Aquila

aquila

L’é ‘na vargógno marscia
ch’i la ciapi mighi l’aigra
A fam i cónn tuc i siir
dénn pal galinéi
se ‘na piti o i sé poiéi
ié ciapò i aar

Ag naréss sparaigh,
o almén teciala
in d’om seragli
e fagla vidéei ai canicitt
“Idili l’aigra
l’am n’ére facc vidéi aséi”

L’aigra la va giustu ben só na bandére
ma pal résct c’la staghi quéte
imbalsamada o séche
che nui a gamm da fèe
a créss poiéi e iéi
‘mè fiéi

C’la dascméti l’aigra
da varèe indezénte
e da degièe la nòso téise
C’la dascméti da surèe
par fam infich
Copéle

 

gene

 

Postilla
Nei nostri sogni siamo in grado di volare… e forse questo è un ricordo di come siamo stati pensati per essere
Madeleine Engle

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Leo

messi
Infuria a centrocampo la lotta e tu ti guardi i piedi, come poco prima, quando suonava la musica e ti passavi la mano sulla fronte a lenire pensieri. Chissà quali, forse il desiderio di un campo di grano. La partita ti passa accanto e tu cammini sperduto con la tua bella maglia a strisce bianche e azzurre con il prestigioso numero 10 stampato sulla schiena. Le tuniche nere degli avversari si stringono nei territori della difesa e non passa uno spillo, poi partono nelle praterie di caccia. Ti sorpassano, ti sorvolano. Ogni tanto, per farti ricordare che ci sei, ti danno uno spintone o una pedata, per svegliarti dal tuo camminare ipnotico. Non senti la folla che dagli spalti ti invoca. La sola presenza che avverti è quella di tuo padre Diego, che se anche non lo vedi, affossato in un seggiolino in cima alla tribuna grande, ti tormenta l’anima con il ricordo delle sue gesta. Da lontano, dopo un’ora di limbo senza affetto, vedi il tuo portiere che impazzisce, colpisce la palla come se fosse un secchio e l’avversario con la tunica nera la butta in rete. È finita e lo sai, verranno altre due punizioni dai due rivali più forti, ma tu sei già lontano, in una qualche patria che ti sembra di non riconoscere più e in campo trascini le tue spoglie. La tua maglia, alla fine di tutto, la regali e non è nemmeno intrisa di sale. La tua barba da Ulisse non serve più, Itaca non esiste e il tuo equipaggio è frantumato dagli avversari, mirmidoni dalle nere vele.

gene

Postilla
Colui che più possiede, è colui che ha più paura di perdere
Leonardo da Vinci

Cinque matrimoni e basta

Con la Sandra ci eravamo già sposati almeno cinque volte, anche se l’ultima risaliva a quattro anni addietro e ora che compivo quasi i dieci anni non erano le cerimonie nuziali a interessarmi ma i mondiali di calcio, seppur per l’interposta passione di mio papà. Lo zio Giglio, che era anche mio suocero plurimo, nonché padre della Sandra, mia cugina e sposa, ci aveva invitati a vedere Germania Ovest – Inghilterra alla televisione, che lui l’aveva e noi no. Nemmeno sapevo dove fosse l’Ovest e ancora non avevo eretto muri personali.paggetti 3 1965
Sullo stesso divano dove si accovacciava la zia Liliana in qualità di prete, guardavo quelle immagini a colori in fiamme senza capire niente di tattiche e nazionalismi, ma cosciente che in piazza sotto i platani giocavo bene almeno come quelli dentro la televisione. La televisione – che i puristi chiamerebbero televisore, parola troppo ricercata per noi dialettali accaniti – mi aveva proposto fin lì: tivùspot, Un’ora per voi agghiacciante dove la testa di Corrado veniva trasportata su un vassoio, vaghi notiziari. Sempre in casa altrui o al bar con mio padre. Era un mondo neanche analogico, il mio, piuttosto pleistocenico, di rane e bastoni. Le adesioni alla comunità dei grandi erano sedersi alla stessa tavola per mangiare e i matrimoni con la Sandra, reiterati in ginocchio con i centrini a cruscé sulla testa e sulle spalle a fare sacralità.
– Vuoi tu prendere per sposo il qui presente Giorgio? – chiedeva la zia Liliana, in spregio all’impossibilità per le donne di fare il prete.
– Sì – rispondeva la Sandra, dall’alto dei due anni in più del promesso.
– E tu Giorgio, vuoi prendere la qui presente Sandra come tua sposa?
Silenzio (e chissà se già intravedevo la prigionia).
– Dis sì – mi suggeriva paziente la zia.
– Dis sì – ripetevo allora, ormai convinto.
E così eravamo coniugi, almeno fino all’anno dopo, quando il rituale si ripeteva senza che nel frattempo fosse intercorso un divorzio, a meno che fosse considerata tale la sequela di angherie e i dispetti reciproci.
Quella sera della partita a casa dello zio Giglio e della zia Liliana eravamo dunque ormai sposati da tre o quattro anni e pur non avendo ancora figli io e la Sandra andavamo avanti con il solito tran tran coniugale: spartizione forzosa degli zibak e dei budini, liti furiosissime sui dischi da metter su, tentativi di annegamento da parte sua, bastonate da parte mia. Le solite cose.
Per finirla qua, dico che vinse la Germania e un po’ mi dispiacque, ma chiaramente non so ancora adesso perché. Ah no, ora ricordo: la Sandra si era messa a tifare per i tedeschi nella speranza che io mi appostassi sul versante inglese e così fu. Sono certo che a parti invertite avrebbero comunque vinto i suoi.
Al momento di andar via, con una parvenza di muso per l’indelicatezza della mia ormai vecchia sposa dodicenne, con un ultimo slancio di gentilezza dissi alla zia Liliana che le avrei chiuso il cancello del giardino sennò sarebbero entrate le mosche. Vedendo la Sandra che si buttava in terra dal ridere mi resi conto che tra noi non ci sarebbero stati altri matrimoni, almeno da parte mia. E basta.

gene

Postilla
Il matrimonio è la causa principale del divorzio
Groucho Marx

Il Mondiale di Trump

trump
Trump, nel suo mondo illogico, ha sicuramente ignorato di aver perso un’occasione memorabile per farsi propaganda: il Mondiale di calcio in Russia. Non che si pretenda che possa capire il fuorigioco, ma temiamo che non sappia nemmeno cosa sia il soccer, da buon americano medio-basso. Non si immagina la goduria alla quale rinuncia: tweet, minacce, rodomontate, vanterie, smentite e manifestazioni varie di superiorità razziale. Gli USA, infatti, non ci andranno, eliminati nelle qualificazioni. Quando si accorgerà dalla mancata opportunità saremo già probabilmente ai quarti di finale e almeno in doppia cifra con gli episodi di orgoglio nazionale tramite sprangate degli ultras all’universo mondo.
Poi, in un pomeriggio di gran russare sul divano dove Clinton eccetera, si desterà al suono del grido “È una Corea” e confonderà un’espressione sportiva con una dichiarazione di guerra, cominciando a minacciare in modo sinistro Kim Il Pitbull e poi questa o quella nazione, a dipendenza dell’umore davanti al bacon mattutino. Un giorno saranno gli straccioni argentini, un altro i mangiaformaggi francesi, passando per gli umanitari tedeschi e gli inaffidabili turchi (che non ci sono ma lui non se ne accorgerà). Ci andrà più cauto coi Sauditi, ma si sa che la pensa come il Walter del Grande Lebowski: un branco di beduini con un asciugamano in testa che cercano di mettere la marcia indietro nei carrarmati sovietici. Si chiederebbe dove sia finita la Siria e manderebbe qualche portaerei nel Borneo a dare un’occhiata di soppiatto.
Non si occuperà dell’Italia, informato dall’amico Salvini sull’assoluta tranquillità del Belpaese che con la chiusura delle frontiere ha da una parte fermato l’invasione dei migranti, ma dall’altra ha bloccato a Malpensa gli Azzurri già stretti a coorte sull’aereo e invitati a scendere e tornare a casa.
Se per puro caso i russi, anche loro intenti a mettere la marcia indietro, avanzassero invece nel torneo, penserebbe che Putin si sia fatto sostenere da Hillary per ripicca e lancerebbe un qualche tweet destabilizzante con il tono di un bambino di quarta al quale hanno fregato il kinder bueno.
Speriamo che la nostra Svizzera si dissolva ai soliti e insormontabili ottavi, altrimenti Trump potrebbe lanciare una crociata contro gli orologi a cucù, rei di mettere a repentaglio la produzione americana di molle e ingranaggi. Passassimo in semifinale, ci vedremmo ridurre le altimetrie delle Alpi, che sfacciatamente osano contrapporsi alle Rocky Mountains senza averne il diritto. In finale, dopo che alla vigilia gli ultras si saranno decimati in una battaglia globale a torso nudo nella Neva, la Svizzera si vedrebbe minacciata della costruzione di un muro attorno ad essa (con una certa gioia di alcuni nostri connazionali, invero) per impedirne la nota visione sul mondo.
Se poi la Nazionale di Petkovic vincesse il titolo, ci paracaduterebbe tutti i messicani in esubero. Quindi, stiamo calmi e cerchiamo di andar fuori agli ottavi, ai rigori, tanto per recriminare un po’, ma tirando nel contempo un sospiro di sollievo, che il Grande Fratello Trump fino a quel momento non si sarà certamente ancora accorto del Mondiale e relativa assenza della squadra statunitense, impegnato da altre ipotesi di complotto da sgominare con frasi tipo “Fuoco e fiamme sul Leerdammer”. E quando, in ritardo sul calendario vedrà che l’Olanda non è al Mondiale, si vanterà dell’efficacia della sua minaccia e staremo bene per almeno un mesetto.
Speriamo vinca il Messico, che tanto è abituato a farsi maltrattare e non ci fa caso.
Che l’estate sia con noi.

gene

Postilla
Uno dei problemi chiave di oggi è che la politica è una vergogna, la gente per bene non va al governo
Trump

Un giorno granata

acb 2018

Facciamo che la passione ci guidi dentro un pomeriggio raggiante. Col Meo si parte in bus da Maggia per andare a Bellinzona.
– Niente guggen zio, oggi c’è la partita. Di calcio.
Da Locarno in treno, si scende e si procede fino alla Bava, per la birretta delle quattro, a ingannare il tempo e farlo rimpicciolire. Ma le cinque e mezza ci mettono tanto e arrivano che paiono già le sette e mezza. Nella curva verso Carasso, dove ancora c’è un bel prato, giunge anche il Flavio. Intanto, il Meo ha capito che i nostri sono quelli granata (come l’auto del Remo di Moghegno), ma si fa prendere dai cori e si esalta a sproposito. Quando segnano gli altri non stiamo neanche lì a spiegare che si mette male, perché poi ripeterebbe tutte le parolacce del caso e non va bene, per lui che è un candido. Subito dopo segnano i nostri su rigore che lui non guarda perché è alle prese con un cappellino di carta blu metallico che fa molto carnevale. Il Flavio intanto, resta in decubito laterale sull’erba e vede la partita come da una cella, la visuale intrecciata dalle sbarre di ferro che ancora cingono il Comunale perché nessuno intende sobbarcarsi la spesa di smontarle. Attorno a noi, una torma di bambini che si arrotola in pirolette e lotte.
A metà tempo, il Meo si mette in testa di raccogliere i bicchieri di plastica vuoti lasciati a terra dagli smemorati. A momenti si perde per cercare un cestino che non c’è e allora gli si consiglia di ammucchiarli in un punto dietro il piantone della recinzione. Non è convinto, ma si piega al volere.
Intanto lo stadio è diventato bellissimo, con il sole radente che illumina i colori del tifo, ammantati dal verde degli alberi che trent’anni fa erano poco più che giovinetti e che ora sono i guardiani di una fede. Del resto si vedono persone che oggi sono belle come trent’anni fa, specialmente una ragazza bionda di cui, con grave colpa, non ci si ricordava più.
L’ACeBe, il nostro club, è qualcosa di unico e di certo è invidiata da qualcuno più a sud, che tifa per una squadra più grande, più bella, più forte, più tutto, ma amata molto meno.
Di tutto questo il Meo se ne frega, ha in mente da ore il bratwurst ma si sgola lo stesso per empatia. La nostra squadra intanto ha già dilagato e alla fine lo stadio esplode di fumo suscitando lacrime. L’ACeBe è promossa e i dolori non si sentono.
Andiamo alla griglia e il Meo a momenti si strozza col bratwurst e il tè freddo.
Fuori dallo stadio, distese di tavoli, musica e facce contente con un certo senso della misura, per non scottarsi con le ciance come in passato.
Ma la passione non cede e sono ancora lì. Del resto Bellinzona non molla mai, come campeggia in uno striscione. E nemmeno noi che si torna a Maggia discretamente eccitati. Mentre scrivo, il Meo già dorme, ripercorrendo di certo la giornata per poterla riassumere cento volte domani, impedendone l’oblio.

gene

Postilla
Alé alé alé alé alé granata alé
Mario Del Don

I Altri

A senti dii: i Altrimulti
chi staghi fòro di bal
E cui Altri ch’ ié chilé
ai mandom indré

Mi l’é dai altri c’o imparò
a laurèe, a pensèe, a sgiughèe
S’o tacò là quaicoss
L’è i altri c’am l’a dacc

O leisgiù libri dai altri
o imparò canzói da i altri
Schéere e méstei
dai altri imparéi o robéi

Adéss l’è tut om Nui
l’é om Néss, l’è om Mè
La cà, la tère, el pan
i Altri chi vaghi fòro di bal

E péu a imparom quée?
Chel c’a ghé da néu?
Se a scasgigom i Altri
né c’a imparom, né c’a insegnom

 

gene

 

Postilla
Non lo sai, stai parlando di una Rivoluzione
Tracy Chapman

Favola della Buonanotte

Amò primm da nèe in do lécecc
ig diséve a nui canicc
impienìit da camaméle
c’a saréss pasò el Brancacarasc
coi sé strii da nécc al scuur
tucc in firi in procesión
par nèe ai Mort a fèe berlòt
e s’aresom mighi durmìit sùbut
i saréss restéi ilé fèrm
a fiadèe dananz a l’us

Apéne sót ala prepónto
dénn pal lécc a barbesgièe
a sménsavom a scoltèe al Brancacarasc
coi sé strii da nécc al scuur
a fiadèe dananz a l’us

 

gene

 

Postilla
Oltre l’uscio qualcuno ci aspetta
g.