Ho fatto bene a vaccinarmi

Resoconto

Venerdì 6 agosto 2021
Dunque faccio la seconda puntura contro il virus, a Giubiasco. Moderna, nel senso del vaccino. Cinque minuti e una bottiglia di acqua come premio. Nessun effetto strano, a pranzo mangio una tagliata nostrana e un formagin. Poi giro tutto il pomeriggio e sono rilassato.
La sera c’è un concerto in Piazza Indipendenza, suona mia figlia e bevo un sacco di birrette col Jack e la sua morosa. C’è tanta gente, è proprio bello e sto veramente bene, come prima del disastro planetario.
Torno a casa a notte fonda e vado a dormire un po’ ubriaco.

Sabato 7 agosto
Mi sveglio un po’ appesantito, penso che sia per la sbornia non smaltita, una cosa alla quale non ero più abituato.
La mattinata va, poi verso le undici comincio a sentirmi un po’ giù. Non che abbia dolore, solo un pochino al braccio dove mi hanno fatto la puntura. Non so descrivere la sensazione, ma è un disagio fisico, come un ondeggiare tra spossatezza e depressione. Una specie di infelicità senza controllo e senza motivo, mai provata prima.
Verso le due prendo un’aspirina e vado a dormire per un’ora, mi sembra di non avere pace e ogni tanto sento freddo senza avere febbre. Mi sveglio e sto bene.
Ma in serata riprende quella sottile angoscia e malavoglia, come se mi avvolgesse qualcosa di indefinibile ma presente sotto la pelle. Dopo cena non funziona, sono stanco e per niente lucido, fatico a guardare una partita di calcio e alle undici, orario insolito per me che prima di mezzanotte non se ne parla, vado a letto dopo aver preso un’altra aspirina.

Domenica 8 agosto
Mi alzo e sto bene, ho dormito fino alle sette e ho fatto strani sogni tranquilli, sono vivo. Ho fatto bene a vaccinarmi.

gene

Niente

La luus da travers ai fei

can l’è quasi l’oro da dasmet

da camolèe par noto

dré ai altri scanati,

quai voll pa’ l’ugu

ma pisei par mighi

restèe indré da l’umbrii

La duru poch

la luus da travers ai fei

ma l’è asei par domandas

s’an vaar la pene da camolèe

col fiaat in di calsei

Da chi a ‘m pezet

l’umbrii la sarà smorsada,

i scanati i vorerà amò

rantighèe dré al noto

Ma l’é ilé che ti

te podrà imbesuitt

e majèe ‘m techet

da pan e majoco

con noto

gene

L’origine del mondo

L’attesa era durata tutto il giorno, ingannata andando per sassi nel riale fino a rischiare la pelle in quel posto che chiamano “La Terza Tasca”. Era giusto far salire i brividi, di freddo e paura, a piedi nudi in anfratti e strapiombi: serviva a preparare la partita. Eravamo ancora in balia dell’estate, tra libertà e solitudine, quando a dieci anni non conosci il senso dell’una o dell’altra e i confini non esistono, se non quelli dati dalla luce e dal buio. Luce: in giro per il mondo. Buio: a dormire. Ma visto che i confini sono sempre da superare, quella partita sarebbe stata disputata dopo il tramonto, in accordo con quelli del paese di là, anche loro, come noi, ansiosi di essere più forti.
Il campo era stato scelto al limitare del fiume, un pezzo di campagna discosto e meno sconnesso. Uno per paese era stato scelto a rappresentare tutti e per imbastire alcune regole: niente calci o pugni a gioco fermo e soprattutto la definizione delle misure del campo. Alle otto, nella luce calante, gli altri arrivarono in bicicletta, anche a tre sullo stesso mezzo, scendendo come uccelli rapaci dal loro paese in collina: erano tantissimi e ci intimorimmo subito. Noi, che nella palude avevamo un mazzo di case umide, eravamo poco più di quelli che sarebbero andati nel campo a farla fuori una volta per tutte.
Quando cominciammo era quasi buio, ma eravamo d’accordo che saremmo andati avanti anche nella cecità della notte, fino all’aurora, poi ci si sarebbe accordati a seconda del momento. Il pallone cominciammo a non vederlo bene dopo un’ora e un numero imprecisato di gol da una parte e dall’altra. Quelli che guardavano facevano chiasso, aiutando l’orientamento in campo. Dalle loro voci si intuiva dove potesse essere il pallone. Nelle rincorse ci si scontrava con violenza, ogni tanto qualcuno piangeva o bestemmiava.
Senza più riconoscere i compagni dagli avversari e col pallone finito chissà dove, attraversammo le tenebre inventando ogni passo come sull’orlo della Terza Tasca.
Un chiarore spinto dal canto degli uccelli annunciò infine l’aurora e ci fermammo a guardarci, prendendoci in giro per quanto eravamo sporchi e insanguinati. Quelli fuori avevano gli occhi che sembravano cadere dalle orbite, per la stanchezza e l’eccitazione. In quel conciliabolo da derelitti, qualcuno propose di andare avanti fino al sorgere del sole, ma la proposta fu dichiarata insensata, quella era una partita di notte ed era il buio a convalidarla.
Era impossibile ricostruire il risultato senza fare a pugni e decidemmo allora di tirare in porta a turno fino a quando qualcuno avrebbe sbagliato. Ma il pallone non si trovava. Qualcuno era ancora in uno stato passabile, ma i più piccoli piangevano e si buttavano a terra per opporsi alla fatica. In quel momento decisivo per le sorti dell’orgoglio apparvero padri e madri, a frotte, coi volti stravolti dalla rabbia e ci riportarono a casa a calci e schiaffi. Non riuscimmo in nessun modo a tenere aperti gli occhi quando sorse il sole.

gene

Doppia ombra

Quella notte di dicembre, a ridosso del Natale, soffiava il favonio e ne ero inquietato. Il vento sibilava tra le strade sollevando polvere e scorticando gli occhi. Stavo tornando a casa e avevo deciso di attraversare il borgo vecchio con le sue strettoie, le case alte e addossate con i tetti a confondersi in alto nel buio. Alcuni gatti miagolavano come neonati, perfino un gallo cantava fuori orario. Poteva essere quasi mezzanotte.
Avevo passato la serata in casa di un Armenide, avevamo disquisito sullo stato delle Belle Arti e bevuto il solito vino resinoso che lui amava fin da quando era stato in Grecia per le sue questioni storiche, che a me annoiavano. O forse era solo l’invidia per la sua vita così brillante e incontrastata in confronto alla mia. Il gusto amaro del vino mi risaliva dallo stomaco mentre percorrevo il tormentato intrico di vicoli. La mia casa, dove ero nato e vissuto fino ad allora, stava oltre il borgo vecchio, circa duecento passi dopo l’ultima costruzione. I pochi lumi proiettavano vaghe ombre sul selciato e spesso dovevo tastare con il bastone per evitare scalini o angoli di muri. Avevo notato, dopo un po’, che la mia ombra si sdoppiava, per i pochi istanti della tenue luce di un raro fanale, e quando mi fermai per osservare lo strano fatto, il doppio sparì e l’ombra si ricompose. Pensai che si trattasse dell’effetto di due lumi che rischiarassero la notte da due posizioni diverse e ripresi il cammino. Forse avevo bevuto troppo vino resinoso e come tutti sanno ciò può portare allo sdoppiamento della vista.
Arrivai in uno slargo, una piccola piazza che non mi sembrava aver mai notata; eppure quel borgo lo conoscevo palmo a palmo, ma trovai una spiegazione anche a quella stranezza: il vento caldo che spazza l’opacità delle cose e fa risaltare spigoli e angoli, specie di notte. Forse ci ero passato qualche volta con la nebbia o con il sole, che velano o rischiarano e cambiano le cose in modo ben diverso da quanto faccia il vento notturno d’inverno.
Mi sedetti su una panca di sasso addossata a un muro. Nella piazzetta non c’era nessuno e un fioco riverbero rischiarava il centro del passaggio. La flebile penombra era certo una condizione ideale per stare con i miei pensieri, se questi fossero stati belli e gioiosi. Ma purtroppo, in quel tempo la mia coscienza era scossa da un fatto che, seppur non mi considerassi responsabile, era avvenuto con il beneplacito della mia indifferenza e aveva infranto la mia monotona serenità. Mi montò un’inquietudine sottile, ma riconoscibile, per il “fatto” di cui sopra, l’ombra doppia, e per un altro turbamento ben più ignoto: non si sentivano rumori di oggetti scossi dal vento o versi di animali. Il vento volteggiava nella piazza, senza nessun suono. Picchiai la punta del bastone a terra e non si sentì alcun tac. Ai miei piedi si formò una chiazza scura che si allungò di un paio di metri e dalla quale si diramarono le fattezze di braccia gambe e testa. Scattai in piedi, voltandomi, ma dietro di me c’era solo il muro e quando tornai a guardare avanti, l’ombra era scomparsa. E come poteva esserci un’ombra se la sola luce illuminava, e fiocamente, il centro della piazzetta? Non potei che pensare al vino resinoso, ancora una volta. Imboccai di fretta un vicolo sulla destra, anche questo sconosciuto o da me dimenticato.
Mi dissi che sarebbe stato meglio dormire a casa di Armenide l’Erudito, il Bello, il Generoso, che del resto mi aveva davvero invitato a rimanere da lui, “tanto a casa non ti aspetta nessuno”, aveva detto con quel suo sorriso ironico che gli avevo visto anche il giorno del “fatto”. Avevo declinato per un vago senso di fastidio, o di invidia per quella sua casa luminosa, la vita spregiudicata e il volto regolare, tutte cose che si contrapponevano al mio grigiore solitario di impiegato.
Intanto che ancora camminavo pensieroso nella mutevole oscurità del vicolo senza nemmeno udire il rumore dei miei passi, con il desiderio di arrivare a casa e bermi una tisana prima di andare a letto, un’esile figura dai tratti indistinti mi attraversò la strada a una decina di passi e poi scomparve in un viottolo alla mia sinistra. Fu un’apparizione di pochi secondi, ma mi parve di riconoscerla. Presi a correre, svoltando nel viottolo che proseguiva diritto per almeno cento passi e mi ritrovai a pensare come anche quel percorso mi fosse ignoto. La figura appariva e spariva, come se volesse farsi seguire in quella alternanza di tenebra e penombra. Avevo sempre con me, attaccato alla cintura e nascosto dal mantello, un lungo coltello. Lasciando cadere a terra il bastone, lo sfoderai continuando a correre nell’oscurità sempre più fitta e nel vuoto del silenzio.
Il “fatto” a cui ho accennato poco prima, mi risalì alla mente, nel furore implacabile dell’inseguimento. Qualche mese addietro Armenide aveva, per questioni familiari, costretto sua sorella a entrare in convento e io, che amavo in segreto quella donna, non feci nulla per oppormi, fingendo addirittura di non provare nessun interesse per lei. Il fatto mi si affacciava ora alla regione in tutta la sua meschinità.
La figura indefinita che seguivo con sempre maggior affanno, ora mi era chiaro, era quella donna che io avevo amato e abbandonato e che il mio amico aveva recluso a vita. Ma non avevo il tempo per pormi domande e darmi risposte.
Come in un volo cieco, e non so dopo quanti minuti, mi trovai davanti di nuovo alla casa di Armenide. Spalancai il portone e salii le scale cercando di calmare i battiti del cuore. Ora udivo di nuovo: il mio respiro affannoso e i miei passi concitati. Varcata la soglia della sala, la stessa dove poche ore (o minuti?) prima, col caminetto acceso, mi intrattenevo con Armenide, scorsi dapprima la figura esile addossata al muro. Ero fermo, il lungo coltello brandito: steso sul pavimento lo stesso Armenide, la vestaglia sbrindellata, il bicchiere intatto stretto nella mano destra, il vino che si mescolava al sangue.
Arrivarono, come comparsi dal nulla, due gendarmi che mi puntarono addosso le pistole.
– Non sono stato io – dissi con tranquillità e il respiro quasi regolare.
– Come spiega allora tutto quel sangue sulla lama?
Con orrore guardai il lungo coltello scarlatto. Quando alzai gli occhi vidi l’esile figura uscire dalla sala e sparire per le scale. Il vento aveva ripreso il suo sibilo rovente.

gene

La leggenda dei fratelli Dotti

Risultano nati a Mairengo, i due fratelli Dotti che un sabato di settembre, l’undici per essere precisi, hanno segnato un gol ciascuno. Oh, chiaro che a segnare un gol in qualche sport, nel mondo, sono stati in miliardi, quindi che notizia è, si chiederanno nei peggiori bar di Belfast e Iquique. In effetti non è una notizia, ma qualcosa di più: i fratelli Dotti quei gol li hanno segnati nella nuova pista del ghiaccio dell’Ambrì Piotta, aperta al gioco dell’hockey e al pubblico proprio quella sera lì e distante da Mairengo qualche chilometro, percorribile a piedi, se si vorrebbe.
Nella loro ancor giovane vita è probabile che anche i Dotti siano andati a piedi qualche volta nella vecchia pista del ghiaccio, trascinando borsoni fin da piccoli. La vecchia pista si chiama Valascia, quella nuova è così nuova da non avere ancora un nome. Quando le squadre e i tifosi ci sono entrati dev’essere stato come quando si scendeva dalle montagne alla fine dell’estate e le case al piano rimbombavano alle parole, odoravano strane e brillavano. Era un effetto spaesante, dopo mesi in cascine nelle quali aleggiava fumo tra afrori compositi, le voci erano racchiuse in pochi metri senza eco, la luce entrava da feritoie e i muri trasudavano secoli dalle pietre. Un po’ come la Valascia, la vecchia pista.
I fratelli Dotti, che si chiamano Isacco e Zaccheo e già in questo trascinano qualcosa fuori dal tempo, probabilmente (bisognerebbe chiedere a loro) si sono trovati di fronte alla razionalità della nuova pista del ghiaccio e hanno deciso di affidarsi subito alla follia che abitava quella vecchia. Da difensori sono andati all’attacco segnando quei due gol, trascinando nell’avventura tutto il pubblico che nella nuova pista non aveva ancora preso confidenza con seggiolini e comfort sconosciuti. Il ruggito della vecchia Valascia si sarebbe sentito forse fino a Mairengo, ma la nuova ci ha provato e ne sono venuti fuori diversi boati, anche se i materiali isolanti comprimono tutto dentro e fuori non si scompongono nemmeno i grilli.
Tra lo stupore generale per l’effetto, dei gol e dei suoni, Isacco e Zaccheo Dotti hanno inciso i primi rimbombi nella nuova pista, uno ciascuno. Alla fine saranno sei i gol che l’Ambrì segnerà nella porta avversaria. Ma anche nei peggiori bar di Iquique, di Belfast, o di Managua e posti così, saranno i nomi di Isacco e Zaccheo Dotti a ingigantire leggende, tramandate dall’intramontabile sot a cu biot.

gene

Afghanistan

Che bella la disposizione del ministro

nel parlare ai delinquenti con il mitra,

mentre vittime si contano innocenti

alle porte dell’inferno che si spaccia

per un cielo arcobaleno di speranza

e invece è tutto un sotterrare d’oltremare,

impedendo fermamente di salpare

a donne bimbi vecchi col terrore nelle vene

Il ministro e la ministra, c’è da dire,

scarafaggi in coppia e riscaldati,

in fondina di minestra con le lettere

che formano sul bordo, come un gioco,

o una spiritica seduta,

Morte Abbandono Rifiuto Ipocrisia

La patria in cui anche noi si sopravvive

mercanteggia l’esistenza di popoli lontani,

massacrati da spettrali in barba e mitra,

ben disposti a déi vigliacchi e papaveri fioriti

a patto che nessuno, beninteso,

si presenti a mano tesa alle porte dell’inferno

il nostro, elvetico

gene

Salvate i soldati boomer

Quando lo racconteranno ai millennials non ci crederanno. Eppure anche i boomer hanno i loro tormenti, tipo la scuola. Reclute. Comincia in luglio, quando le altre scuole chiudono e il mondo va in vacanza o si butta nel torpore ozioso delle scuse estive per non far niente. La leva militare è invece un tormento di quattro mesi con abiti ripugnanti e aggeggi da portare in giro con la voglia dei penitenti, sempre a comando e con la libertà delle sere civili trasformata in traveggola.

Il primo giorno, dopo un viaggio in treno con aria da gita, arrivano lì alla caserma come tanti brozzoni west coast e nel giro di qualche ora si ritrovano con lo schioppo oleoso e un pranzetto a base di wienerli e acqua.

Che gente, fa il Malfanti nel suo dialetto di Sonvico con la e finale, dalla gente al campe. Intende, indicandoli, i superiori già vestiti di tutto punto e che aspettano come faine al pollaio.

La prima sera, porcocane, a guardare dalla finestra il tramonto argoviese in molti si commuovono, ma solo perché alle dieci bisogna essere in camera. Alle dieci! Anche il giorno prima si rincasava alle dieci, sì, di mattina però. E il risveglio nella camerata è una luce abbagliante, urla di comando, colazione col Nesquik (e acqua) che probabilmente ha dentro qualcosa per non far tirare l’uccello, l’organo con cui si ragiona attorno ai vent’anni e che per l’esercito è un simbolo di ribellione da reprimere. Altro che mammine e morosette.

Le prime settimane sono tutto un imparare distintivi e regole formali. Ma neanche all’asilo tra elefanti e gelati come contrassegni, però è così.

Mi fanno male i piedi, risponde il Rovelli alla domanda sul motivo delle adidas Rome invece degli scarponi.
Come ci si annuncia? lo corregge il caporale Sieber, un pivellino di origini ungheresi con dei tic espressivi non da poco.
Caporale, mi fanno ma…
Caporale! Zappatore tal dei tali! E poi può parlare.
(zappatore è il corpo delle truppe del Genio dove ci si illude di costruire cose sensate, con la zappa)
Caporale, Zappatore tal… Rovelli… ehm… cosa devo dire adesso?

Vanno avanti ancora un po’ a non intendersi bene, poi il Rovelli deve correre a mettersi gli scarponi sennò la sera niente libera uscita, per nessuno dei centoventi della compagnia e la colpa la danno a lui.

Qualcuno finisce agli arresti perché proprio non ce la fa a ubbidire, ma in genere si adeguano cercando tattiche più furbe per sbrindellare il sistema. Tipo annunciarsi di ronda e nascondersi al nemico, con le birre e i salametti. Oppure rubare in cucina dell’ottima carne di scimmia in scatola da far esplodere col fornellino da campagna.

Ma quando c’è da pulire l’attrezzatura varia e infinita è meglio darci dentro. Se si perde qualcosa lo si va a rubare ai tedeschi, tanto loro ci credono e non hanno tempo per i dubbi. Il coltellino, se perso, va ricomprato, sedici franchi. Col cazzo! Lo zappatore Stillhard ne ha uno abbandonato a terra mentre si concentra allo stand di tiro immaginando comunisti, e zacchete e ciao, sedici franchi risparmiati.

Se si comportano bene, la sera hanno tre ore per andare in città.

Sciamano dal Gasthaus Sternen al night, questo ovviamente ancora chiuso, gli orari non sono quelli della caserma. E allora, giù birre, e i rientri canterini si trasformano in marce punitive il giorno dopo, con tanto di cerchi alla testa che fanno davvero amare la terra patria che sono chiamati a difendere.

Il Malfanti non ne vuole sapere, assomma ammonizioni a tutto spiano e non lo vediamo per giorni e giorni.

A stagh in preson a faa nigot, e come dargli torto.

Il mercoledì pomeriggio c’è il prete con i gradi di capitano, e seduti ai banchi come scolari ripetenti bastano gli sguardi per divertirsi a ‘sta cosa folle. Il seminario è frequentato anche dalla foltissima colonia degli anticlericali, ma solo perché per due ore possono dormire senza patemi, liberati dal senso della vita all’incontrario propugnato da un prete graduato.

Il giovedì è in programma la ginnastica, ohibò, per la quale il Rovelli si presenta in trenig verso le nove ma lo rimandano a cambiarsi poiché comincia solo dopo pranzo. La ginnastica non è mica una partitella o qualche corsetta, no: è strisciare e saltare immaginando un nemico, col caporale Sieber a rendersi incredibile con una tutina Nabholz della Ackermann che le hanno finite anche a Budapest.

Poi, per due mesi ritornano in Ticino, dislocati a mettere in pratica l’addestramento, con strade da scavare sulle montagne leventinesi e territori luganesi da difendere a costo della vita e con granate finte. Per dire, lo zappatore Toscanelli, che è uno di quelle parti, va col Malfanti a difendere la madre e si assentano per un giorno, come catturati dal nemico, e nessuno se ne accorge.

Ormai si è al punto che gli zappatori hanno capito come va e tra una scusa e una fuga riescono a non fare quasi niente di utile, inseguendo il dilettevole come se fossero vacanze. Il tenente Blumenthal non è molto d’accordo sull’andazzo, ma il Malfanti gli fa che se non è contento può tornarsene nel suo Grigioni di merda. Col risultato di finire piantonato in cucina, massima punizione possibile a quel punto del servizio che si sta più al Grotto Serta che in tenda.

Una sera prendono su un Pinzgauer e in una decina fuggono di frodo a Lugano per far festa, ma sulla precaria strada del ritorno bucano. Piantano il mezzo e se la fanno a piedi. Il giorno dopo, inchiesta, che cade nel nulla come a Corleone. Sono tutti sfiniti, compresi gli uni e gli altri.

L’ultima settimana, tornati in Argovia, è interminabile nella noia dell’attesa e nell’atroce pensiero che sì, sta per finire, ma gli hanno rubato quattro mesi di vita. E sappiatelo questo, voi generazioni future che li accuserete di eccesso di bambagia!

Okay, di tutto questo i boomer ne parleranno a ogni rimpatriata, annoiando le eventuali mogli e suscitando fastidio nei figlioletti millennials alle prese col ketchup sintetico. Senza peraltro riuscire a spiegare quanto è stata dura la vita al fronte, con un nemico immaginario che incombeva e la stretta necessità di schivare il rancio per mangiare i salametti portati da casa.

E quel dover fare i conti per tutta la vita con la nostalgia della crema Stalden alla vaniglia o del paté in tubetto.

Diranno, facendosi compatire.

gene

Un fiore sulla giacca

Da lontano tutto sembra più bello. Poi ci si avvicina e ciò che risalta è una patina di muffa o di sporcizia. A Janos succede quando guarda un prato sul versante opposto della montagna, oppure quando pensa ai posti lasciati indietro nel tempo. Vista e memoria ingannano. Non li facciamo sempre anche noi questi pensieri?
Lui sta camminando nel bosco sopra Campo Vallemaggia, così radente agli alberi da sentirne il respiro, con lo sguardo ostacolato dalla natura schiacciante, senza tentazioni lontane e ingannevoli. Però non può smettere di pensare, in quel sollievo di non-visione, e nella mente gli riemerge un ricordo abissale: il maestro Martino Porta, che insegnò a suo padre e a lui, era nato lì. A Preonzo abitava da solo in una camera della Villa, disadorna, da scapolo, e mangiava a Ca’ dal Geni insieme al Nando, entrambi serviti dalla Carolina e poco propensi a dire grazie. Poi il Nando andava in stalla, il Porta all’osteria. Non insegnava più, era un vecchio con la giacca di velluto marrone e un fiore ricamato sul taschino, che sapeva di stantio e che sembrava lì solo perché non c’era niente altro, forse.
Janos sta pensando a questo e gli sembra un bel ricordo, anche se del Porta suo padre diceva che era un mediocre e autoritario. Forse essere nato in quel paese di alta montagna lo aveva segnato in qualche modo. Probabile che fosse stato mandato in un qualche collegio di preti. Di certo, a Preonzo era uno straniero che parlava italiano pure fuori dalla scuola, un’aura signorile, forse romantica, da opporre alla ruvidezza senza sconti del nostro dialetto. Al suo paese, che era anche più misero di Preonzo e quindi che non la blagasse poi tanto, tornava di rado: chissà che non avesse anche lui dei ricordi appuntiti in perenne allerta.
“Campo Vallemaggia, paese natale del nostro signor maestro, situato su un poggio che minaccia di scoscendere nelle acque della Rovana.”
“Al posto, asino! 2!”
Janos pensa che non è poi tanto messo meglio del Porta, però non incupisce ragazzini in un’aula.

Esce dal bosco dove comincia la discesa di prati, ma gli viene in mente di girare a sinistra verso la chiesa. Gli è salita una curiosità e vaga nel piccolo cimitero dove quasi tutte le poche lapidi hanno date di nascita e di morte impossibili. 1883, anche 1827. Secoli. Ormai non ci abita quasi più nessuno in questo paese imperterrito che non minaccia nemmeno più di scoscendere, grazie a un imponente lavoro di deviazione delle acque che ne erodevano le fondamenta. Non ci sono neanche morti nuovi, così quelli antichi possono ancora stare lì, a schivare l’esumazione.
Le guarda da vicino, quelle tombe granitiche, e stavolta non ci vede muffa o sporcizia: sono linde come se scolpite ieri, agghindate di fiorellini appena recisi. “Qualche vivo c’è ancora, dunque”. Infine la trova, la tomba di Martino Porta (1897-1974), una robusta croce in sasso, senza foto, sopra un rettangolo bordato per contenere fiori spontanei e deposti. Nel silenzio che è solo dei cimiteri, nella brezza della montagna, Janos ha la sensazione che lì con lui siano convenuti tutti quelli di Preonzo, quelli che hanno conosciuto il Porta avendone avuto timore o perpetrando nel dileggio. Chissà, forse anche distillando gocce d’amore o d’amicizia.
Ma il Porta morì di notte nella sua stanza alla Villa, così solo che lo trovarono al mattino tardi, e qualcuno asserì che era scomposto, come se la morte avesse lavorato a lungo. Janos era un ragazzino, non riesce a ricordare dove gli fosse stato fatto il funerale e nemmeno chi descrisse. Glielo disse il padre che era morto, senza altri commenti. Ma la morte che si accanisce nella notte non l’ha dimenticata. E si impietosisce davanti alla sepoltura, avvolto in quel sentimento di lontananza per un pezzo immenso della sua vita, tanto forte da fargli del male. Forse anche Martino Porta si è sentito così nelle sue ultime ore, tanto vulnerabile da non resistere più all’attacco finale.
Janos toglie un fiore dal vaso accanto e lo appoggia dove immagina che, sotto la terra, ci sia il taschino della giacca di velluto marrone del maestro. Poi torna a volgere lo sguardo verso il prato dall’altra parte della valle, oltre il muro.

gene

Un altro modo di vincere

Non poteva essere altrimenti, in termini numerici: sette gol l’Aarau, zero il Someo. Secondo la logica ferrea che le reti in più fanno la vittoria, marcano il territorio, definiscono un valore, acconsentono di continuare il cammino drammaticamente eliminatorio, questa è la cosa che conta. E non ha nemmeno senso parlare delle categorie di differenza – le sei a favore dell’Aarau è come se si facesse giocare una squadra di prima elementare contro una di seconda media – poiché sembrerebbe una scusa, una pregiudiziale da attivare col sorriso, tanto è uguale, sarà bello lo stesso, è stato bello lo stesso. Il senso è che ci sono altri valori essenziali.
Uno di questi è il convincere una parte di popolo ad andare allo stadio, in questo caso il campo, termine che più proletario non si potrebbe. Un altro è riuscire a mettere sotto i ragazzi dilettanti con nuovi allenamenti e nuovi pensieri, ragazzi perlopiù in vacanza dopo un anno di lavori e dolori e con tante altre cose nella testa. Infine, il giorno della partita, unire questi due elementi e fare in modo che ne venga fuori una cosa ben fatta.
Il mio amico Patrick, che è il presidente del Someo, è una specie di Mujica, e anche se non sa dell’umiltà indefessa dell’uruguayano, fa le stesse cose con pochi soldi e tante idee ordinate, e con la gentile capacità di coinvolgere il popolo. La cosa è riuscita benissimo, il campo si è colorato in quella luce d’agosto che già propenderebbe per settembre ma è trattenuto dalla canicola. I suoni sono cristallini come i primi vagiti del mondo e perfino i gutturali canti ritmati dei tifosi ospiti sono accolti con piacere, tra un vaffa a squadre non presenti e attaccamento ai cervelat. Rispondono improvvisati i cori di uno sparuto gruppo ultrà biancoblù che stravede per Nino, incitandolo a non avere paura, che altruismo e fantasia contano di più che tante balle tattiche.
E poi si gioca, quelli dell’Aarau sono giovani cavalli di razza anche quando camminano, il calcio è il loro lavoro, hanno quell’istinto animale nel girarsi, nel saltare, nel sentire l’odore del gioco, nella percezione degli spazi e delle traiettorie. Quelli del Someo, però, si piazzano con una forma ancestrale, con la fermezza dei muli sotto la pioggia e andranno avanti così per novanta minuti, semplici e precisi, con quella dignità del fare le cose per bene e poi vada come deve andare. La partita si svolge con una regolarità geometrica: gol a scadenze regolari, squadre che interpretano sé stesse con coerenza, popolo in festa, aromi di premio per tutti, dalla vittoria al cibo e alla birra.
Già, perché quando tutto è finito si rimane lì in tanti, forse tutti. Mentre si mangia un risotto, quello sì, almeno da semifinale mondiale, si ha il tempo per applaudire i ragazzi del Someo che ovviamente si aggiungono alla festa. Applausi anche a quelli dell’Aarau, ma sono omaggi un po’ malinconici perché loro stanno oltre la rete metallica, separati, seduti sui gradini degli spogliatoi mentre mangiano da scodelline di plastica, forse birchermuesli o integratori che l’ordine militaresco dei professionisti impone. E vanno via presto su un bus immenso, salutando un po’ stancamente, mentre quelli del Someo rimbombano al campo fino a notte fonda e qualcuno torna a casa a piedi nel buio colloso, vincendo la partita.

gene

Le nuvole

I nugri bian sto bot

ié a ferense,

in sto dì da sost

da l’acqua d’aost

A voltarel i fa feste

coi got a bombasini,

ié storn e mut

Is mou adasi par mighi

faigh ghiti al ciel,

sadanò ag vegn

amò da ghigneèe

e co l’acqua da i ecc

in gorondo

o be’ piou a sidel.

Peu tucc a lamentas

dai nugri negri

a gotoi

gene