Lettera a Fabrizio

San Bernardino, 23 luglio 1968

Caro Fabrizio, sono un bambino di otto anni e sono in colonia. Mi capita ancora di fare la pipì nel letto e non l’ho detto neanche alla mamma. Che tanto è a casa e non mi vede. Solo la domenica quando vengono su a trovarmi lei e il papà. Ma non lo dico lo stesso. Mi vergogno. Non soffro di nostalgia. Ma non mi piace questo posto chiuso con il sole fuori. Mi diverto ogni tanto quando facciamo passeggiate nei boschi. Ma i maestri non ci lasciano fare quello che vogliamo. Bisogna mangiare tutti assieme anche la merenda con pane e cioccolato che a me non piace proprio.
Il maestro del nostro gruppo ha deciso il nome della squadra per il torneo della colonia. Fulgor. Ha disegnato anche gli stemmi di cartone che abbiamo attaccato alle magliette con una spilla. Non so se abbiamo vinto o perso. Non è come il calcio del mio paese che siamo liberi di andare avanti fino al trenta. Qua c’è un cronometro e quando scatta si smette di giocare e magari non abbiamo fatto neanche un gol.
Ma non è per questo che ti scrivo.
Ieri c’è stato il saggio canoro della colonia. Tutti i gruppi avevano una canzone a scelta. La nostra era Mai mai ti lascio, che non avevo mai sentito e che non era tanto male. Ma un gruppo di sole bambine ha cantato la più bella e mi hanno detto che l’hai scritta tu. Non mi ricordo il titolo. Ma faceva così:

Bianco come la luna il suo cappello
Come l’amore rosso il suo mantello
Tu lo seguisti senza una ragione
Come un ragazzo segue l’aquilone

Mi ha ricordato l’estate scorsa quando non c’era bisogno di mandarmi in colonia e sono stato con i miei amici al mio paese a giocare senza i grandi.
Mi è piaciuta tanto però mi ha fatto venire la nostalgia e ho pianto un po’ senza farmi vedere se no mi prendono in giro e mi dicono femminuccia.
Mancano cinque giorni al mio ritorno a casa e il tempo passa meglio perché canto tra me la tua canzone appena posso.
Quando torno a casa chiedo alla mamma se mi può comprare il disco.
Non so dove abiti ma se me lo dici vorrei venire a trovarti.
Io sto a Preonzo vicino a Bellinzona e se vieni mi riconosci subito perché ho i capelli castani e non sono tanto alto quasi sempre in pantaloncini corti. Se vieni in inverno li ho lunghi.
Se non puoi allora chiedo alla mamma di portarmi dove stai tu.
Aspetto. Non venire prima di sabato prossimo però.

Buongiorno.

Giorgio.

Postilla
Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto
Correvo dietro ai cani

Fabrizio De André

Merluz al telefono

Pillola di comunicazione ai tempi del silenzio digitale.

Estratto da Merluz Vogn, romanzo (Gabriele Capelli Editore), 1° aprile 2020

(…) Prima del Camarel, c’era la saletta con le imposte sempre accostate. Nessun segreto lì, nessun mostro, la porta era chiusa solo per impedire alla polvere di andare di qua e di là. Oltre a scansie gravate di torleri vari e piatti della festa come nuovi, c’era il telefono, attaccato alla parete, che si sentiva per miracolo, e solo perché non suonava mai e nessuno c’era abituato; allora qualcuno sobbalzava e avvisava i più sordi. Spesso non arrivavano in tempo e tornavano alle loro faccende.
Una volta andai dietro alla nona che voleva telefonare alla Besava, che stava in una casa troppo a sud per i suoi passi. Staccò la cornetta nera e infilò il dito nel volantino cifrato dall’uno allo zero. Compose. Ascoltai il suono del volantino cha andava e tornava in posizione appena levato il dito. Ziteldeeeeee (era il 6) – zitelde (1). E poi altri tre zitelde di lunghezza variabile. La nona attese concentrata, giocherellando col cavo attorcigliato. Non rispose nessuno, forse la Besava digeriva nel sonno col suo stomaco vecchissimo. Appese e uscimmo.
(…)

gene

Postilla
Il telefono non serve a niente.

Il Fede è uscito dal gruppo

Il Federico imbraccia la chitarra e con gli altri tre o quattro attacca un assolo. Io e il Nandel sull’uscio, così piccoli che possiamo stare appaiati senza nemmeno ingombrare tutto il passaggio. È un giorno di sole, non sappiamo che anno sia, boh, chi se ne frega degli anni, e cosa sono poi? Non si capisce se il locale, che dà sulla carraia, sia un vecchio pollaio o una dispensa per il grano. Le parti di intonaco sono dipinte, con scritte tondeggianti: Rock con la K monca e dietro il batterista qualcosa di seminascosto, forse W la Finca (Cos’è la Finca? chiedo, Credo una bibita, risponde il Nandel).
Ah, il Federico in realtà si chiama Fede, o Fritz, ed è contento del pubblico. Possiamo andare lì quando vogliamo, ci dice. Una buona soluzione, per noi che non sempre abbiamo idee fresche per riempire l’estate. E poi ci sembra di essere privilegiati, o forse agli altri non interessa.
Il Fede fa anche il portiere, la domenica, uno che si butta in uscita bassa alzando le mani come se avesse una mazza per far esplodere la palla. È molto vecchio, almeno vent’anni, ma forte e agile. Se il Silio mi lascia, a metà tempo vado in porta a fare come il Fede, a parare i tiri del Tarcio e del Savitt, a volte del Leti o del Got.
Con la chitarra invece non faccio cambio, è una cosa troppo seria, anche se dopo, nella baracca della legna, col Nandel alla batteria (il secchio dei panni), strimpello il rastrello e canto La verzaschina.
So che in futuro, quando sarò vecchio anche io, guarderò dentro a quel locale abbandonato tutte le volte che passerò a trovare mia figlia, che abiterà lì vicino. Vedrò ancora le scritte e il Fede che sorride. Penso che anche il Nandel lo farà.

gene

Postilla
Gli eroi son tutti giovani e belli
Guccini

Destination Mendrisio

Gli Oregiefregie band ormai erano rodati e avevano anche un Nissan verde per stipare strumenti e attrezzatura, oltre a loro stessi. Se stavi seduto a destra contro il finestrino, potevi veder giù sotto il culo il copertone che girava e nel contempo goderti il profumo dell’asfalto da quella specie di cratere nella carrozzeria smangiata dalla ruggine. Il Rena aveva preso la patente da poco e guai a togliergli il volante. Davanti stava l’Emme, di solito dalla parte del cratere, e in mezzo il Uoter. Gli altri due filavano dietro, tra stanghe di microfoni e sobbalzi spaventosi: il Max piegato in due data l’altezza puberale che cresceva a ogni cambio di luna, il Marco incassato tra i monitor con gli occhiali appannati. A ogni frenata era un dramma, tra il rumore, la puzza di copertone e i piagnistei dei profughi dietro. Anche in curva non era il top.
Una tipa che conoscevano gli aveva chiesto di suonare a Mendrisio, versante ospedale neuropsichiatrico, per l’ultimo dell’anno. Arrivarono sul posto congelati e con immenso anticipo, per vedere i matti con la scusa di dover montare il palco con la dovuta cura. Si scaldarono alla mensa, trippa in umido che l’Emme non mangiò perché gli faceva ribrezzo e si accontentò di una mela con birra.
Matti ce n’erano, ma composti. Una delusione. Dissero che alla serata, nella sala del teatro, sarebbero stati in molti, tutti quelli governabili.

Pareva proprio la sala grande del Palace Hotel. Certo, i nostri non avevano Jack e Elwood, ma neanche Cab Calloway, e il repertorio era il solito: marcette, walzerini, qualche robetta veloce e alcuni pezzi cantautorali. Tutta roba scritta da altri e adeguatamente maltrattata. Proprio come il pubblico, i matti, che stanno ai margini del mondo e lo cambiano ogni giorno, ma sono altri a scrivere testi e parole senza ascoltare. Almeno ai nostri non davano pastiglie per farli calmare.
A un certo punto della serata salì sul palco un capellone con un flicorno e chiese se poteva suonare la batteria.
– È il mio maestro! – esclamò il Rena.
Cioè, aveva preso qualche lezione quando il capellone stava ancora in giro.
Con deferenza cedette il posto al Maestro che si lanciò in un rullio sterminato e gli altri a cercare di stargli dietro. La batteria avanzava sobbalzando sotto i colpi e sarebbe caduta dal palco se il Rena non si fosse inginocchiato a trattenerla. Appena finita quell’esibizione di forza, il Rena chiese al Maestro di dire qualcosa al microfono, tanto per farlo andar via e riprendere il suo posto, calmando la batteria come se parlasse al gatto.
Il Maestro brandì il microfono.
– Teh, Giulio! Se non vieni su a suonare sei un bigolo!
Poi lanciò il flicorno contro la parete. Due infermieri saltarono sul palco e lo portarono via.
Ma l’intermezzo non placò la festa, anzi. I matti fecero trenini a più non posso – tranne quello che seguitava a percorrere il perimetro della sala e che lanciava uno sguardo severo quando transitava sotto al palco – e verso mezzanotte costò fatica spiegare che ormai la cosa si concludeva.
Mentre caricavano la roba sul Nissan, un matto con una curiosa testa allungata chiese all’Emme se poteva andare con lui e per convincerlo gli disse che lui sapeva a memoria Cattedrali di pietra e sassi di Fausto Leali. Alla terza ripetizione della domanda, l’Emme gli disse che sì, vieni pure. Il matto stette lì un attimo a pensare e poi disse che lui doveva prendere delle pastiglie e quindi non poteva.
Tornando, con il solito freddo della madonna e l’instabilità in curva, si resero conto della grandezza dell’esibizione. Roba da manicomio, proprio.

gene

Postilla

Siamo un passaggio di allodole, con un colpo andiamo giù

Roberto Vecchioni

Mascherine e pollastri

Mentre ripone i cucchiai nel cassetto pensa che la rivoluzione è necessaria. Dentro casa si sta bene, la stufa accesa e quel senso di pacatezza che distoglie da molto, se non da tutto. Fuori, anche se non li vede, transitano concittadini con la mascherina. Vanno a votare, poveracci, come se dipendesse dal loro gesto la possibilità di campare. Lui non vota più, non ci crede. Preferisce immaginare che un giorno, tanto per cominciare, nessuno compri più acqua naturale in bottiglia. Aveva pensato che tutti comprendessero l’ideale anarchico, ma visto che nessuno capiva, aveva intimato ai commensali occasionali di bere acqua del rubinetto, che è buona e costa poco. Poi aveva rinunciato anche a quello e si era dato alle elucubrazioni, come a costruirsi un perché. Infine si era ritirato, dichiarandosi libertario in un mondo di servi.

E oggi ripone cucchiai in buon ordine, perché l’anarchia è ordine assoluto. Tende a non lavorare più e quasi quasi potrebbe anche non mangiare e dormire mezzora al giorno, o forse meno, tanto per evitare sogni che lo scuoterebbero da chissà quale anfratto della coscienza. Non si lava per giorni e ha la fortuna di non emanare afrori che di solito connotano a dipendenza di cosa uno mangia. Inoltre, visto che cerca di fare il meno possibile, non suda e non si sporca. Ha notato che il gatto randagio si adegua meglio se lui non si butta addosso saponi e deodoranti, e questo va bene.
Finiti i cucchiai, passa alle forchette, con lo stesso metodo. Fuori, le mascherine fanno avanti e indietro come a sospingere il mondo. Dicono sia in atto una pandemia dovuta ai polli, o ai piccioni, o comunque a qualcosa che vola. Viene dalla Cina, la grande Cina comunista che percorre la via della seta per vendere e comprare, e intanto schiaccia tibetani e mongoli, per non annoiarsi.
Gli viene in mente suo nonno in Spagna, che malediceva i comunisti traditori degli anarchici in nome della suprema idea sovietica di quel maiale di Stalin. Ma almeno lì se le davano a più non posso, mentre adesso girano con le mascherine per via dei polli e ti guardano male se tiri una paglia, poveretti che si intasano con lo spruzzo sintetico a mascherare i nostri umori.
Forse gli piacerebbe avere in giro un paio di bambini mentre sistema i coltelli, a completare la perfezione del cassetto. Ma poi pensa che ci sarebbero anche le mamme ad affannarsi per un ipotetico, e sottolinea ipotetico, ginocchio scorticato e allora preferisce il gatto randagio che non chiede niente.
Non ha soldi da metter via per il kalashnikov e ha ripiegato da un po’ sulla molotov con lo spirito della fondue, ma si rende conto che quelli della mascherina, cioè tutti, non comprenderebbero e allora pensa che non ne vale la pena.
Cucina un pollo alla cacciatora e si dice che se si deve crepare, lo si faccia almeno con la bocca piena, la mano votante inerte e la coscienza accesa.
E che se non muore, gliela farà vedere lui, porco zio.

gene

Postilla
Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato.
Martin Luther King

El Brusu e altre storie

Estratto del romanzo Merluz Vogn, autore Giorgio Genetelli, Gabriele Capelli Editore. In più la poesia Infiniit e altre cosette a Dialett in sacocia, 29 dicembre 2019, con Isabella Visetti e Nico Ferretti

Infiniit e El Brusu

Ades te dis noto, ma a videi cui caniciusc ch’is la pasa in difesa pitost che librèe am vegn su ’l fum. Nui sì c’a punigavom mighi: bogio daleisc l’è pisei cheisc. Bon… Sta pur ilé con cui barbiis da blagon c’ul sa sempre tut, ma varda che s’ag serom mighi nui dadré a podevom videle in dinsegn al Campo Marzio. Tra ti e el Luciano a fèe i da più… Par furtunu a gh’ere el Pruvini a dèe ’na man in difesa, pisei visch da valtri ganasa. Fa com te vou, raspondom mighi, a scometi che te dré a pensèe ch’el ganasa a sem mi. Te gà rason, ti te ilé bel quet, e mi al so mighi que fèe c’a sem chilé gnomà nui dui e sto pouro merluz. Te doveve propi dasmetle con la viti? Votantacin agn, bon, ma at dasdegnava tan a nèe innanz amò om pezet? Te gh’ere tucc cui pom e pesei da podèe e tut chel maneisgèe par quatro pian gragn ’me ’m ghel: mi sì c’a mò dasfò co’ la vigni, altro che pom e pesei da raghignèe i dì da feste. E peu, at l’o mai dic parché t’e permalous: chele porto da Pian Caman te l’ha francada da frizi, tan a sem mi el tarluch e a podeve iscì specièe. Oh sicur, ades a pos specièe fin can c’a scampi, s’a staghi chilé a fèe con so da ti intan che te sparis dal gó in chele casa da merde. Aloro tel sa chel ca faghi? A vaghi a cà e in trii dì, giustu el tem da saludèe, a crapi an mi e peu a vegni a catat. Ganasa.

gene

Nasce un ribelle

Un presepe ateo, senza appartenenza

Le montagne le vedevamo là in fondo, ma le doglie sono arrivate in questa pianura e mio figlio è venuto al mondo qui. Ero sola, mio marito era andato a cercare qualcosa per mangiare. Quando è tornato, ha smontato la cadola e ne ha fatto una culla. Il bue e l’asino hanno scaldato il piccolo. Il giorno dopo siamo ripartiti e ora che vi scrivo siamo ancora alla ricerca di una terra dove vivere. Il figlio, così piccolo e gracile, è sempre più ribelle e temo che un giorno si metterà nei guai.

gene

Postilla
Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane.
Gesù