Terra madre

Ulivi

Il tempo si ridesta stamattina
coi capelli colorati dei ragazzi
Li saluta con il garbo della madre
neve sole pioggia vento
come a dire grazie
e mille volte ancora

 

gene

Postilla
Ribellarsi sempre
g.

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Il cancello di Greta

La mamma le ha detto di studiare lo stesso, se vuole, anche davanti al cancello. Così, Greta, ha appoggiato in bella vista il suo cartello.

greta

Sciopero scolastico per il clima.
Si è seduta sul marciapiede a leggere un libro di Astrid Lindgren. Gli adulti, più distratti che incuriositi, hanno dato un’occhiata di fretta a lei e al libro. Invece, i ragazzi della sua età, e anche più giovani, si sono fermati quasi tutti fino a diventare una piccola folla intenta a ridere e parlare, non solo con Greta, ma anche tra di loro. Per volontà o per forza, non guidano auto e nessun altro veicolo. Vanno in bus, in treno, in bici, a piedi. In pochi conoscono Astrid Lindgren, l’autrice del libro che Greta ha tra le mani.
Le chiedono di legger qualcosa di quel libro. Greta apre al capitolo 3 e legge ad alta voce.

Ben presto divenne di pubblico dominio, nella cittadina, che una bambina di nove anni abitava tutta sola a Villa Villacolle. Le comari si trovavano d’accordo nel dire che così non la poteva certo durare: tutti i bambini infatti devono avere qualcuno che si preoccupi di far loro le prediche, e tutti i bambini devono andare a scuoia a imparare la tavola pitagorica. Perciò le comari decretarono che la ragazzina di Villa Villacolle dovesse esser messa in collegio.

Questa bambina del libro, spiega Greta, si chiama Pippi, ha le trecce come me, e vive libera in una casa abbandonata con un cavallo e una scimmia.
Va avanti quasi tutto il giorno, in silenzio o ad alta voce se gli viene chiesto. Intanto i ragazzi e le ragazze sono diventati tantissimi e a nessuno viene in mente di andare a scuola. Compaiono cartelli a favore di un clima pulito, alcuni incitanti alla responsabilità degli adulti per la cura della Terra, altri sul desiderio di un avvenire più bello.
Si divertono a prendere in giro i politici più famosi e bugiardi, cantano e ballano, ma da quel cancello e da quel marciapiede non se ne vanno fino a sera. Poi si danno appuntamento per il venerdì seguente.
Che è proprio oggi. Sarà uno dei venerdì più belli della storia dell’uomo perché cancelli marciapiedi piazze di tutto il mondo si riempiranno di giovani e di cartelli che chiedono un mondo migliore e più pulito. Sciopereranno tutti per il clima e non avranno paura di genitori direttori dipartimenti e docenti che li minacceranno di assenza arbitraria dalla scuola.
“Il problema non sono io che manco da scuola, il problema saranno l’acqua avvelenata e l’aria irrespirabile”, dirà Greta prima di leggere qualche brano del libro di Astrid Lindgren.

gene

Postilla
Partecipate. Ditelo ai vostri amici e per favore non arrendetevi, mai e poi mai. Non è mai troppo tardi per fare tutto il possibile.
Greta Thunberg

Infanzie

Avevano scoperto la nostra capanna, nascosta piuttosto in alto sulla montagna. Avevano distrutto i torrioni di nocciolo e perfino spaccato la bottiglia del veleno forse perché non ci avevamo messo su l’etichetta con la testa di morto, come suggeriva il Petanius. Un veleno potentissimo a base di cavallette schiacciate, aceto, lisciva, fango della Petrolchimica e alcune ceneri raccolte alla discarica.banksy
Scendemmo in piazza con i bastoni e prendemmo di mira il Vovox, la spia di mestiere, ma scappò a casa ed era meglio lasciar perdere, tanto l’avremmo beccato. Il Soldi, avversario rimasto solo, si mise a piangere menando frustate con una ramaglia spinosa e con una precisione insospettata. Ritirata. Giornataccia.
Nel gelo dell’aula, il mattino dopo ci guardavamo in cagnesco. A ricreazione buttai addosso al Vovox un ragno di gomma che stava dentro i pomcips come sorpresa e che il giorno prima il Petanius aveva crocifisso a un palo della vigna per allenarsi. Il Vovox ancora una volta scappò a casa terrorizzato e poi tornò con sua mamma che mi torse un braccio mentre stavo in porta concentrato come Banks.
La sera, nel cortile della casa del Vovox, rubammo una scodella che serviva per il mangime delle galline e ci pisciammo dentro, aggiungendo il cadavere di un lumacone disciolto nel sale e un pizzico di verderame. La riportammo nel pollaio, convinti che le galline sarebbero crepate, e invece no, mi sa che mangiarono la foglia invece della pozione e non successe niente e vaffanculo.
Per giorni prendemmo a sassate le finestre di alcune case abbandonate. Come rivalsa era un po’ generica, okay. Eravamo stati battuti su tutta la linea e su suggerimento del Petanius ripiegammo sullo studio dei giornalini porno estorti al Salvatore ma di proprietà di suo padre, credo. Come premio legammo il Salvatore a terra, con quattro paletti conficcati come avevamo visto fare agli indiani. Ormai avevamo tutti contro. Il sabato, giorno di tregua concordata con le dispute delegate al pallone, il Petanius infranse le regole dell’armistizio e diede un calcio in culo al Vovox scatenando una guerriglia per le strade che dura ancora oggi.

gene

Postilla
Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere
Rabelais

La libertà del nulla

finestrino 2019

Te lo dico adesso, solo a te: andai a trovarlo. Da tempo non avevo più sue notizie, a meno di non considerare tali i pettegolezzi non verificati che crescono sulle assenze. Stava in una poltrona di vimini sotto un pergolato.

Come mai non ti sei più fatto vivo, chiesi.

E tu e voi, rispose.

Io sono qua, aggiunsi, già un po’ in colpa.

Mi sedetti su una panca di sasso al sole, di fronte a lui. Parlò dopo un lungo silenzio.

Ho fatto molte cose, cercando anche compromessi che mi dessero uno spazio di libertà. Da giovane, lo sai anche tu, il senso comunitario animava il mio cuore, mi sembrava che non potessi vivere senza altre persone che da un lato godessero della mia presenza e che dall’altro mi nutrissero l’anima. Quando cominciai a capire che non erano che gabbie me ne andai da dove ero sempre vissuto, per vedere da lontano il mio passato e tenerlo a bada. Ho cominciato così a creare da solo le cose a cui tenevo e in cui intravvedevo il mio posto nel mondo. Sono stati anni proficui durante i quali ho costituito la libertà di spirito, ma ancora qualche compromesso resisteva: l’aiuto, il cibo, la materia, l’amore, l’amicizia. Ogni dare conteneva un avere e sempre era delusione. Dunque, ho ridotto fino a quasi nulla le esigenze e le povere ambizioni. Ma per farlo ho dovuto allontanarmi ancora un po’. Fino a qui, sotto a questa pergola inselvatichita che mi regala ombra senza niente in cambio, su questa poltrona sfatta che nessuno vuole, dentro questi abiti smessi. Il mio stomaco non brontola, il mio sangue rallenta, le idee sono placide, le ambizioni sono svanite. Anche le parole sono sempre più rade, come le notizie. Vivo per un’utopia, quella di sapere sempre meno fino al silenzio. Probabilmente questo è il mio ultimo discorso. Fanne quello che vuoi, ma non chiedere più nulla.

Non gli strinsi nemmeno la mano.

Forse è morto, ma non l’hanno ancora trovato e, se posso dire la mia, non lo troveranno mai. Io non lo cerco.

 

gene

 

Postilla
Immaginare il nulla è altrettanto difficile che concepire il tutto.
Roberto Gervaso

#3 – 2023 – Speciale Elezioni

maschera

Come sempre, ogni quattro anni e da che la democrazia cominciò a esistere, a due mesi dalle elezioni piombava il Carnevale. Nel Novecento le allegorie satirizzavano i politici e i fattacci dei politici. Tutto si squinternava sotto i lazzi della follia, la città era preda per cinque giorni degli spiriti improvvisamente liberi. Nulla di organizzato, tutto lasciato al disordine e all’inventiva che, si sa, vanno di pari passo.
Passati i Duemila, i politici cominciarono a pensare che la derisione e il sarcasmo del popolo ai loro danni potessero essere volti a favore. In punta di piedi, si vide qualche onorevole fare il galante in mezzo all’uragano, poi qualche altro con un cappello luccicante in testa. Il sindaco di turno cominciò a fare discorsi d’apertura dei bagordi raccattando briciole di senso dell’umorismo e consegnando in fretta e furia le chiavi della città al re del carnevale, scomparendo subitissimo nel suo amato grigiore.
Arrivò il capo della polizia, questo qualche annetto dopo, anche lui intento a far ridere nelle vesti di organizzatore, senza esiti lodevoli sul piano della comicità. Il re, suo amico, accolse la richiesta di controllare un po’ la massa folleggiante e indisciplinata. Circoscrissero la città del carnevale con reti da pollaio.
Intanto i politici principiarono a essere ospitati sui carri, nei cortei, nel comitato. La polizia chiuse del tutto gli accessi invitando alla morigerazione (pena questo e quello), il cosiddetto “divertirsi sì, ma con testa”, motto impraticabile per i ribelli degli anni Settanta, ma condiviso dai vecchi vecchi e dai giovani vecchi. A quel punto, i politici lottizzarono gli interventi ufficiali vestiti da polli o da somari, protetti dai poliziotti vestiti da gendarmi e applauditi dal servo vestito da re.
Il popolo, ormai pagante, perdeva inventiva a tutto spiano e addirittura plaudiva alle parole dei politici che si riversavano come melassa dai palchi. Tutti bevevano senza domande.

Il carnevale del 2023, a due mesi dalle elezioni, fu una grande kermesse.
Gli slogan ridanciani.
“Divertitevi e poi votate me che sono il numero tre”.
“Spendete tanto e bevete il giusto”.
“Oggi è lui il re ma domani sono me”.
“Prima i mostri”.
“Ma il cielo è sempre più blu, votateci”.
Insomma, cose da sbellicarsi.
Arrivò aprile e, mentre i candidati fremevano nelle loro sedi pavesate come a carnevale in attesa di plebisciti a favore, grazie anche all’indefesso presenziare nelle feste organizzate e controllate, non votò nessuno. Sul cancello del palazzo un cartello:
Astensione sì, ma con testa.

gene

Postilla
Il mentitore a cui si ritira la propria maschera prova la stessa indignazione che se l’avessero sfigurato
Jean Rostand

#2 – 2023 – Speciale Elezioni

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Il Parlamento non decise poiché di lì a due mesi ci sarebbero state le nuove elezioni e nessuno se la sentì di ipotecare il futuro degli eletti. La questione era quella di innalzare la paga minima dei lavoratori a 21 franchi all’ora, votata e accettata dal popolo nel 2015 e già rimandata quattro anni prima dal Parlamento per la stessa questione dei nuovi eletti. In questo lasso di tempo, la massa dei lavoratori aveva perso circa 10 milioni di franchi, mentre i vecchi eletti trombati dal voto avevano già incassato una pensione globale di circa 20 milioni di franchi. I padroni avevano risparmiato circa 30 milioni, dato che nel frattempo, e in attesa, avevano diminuito le paghe. Lo stato aveva perso 10 milioni di contributi, senza contare il sommerso.
Nei due mesi di campagna elettorale che seguirono, i candidati di destra gongolavano per l’insuccesso della proposta e quelli di sinistra ricalcolarono la paga oraria e decisero che forse era meglio proporre, in caso di elezione, di abbassare la paga minima a 19 franchi all’ora. I lavoratori, per il terrore di non ottenere nulla, proposero addirittura 18.
Quando si insediò il nuovo Parlamento, gli eletti di destra furono 77 e quelli di sinistra 3, di cui due di provata fede cattolica. I padroni proposero allora una paga di 15 franchi all’ora e il Parlamento decise, dopo infinitissime discussioni nelle commissioni, di proporre 10 franchi all’ora.
Ma a quel punto, passati altri tre anni, e con l’avvento di lavoratori dal Terzo mondo, i padroni imposero un massimo di 5 franchi all’ora, paga concorrenziale con quella dei paesi limitrofi. Il Parlamento, in ossequio, ne propose 2, dopo infinitissime discussioni nelle commissioni. I lavoratori, atterriti, dissero che andava bene 1.
Allora, a un niente dalle nuove elezioni, i padroni decisero che sarebbe stato giusto lavorare gratis. Il Parlamento, in ossequio ossequioso, a due giorni dall’insediamento dei nuovi eletti, decise a velocità supersonica che per poter lavorare ognuno avrebbe dovuto pagare 5 franchi all’ora (crepi l’avarizia) al padrone. I padroni, il giorno dopo, furono d’accordo per 7, magnanimi.
I lavoratori avevano però risparmiato un po’ e il mattino del giuramento di fedeltà allo Stato del nuovo Parlamento spianarono fucili lubrificati e nuovi di zecca.

gene

Postilla
È accaduto così in tutte le epoche del mondo che alcuni hanno lavorato e altri hanno, senza lavoro, goduto di una gran parte dei frutti. Questo è sbagliato, e non deve continuare.
Abraham Lincoln (l’altro ieri, n.d.r.)

2023 – Speciale elezioni

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Erano i giorni che precedevano le elezioni, la città era in fermento e pronta a delegare la sua amministrazione a chi avrebbe ritenuto più meritevole. I candidati propugnavano idee e promesse che potessero promuovere soprattutto sé stessi ma garantendo fedeltà agli elettori. Parlavano a pance e cuori di benessere e lavoro, di giustizia e sviluppo. E di territorio.
Dobbiamo salvare le campagne, disse uno.
Ma con criterio, rispose un altro.
Bisogna fermare l’espansione del cemento, ribadì un terzo.
Si deve incrementare l’edilizia, obiettò un quarto.
Occorrono limiti alle zone edificabili, annunciò il quinto.
Ma non vincolanti, precisò il sesto.
Ricordiamoci del turismo, gridarono in coro.
Tutti furono d’accordo di andare avanti come sempre, a concedere licenze edilizie in veste pubblica e a coltivare vigneti per lucidare la coscienza privata. La natura prima di tutto ma con parsimonia, conclusero, pensando che fosse il modo migliore per vincere le elezioni. Poi si sarebbe visto cosa fare.

Furono quasi tutti eletti, per non far torto.
Poi.
Venne il cinghiale e rivoltò i vigneti.
Venne il lupo e divorò il cinghiale.
Venne l’uomo e ammazzò il lupo.
Si applicarono soluzioni.
Tornarono i vigneti, ma meno di prima così da non attirare un altro cinghiale.
Più campagna e prati, più posto per nuove case e alloggi per turisti.
La città si allargò fino ai vigneti e poi li ingoiò, cominciando a salire la montagna abbattendo alberi.
Tornò un altro cinghiale incazzatissimo e in assenza di vigneti rovesciò tutti i cassonetti della spazzatura.
Tornò un altro lupo che, sorpreso da tanta grazia, divorò l’altro cinghiale direttamente in piazza, tra qualche applauso sparuto.
Però, i cittadini e le cittadine si barricarono in casa aspettando i delegati coi fucili debitamente registrati.
Ma i delegati erano già fuggiti nel nuovo resort sulla montagna e in breve furono accerchiati dai lupi di tutto il mondo, assetati di vendetta.
La città, senza più gestione, cominciò a crollare.
Le cittadine e i cittadini persero tutto e si ritrovarono in strada tra le macerie. I turisti non vennero più. I grotti non avevano salame, i supermercati si riempirono di cinghiali che si spartivano golosamente le scatolette e la passerella sul lago fu avvolta dalle alghe.
Attorno ai fuochi si aguzzarono bastoni, come spiegò il solo delegato sopravvissuto, eletto a Capitano.

Poi.
Venne un cinghiale.
Eccetera.

gene

Postilla
Ridatemi quelle aspre solitudini | Di rovi e sterpi, asilo della belva. | Quello è il mio vero regno, impareggiabile: | Questa corte al confronto è tetra selva.
Richard Adams