza, alcuni temporali e i comuni rimpianti più o meno dichiarati.

Mio padre era del ’20, nato dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la Grande Guerra e prima della Seconda.

Non che io sappia molto della sua gioventù, ma la sua mano sinistra mancava del medio e dell’anulare, smarriti nella segatura dopo il taglio netto di una sega circolare che lui manovrava da apprendista, coscienzioso ma non abbastanza. Gli avrebbero reso, quelle due dita perdute, cinque franchi al mese d’invalidità che lui tenne da parte con puntiglio per quando saremmo arrivati noi figli.

Come conobbe mia madre, non so. Lei di Claro, non troppo lontana, più giovane di undici anni. Nel ’60 nacqui io, nel 64’ Gisella e nel ’66 Donata. Gisella è morta a sei mesi e della nostra famiglia oggi restiamo Donata e io. Gli altri sono tutti dentro un buco nel muro del cimitero.

Ma comunque. Mio padre.

La sua idea peggiore fu accogliermi come apprendista nella falegnameria che aveva messo in piedi con il socio Sergio; la mia quella di andarci. Stagioni di contestazione, e mi sembra solo fortuna l’essere riusciti a volerci bene anche nella completa incomprensione. Penso che quegli anni abbiano segnato più lui di me, non so, ma è così: io ho solo peggiorato alcuni miei difetti ribelli, ma lui è morto, quindi è probabile che abbia sofferto più lui.

Mi sembra, in fondo, un’epoca infelice, anche se allora mi pareva bella a causa dell’inganno della gioventù, la mia, e dei vaghi sogni che mi agitavano.

Ci siamo anche divertiti, cazzo, ma era un divertimento squilibrato, con lui che patriarcava e io che lo prendevo in giro senza manifestarlo, altrimenti finiva in tragedia. Per dire dell’austerità: non ho mai potuto bestemmiare in casa, anche quando sarebbe stata la miglior cosa da fare. Però mi piaceva star seduto nel furgone Volkswagen verde pisello con lui alla guida. Ne faceva d’interessanti: curve a gomito in quarta, arresti al semaforo verde e ripartenze col rosso, inzuccate e frenate improvvise in mezzo alla strada per l’impulso tardivo di allacciare le cinture. Un pilota scarso e imprevedibile, ma meno peggio dell’amico Sergio, che da parte sua era imbarazzato perfino a innestare la seconda e diceva che per guidare non bisognerebbe nemmeno avere il portamonete in tasca, che infastidisce.

Ma a pensarci, con me c’era sempre un’aria da pianta da raddrizzare. Non gli ho mai perdonato, e non lo farò mai, l’avermi punito per non ricordo cosa, un sabato qualunque, con l’obbligo di seguirlo non so dove facendomi mancare una partita del torneo scolastico. Invece, credo che lui mi abbia perdonato tutto, senza dirlo mai.

Non so se lui non abbia capito o solo fatto finta, ma non si accorgeva che io andavo verso altre spiagge. Non me ne fregava niente della falegnameria e del futuro della stessa, forse scambiava il lavoro fatto bene con dedizione.

Accettò male la mia scelta tardiva di mollare quell’impresa che per lui era la vita, e me lo fece pesare con piccole cose ricattose delle quali fingevo di disinteressarmi ma che mi pungono ancora oggi. Comunque, anche da giornalista, non incassai grandi sostegni, come non ne incassavo quando bambino e ragazzo leggevo libri in continuazione e a lui sembrava tempo buttato. Dico, non è che andavo al bar a ubriacarmi o in strada a rubare: leggevo, cazzo. Niente… Era così disapprovante che i dubbi sul tempo rubato venivano anche a me.

Altre cose buffe. A un certo punto smettemmo di fare colazione assieme perché a me il suo risucchiare il pane e caffellatte dal cucchiaio alle sei e mezza del mattino risultava insostenibile. Senza dirlo apertamente ma con una scusa laterale che non ricordo, altrimenti addio.

Esilarante anche l’afrore di mazza casalinga, quando con disciplina e costanza si mise a masticare uno spicchio d’aglio crudo il mattino per, diceva, livellare la pressione arteriosa. L’olezzo aleggiava in ufficio sul furgone e nelle case dove posavamo armadi finestre e porte. E guai a dirgli di smettere. Concesse di inghiottire un chicco di caffè, che sempre secondo lui annullava gli effluvi dell’aglio, e invece no.

Oppure. Quella volta che mi cadde a terra un pezzo di betulla con tanto di corteccia che lui aveva fatto essiccare con una pazienza irritante per due anni. Voleva farne un orologio a muro. Quando vide la corteccia a terra in mille pezzi, prese il restante anello di legno e come uno splendido discobolo lo lanciò attraverso la finestra. Mi tenne il muso per due giorni, ma forse di più.

Un’altra perla è quel pomeriggio in giardino, io in porta con i miei sei o sette anni e lui a battere rigori. A un certo punto calcia il pallone di gomma, lancia un urlo e poi inveisce contro di me con l’accusa di avergli tirato un sasso, e pensate un po’ a come avrei potuto io, non dico moralmente, ma materialmente, davanti a lui con le mani protese per parare il tiro… Era solo che gli si era strappato un polpaccio.

Questa dei ferimenti e degli infortuni è sempre stata una controversia. Si picchiava un martello su un dito, era colpa mia; batteva il cranio sugli architravi, era colpa mia. Certo, a me scappava da ridere ogni volta, forse era quella la colpa mia.

Poi venne il momento che riuscimmo ad avere le nostre vite separate. Era felice di essere diventato nonno e con mia figlia, ovvio, esternava tutto il suo lato giocoso e amorevole. Non mi arrabbiavo ormai più.

Sempre più lontani, cioè, sempre più lontano io che avevo cominciato quella vita nomade che pratico tuttora, ci rilassammo mangiando pizze e gelati. Mia madre era morta da più di dieci anni e lui se l’era cavata, tra cibo bruciacchiato e teletext a manetta, con grande forza e dignità, anche se non era più un ragazzino e scavalcava gli ottanta. Aiutato da Donata, viveva nella casetta nuova a fianco della sua.

Un giorno imprecisato e fulmineo, come quando scende la sera e di botto è notte, cominciò a confondersi.

Non voglio spiegare questo tormento.

Dirò solo che alcuni mesi dopo la penultima domanda lo portammo al ricovero, non c’era soluzione. Era agosto o settembre, non ricordo bene. Fu accolto, in particolare, da una signora della sua età che lo vedeva come una luminosa gioia in quel posto triste ed efficiente. In effetti, mio padre a sprazzi brillava ancora. In meno di sei mesi, in febbraio, avrebbe spento la luce, invece. E la signora ancora resisteva, ma in lacrime.

Un po’ prima, arrivò il giorno dell’ultima domanda.

Era verso Natale, durante una di quelle visite che mi facevano ridere e star male. Mi disse che era stata lì una donna, che è così brava e tutta una serie di apprezzamenti. Gli spiegai che quella donna è Donata, che io mi chiamo Giorgio e che noi due siamo i tuoi figli.

– Cosa? Ho figli io?

 

gene

 

Postilla

Conto su com l’é nacia, sénse bosardaat.

Il becaària

La farfalla sul parabrezza

Tre o forse quattro partite, non di più. Non ci fu altro tempo, né per me, né per altri, né gigi meroniper lui. Una volta l’anno, col papà si partiva da Villarfocchiardo di mattina presto. Le campane chiamavano a messa il paese, la partita chiamava noi. Più ancora del Torino, era Gigi Meroni a calamitarci fuori dalla Valle di Susa. Il papà me lo raccontava a mattina e cena, mi faceva vedere ritagli di giornale e assieme inseguivamo le rare immagini in bianco e nero che dava la tele. Questo tipo dai capelli e i baffetti alla Harrison prima che Harrison portasse capelli e baffetti così, dribblava tutti e la metteva in gol. Funzionava in questo modo inarrestabile. Messi sarebbe venuto molto dopo, ma a guardarli sembrano fratelli nella minuzia e nell’immensità.

Dopo aver mangiato un panino alla stazione e aver passato l’attesa sotto i portici di via Po, andavamo al Comunale tra una marea montante, colorata di rosso scuro. I Granata. Dentro, nella conosciuta festa di popolo, i miei occhi cercavano Gigi e non lo mollavano più, nemmeno quando stazionava all’ala con le mani sui fianchi in attesa che da altra parte del campo si sbrigasse qualche pratica.

Prendeva la palla, si girava, dondolava, scattava, giostrava, passava, riceveva. Una finta, due, tre, tiro. Gol, o parata qualche volta, ma di rado. Il papà non parlava, per non disturbare l’arte.

Ecco, l’arte. Nel raccattare ogni cosa che riguardasse Gigi, negli anni scoprii la verità: era un libertario con gallina al guinzaglio, con ragazza bellissima e casa sottosopra, dedito a vestirsi fuori moda (anticipandola), a disegnare cravatte che i Beatles mettevano l’anno seguente. Nel mezzo dei suoi libri e della sua dolce ribellione, partecipava a partite di calcio, dominandole con leggerezza implacabile. La Farfalla, lo chiamavano.

Come una farfalla schiacciata sul parabrezza, morì nel ’67, in mezzo a una strada. Gli fecero perfino un funerale religioso per il quale s’incazzarono in molti e chissà lui, ma forse lui no, che tanto non val la pena prendersela per cose futili. A casa, la mamma pianse, lei che non aveva mai visto un pallone.

 

gene

 

Postilla

Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni

Gianni Brera

È finita

Ancora una volta, i giochi sono fatti: il secondo buco del culo ci sarà e tutta la merda inquinamentoostruirà il cesso che si chiama Ticino. Per sturarlo, occorrerà l’esplosione contemporanea di tutti i pozzi di petrolio che trapanano il pianeta, ma è meglio non contarci. In piena tendenza suicida, il nostro avvilito Cantone si è allineato al resto della Svizzera e si appresta a piantare bandiere e a vuotare tasche per inaugurare un’opera che sta al progresso come un sarcofago alla vita. D’accordo, alla lunga saremo tutti morti, solo che qualcuno morirà dopo, tipo figli e nipoti e bisnipoti. Nell’attesa della morte, vegeteranno tra catrame e cemento, tra fumi e veleni. Non udranno nemmeno più l’amico treno che fischia così uau uau, poiché del treno ce ne siamo infischiati noi uau uau, visto che dell’Alptransit facciamo orpello (dopo che per decenni ha dato da mangiare ai soliti panzoni).

Il mondo non è compresso tra Airolo e Chiasso, ma i gas sì. La flatulenza dei due buchi del culo è effluvio per i condor che già sognano carcasse sulle quali arricchirsi. Consorzi, lobbies, trasporti mefitici, politici, economia di spolpamento già sognano come Zio Paperone e allora annotiamone i nomi per quando dovremo, o potremo, passare alla loro esecuzione, se mai ne avremo modo.

Ciò che era della Valle del Ticino, del Luganese e del Mendrisiotto resterà in qualche dagherrotipo in mostra nei musei sulle civiltà sepolte. Questo popolo subalpino, che non si accontentava frignando di essere subalterno ai fratelli d’Oltralpe, adesso è subumano, nel senso di un’evoluzione al contrario. In Ticino, del resto abbiamo tanti boschi incolti dove riparare, e per restare al sub, potremmo anche decidere di rintanarci sottoterra, così sopra potranno betonizzare tutto, laghi compresi. Ma prima ci toccherà spegnere il sole.

Un proverbio idiota dice: La speranza è l’ultima a morire.

Ma poi muore lo stesso.

Scusami figlia mia, se ti lascio una fogna invece di un prato fiorito.

 

gene

 

Postilla

Vorrei per te un cielo che non piange mai, una terra libera dove vivere in pace con gli altri. Un giorno verrà. Ti bacio.

Il delatore

Ebbene sì, sono un delatore e me ne vanto. Cosa ne sarebbe della società senza quelli comedelazione.JPG noi? Un caos. Noi siamo quelli che arrivano dove l’ordine non ha forze, siamo i cittadini che segnalano alle autorità coloro che infrangono la legge. Certo, non siamo tenuti al rigore che toccherebbe a magistrati o giornalisti, noi facciamo un lavoro più generico. Le nostre segnalazioni possono basarsi anche solo su premesse del tipo “Mi pare di aver visto…”, oppure “Ho sentito dire…”, o ancora “Non sono sicurissimo, ma…”. Tocca agli altri verificare i fatti e le infrazioni, noi siamo solo cittadini al servizio della legalità, senza nemmeno prendere un franco per la nostra opera.

Del resto, abbiamo sempre avuto un ruolo importante nella Storia, dall’Impero Romano al Terzo Reich. Quanti eretici abbiamo denunciato all’Inquisizione…

Durante il Ventennio abbiano segnalato numerosi conoscenti al Partito Nazionale Fascista, perché dissidenti, perché comunisti, perché ebrei, perché anarchici, tutta gente pericolosa per l’ordine costituito.

Nella guerra di Spagna abbiamo fatto i nomi di molti rivoluzionari, favorendo la vittoria di Francisco Franco.

Ai tempi dell’Unione Sovietica abbiamo contribuito con le nostre denunce alle pericolose derive di dissenso, aiutando l’impero nel riempire i gulag.

Siamo stati nell’ombra, ma sempre al servizio dell’autorità. Certo, a volte è stato giustiziato un innocente, ma si tratta di normali effetti collaterali.

Oggi che tutto è più confuso, ci occupiamo di osservare i comportamenti dei cittadini più indisciplinati e riferire delle loro infrazioni. Non siamo gendarmi, siamo gente che nella vita fa l’impiegato, il falegname, il broker, il pensionato, che fa altro insomma. Ma siamo vigili e responsabili, e appena succede qualcosa di strano, avvisiamo la polizia, diamo testimonianze ai giornali, tramite lettera o a voce (spesso in forma anonima per evitare rivalse).

Il clamore del presunto stupro sul treno che agita il Ticino è partita da una nostra delazione, anzi, mia. Che colpa ne ho se grazie al mio spirito civico s’è fatta confusione? Io non so bene come siano andati i fatti, non mi importa. Non ho visto bene, ma insomma. Non ho responsabilità se i giornali hanno dato notizie imprecise, non tocca a me verificare. Come non tocca a me svolgere il lavoro della magistratura. So solo che se non ci fossimo noi delatori occulti, il mondo non sarebbe più sicuro. E Dio sa quanto sia più importante la sicurezza rispetto alla libertà, con tutti questo migranti straccioni che minacciano le nostre donne, le nostre figlie…

Dovrebbero premiarci.

Firmato: Anonimo.

 

gene

 

Postilla

delazióne s. f. [dal lat. delatio –onis, der. di delatus, part. pass. di deferre «portare, riportare, deferire»]. –
1. L’atto di denunciare segretamente, per lucro, per servilismo o per altri motivi, l’autore di un reato o di altra azione soggetta a pena o sanzione, o di fornire comunque informazioni che consentano d’identificarlo: la cospirazione fu scoperta in seguito alla delazione di un rinnegato.

(Dizionario Treccani)